La parabola di Fabrizio Corona: “Avete creato un mostro”

Io non difendo quello che è stato Fabrizio Corona, io chiedo pietà per l'uomo che è diventato

Irene Vella Giornalista televisiva Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Fabrizio Corona deve tornare in carcere. Lo ha deciso il tribunale di Sorveglianza di Milano revocando il differimento pena in detenzione domiciliare e, come ha spiegato il suo legale Ivano Chiesa, l’ex agente fotografico “appena gliel’ho comunicato, si è ferito ai polsi”. C’è qualcosa di dannatamente tragico in questa vicenda, che ormai tutti conosciamo, nelle immagini riportate dai siti di informazione, nei frame del video postato su Instagram, e poi rimosso, nella disperazione della madre di quest’uomo, che è diventato il peggior nemico di se stesso, nelle parole da lui pronunciate, nella minaccia di suicidio, nella parabola di una vita vissuta con l’acceleratore premuto fino a schiantarsi.

Perché quello che ormai è palesemente evidente è che quest’uomo abbia bisogno d’aiuto, non di essere rinchiuso dietro a delle sbarre, perché se è vero che viviamo in uno stato di diritto, Corona deve essere curato e restituito alla vita civile, riportarlo in carcere significa ucciderlo. Le sue parole “avete creato un mostro”, urlate a favore di stories, scavano nell’anima, e anche se la verità è che a crearlo per primo è stato lui con le sue dipendenze e i suoi eccessi, la casa circondariale ha restituito un uomo, entrato come spaccone ed incurante delle regole, con condizioni di patologia psichiatrica aggravata.

Personalità tendente a episodi borderline, tendenze narcisistiche e depressione“: questo il referto che fotografa la situazione di Fabrizio, questo è quello che appare agli occhi di chiunque riesca per un attimo a estraniarsi dalla fedina penale dei reati da lui commessi, e a leggere il dramma che si sta compiendo, quello che rimane è un uomo perso, smarrito nella sua mente, privo di lucidità e solo. Dannatamente e tristemente solo. Difficile dimenticare quando negli anni d’oro, quando faceva comodo sbandierare di essergli amico, per carpirgli favori o segreti da scrivere, fosse circondato dai prezzomolini della tv, con i quali divideva successi e stories, e dai quali è stato sfruttato fino a quando si è potuto, fino a quando ha fatto comodo.

Perché, diciamolo fuori dai denti, chi lo invitava in tv, ben consapevole delle sue patologie, si comportava come lo spacciatore che offre una dose al tossicodipendente che sta cercando di smettere. Impossibile dimenticare tutte le volte che è stato trascinato sul grande schermo, anche quando non avrebbe dovuto, violando le prescrizioni impartite dal tribunale, sulle sue partecipazioni a trasmissioni o sull’utilizzo dei social, ma si sa, certi morti di fama non hanno pudore, sono come le iene che ballano sui cadaveri dei leoni credendo di aver vinto, anche se poi i leoni rimangono tali, come le iene.

E badate bene non sto dicendo che Fabrizio Corona sia un esempio da seguire, o che non debba pagare per i reati commessi, dico solo che prima di tutto ha bisogno di aiuto, di essere preso per mano, anche di forza, magari di subire un TSO, che lo ripulisca dalle sostanze e dai deliri di onnipotenza, di essere curato in un centro di igiene mentale, ma di essere restituito alla vita civile, alla comunità, ma soprattutto a suo figlio, che non ha fatto niente di male per ritrovarsi in una situazione di questo genere, non ha scelto di essere messo al mondo, ma ha diritto ad avere un padre lucido e presente, e se quest’uomo non riesce a uscirne da solo, che se ne occupi chi di dovere.

Evidenziare che in Italia ci siano casi di femminicidio pagati con meno anni di carcere di Corona sembra voler delegittimare l’autorità dei giudici che hanno preso questa decisione, ma quanto meno fa riflettere. Per esempio parliamo del caso di Vincenzo Lo Presto che due anni fa uccise uccise la moglie con una stampella, massacrandola, poi chiamò la polizia, spiegando di aver picchiato la moglie che invece era morta per le botte subite. Vi sembra normale? Quest’assassino si è fatto due anni di carcere e poi per lui sono stati disposti i domiciliari perché non ritenuto socialmente pericoloso. Cioè io uccido mia moglie picchiandola fino alla morte, e non sono ritenuto pericoloso?

Vogliamo fare un elenco dei reati di Corona? Ok facciamolo, nel 2013 la prima condanna a 13 anni e due mesi per estorsione ai danni di personaggi noti, condannato anche per bancarotta fraudolenta e corruzione, assolto per evasione fiscale e ricettazione, nel mezzo una breve fuga in Portogallo per i ricatti a scopo di estorsione ai danni dell’ex calciatore Trezeguet. Sapete quanti anni effettivi di carcere si è fatto? 5 anni e 5 mesi di reclusione sui 9 anni e 8 mesi di condanna totale, e nel mezzo l’ex re dei paparazzi aveva avuto una serie di no alle richieste di misure alternative per permettergli di curare la dipendenza dalla cocaina.

Eppure tra uccidere la propria moglie e “uccidere se stessi” esiste una linea di demarcazione netta e profonda, quella che sussiste tra togliere la vita ad un’altra persona, dopo magari averla picchiata per tutta la durata della relazione, e autoboicottarsi, annientarsi, fino a rimanere l’ombra di se stessi. Io non difendo quello che è stato Fabrizio Corona, io chiedo pietà per l’uomo che è diventato, fatelo adesso, prima che sia troppo tardi. Preferisco un domani pentirmi di questa posizione, piuttosto che trovarmi con un morto sulla coscienza.

Fabrizio Corona si mostra sui social col viso sporco di sangue, 11 marzo 2021 (Ansa)

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