8 marzo festa della donna, il bilancio di un anno di pandemia

A distanza di un anno dall'inizio del primo lockdown, la situazione per le donne è tutt'altro che rosea: in occasione dell'8 marzo facciamo un bilancio

È una Festa della donna dal risvolto amaro, quella che si celebra in questo 8 marzo 2021. La ricorrenza coincide anche con il primo anniversario dall’inizio del lockdown in Italia, che venne proclamato ufficialmente il 9 marzo 2020 dopo giorni frenetici di paura e smarrimento, in cui vennero prima isolati i comuni dove si registrarono i primi casi, poi vennero chiuse le scuole, infine tutto il resto.

“Chiude l’Italia” titolò la Repubblica quel giorno sulla prima pagina del giornale che in qualche modo è entrata nella storia. Quello era il clima in cui ci si ritrovò a “festeggiare” la Giornata internazionale della donna, ma a un anno di distanza, cosa si può dire della condizione femminile dopo quasi tredici mesi di pandemia?

A fare un bilancio – desolante – è stato Time che ha dedicato l’ultimo numero proprio alle donne, con una copertina e uno speciale in cui vengono riportate tante storie. Tutte diverse, eppure tutte con un denominatore comune, sono state danneggiate dal sistema. Un sistema acciaccato e traballante già da prima che il coronavirus entrasse nelle vite di tutti, stravolgendole. Il Covid non ha fatto altro che portare a galla, in maniera se possibile ancora più evidente, tutte le ingiustizie e le disuguaglianze insite nella società.

Le storie riportate dal Time sono quelle di donne americane, ma potrebbero benissimo essere raccontate da italiane o da qualsiasi altra donna in ogni parte del mondo.

“Il Covid ha reso impossibile negare i tanti modi in cui il sistema ha danneggiato le donne” si legge nell’incipit del nuovo numero del settimanale.

Si parla di perdita di lavoro, della difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, di violenze domestiche. Ci sono le storie di donne impegnate nel sociale e quelle di donne migranti. Di diritti che dovrebbero essere basilari e che invece vengono sistematicamente violati.

Sono vite vere, che confermano quanto leggiamo quotidianamente nelle statistiche, ma i numeri spesso sono solo numeri: per quanto disarmanti, spesso non riescono a trapassare la corazza di indifferenza che ci siamo costruiti. Esattamente come avviene con i dati dei contagi, che un anno fa spiazzavano, se non terrorizzavano, che aspettavamo con ansia e apprensione e ai quali oggi quasi non facciamo più neanche caso.

E invece dietro ogni numero c’è una storia, una persona. E allora è sotto questa nuova lente che dobbiamo guardare ai dati, che così diventano davvero allarmanti, davvero impossibili da ignorare.

Negli Stati Uniti più di 2,3 milioni di donne hanno abbandonato o perso il lavoro da febbraio 2020, a causa della pandemia, certo, ma soprattutto a causa di una vera e propria “crisi di genere”, come l’ha definita il Time. Crisi che non è stata scatenata dal coronavirus, che semplicemente l’ha acuita.

“Milioni di altre sono state costrette a ridurre le ore o viceversa lavorare 24 ore su 24 per mantenere il posto. Questo non è un incidente isolato, è una crisi nazionale. Abbiamo bisogno di un Piano Marshall per le mamme, un piano per pagare le mamme per il loro lavoro invisibile e non retribuito”, è la proposta che imprenditrici, attiviste e celebrity (come Charlize Theron e Julianne Moore) hanno firmato poco più di un mese fa per proporre al presidente statunitense Joe Biden di garantire alle madri un supporto economico che le ricompensi del lavoro che svolgono nel silenzio giorno dopo giorno e che è notevolmente aumentato a causa della pandemia.

La situazione in Italia, se possibile, è anche peggiore, almeno per quanto riguarda l’ambito lavorativo: solo nel mese di dicembre 2020 su 101mila lavoratori che hanno perso il posto ben 99mila sono donne, ha stimato l’Istat.

Nell’intervista che abbiamo fatto a Cristina Freguja, Direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’Istituto abbiamo cercato di capire il perché di questo divario così marcato. Ne è emerso un quadro da cui si intuisce che le radici sono profonde e vanno ricercate nelle posizioni lavorative più vulnerabili delle donne rispetto a quelle degli uomini, nelle tipologie di lavoro svolte che spesso non godono di alcuna tutela, nella scelta del percorso di istruzione, ma anche nella difficoltà di conciliazione fra tempi di vita e lavoro, dovuta anche a una sempre più inaccettabile carenza di servizi per le famiglie.

Ma non è solo il lavoro a preoccupare. Se si affronta il tema della violenza contro le donne, la situazione non è meno desolante, come riportato da Di.Re – Donne in rete contro la violenza. Secondo l’associazione, solo il 13 per cento dei finanziamenti destinati ai centri antiviolenza e alle case rifugio per far fronte all’emergenza sanitaria sono stati effettivamente liquidati.

Queste realtà si sono dovute adeguare alle nuove esigenze imposte dall’emergenza sanitaria, riorganizzandosi per garantire la sicurezza delle donne accolte, delle ospiti e delle operatrici che hanno continuato a sostenerle nei loro percorsi. Inevitabile quindi un aggravio dei costi, da cui era derivato l’Avviso pubblicato nell’aprile 2020 dal Dipartimento per le Pari opportunità per il finanziamento di interventi urgenti per il sostegno alle misure adottate dalle case rifugio e dai centri antiviolenza in relazione all’emergenza sanitaria da Covid-19.

Il totale del contributo statale ammontava a 5,5 milioni di euro(4,5 milioni di euro per le case rifugio e un milione per i centri antiviolenza). Dai dati Istat in Italia risultano ad oggi 281 centri antiviolenza e 272 case rifugio che rispondono ai requisiti minimi dell’Intesa Stato-Regioni, indispensabili per accedere ai finanziamenti.

Per quanto riguarda i centri antiviolenza, circa il 64% delle organizzazioni della rete Di.Re ha richiesto i fondi, ma il 50% è ancora in attesa di ricevere il finanziamento, l’11,7% ha ricevuto un acconto e solo il 13% è stato liquidato totalmente (la quota restante rappresenta i centri che non hanno mai avuto una risposta alla loro richiesta).

Situazione purtroppo non diversa per le case rifugio: il 43,3% delle organizzazioni Di.Re ha richiesto i fondi, ma solo il 13% è stato liquidato, mentre il 17,3% ha ricevuto un acconto e il 47,8% è in attesa di ricevere il finanziamento (gli altri sono ancora in attesa di risposta).

“Avrebbero potuto beneficiare dei fondi previsti dall’Avviso ben 300 case rifugio e 400 centri antiviolenza, quindi verosimilmente tutti. Dall’elenco pubblicato sul sito del DPO hanno ricevuto il contributo 115 realtà (si rilevano alcuni doppioni nell’elenco di cui non si conosce il motivo). Risulta molto difficile capire quale sia l’esatto importo effettivamente impegnato rispetto al totale del contributo statale previsto”, si legge nella nota sul sito dell’associazione.

È per tutti questi motivi che in questa giornata torna anche lo sciopero promosso da Non Una di Meno: con un appello rivolto anche ai sindacati di base, il movimento ha proclamato uno sciopero generale di 24 ore che coinvolgerà “anche le figure non riconosciute del , chi con la pandemia ha perso ogni forma di reddito e le persone migranti che con il lavoro rischiano di perdere anche i documenti di soggiorno”.

 

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