La battaglia per la giustizia delle vittime: intervista all’avvocata Valentina Presicce
Ho conosciuto l’avvocata Valentina Presicce circa due anni fa, quando avevo iniziato ad approfondire il caso di Noemi Durini. In realtà raccontavo storie di femminicidio già da tempo, ma è stato proprio entrando dentro quella vicenda — e iniziando a interrogarmi sempre di più sul tema della certezza della pena e sul rapporto tra giustizia e famiglie delle vittime — che le nostre strade si sono incrociate.Non ci siamo ancora incontrate di persona. Le nostre conversazioni sono state telefonate lunghe, spesso difficili, nate dalla necessità di capire cosa accade dopo i titoli dei giornali, quando i riflettori si spengono e resta solo il dolore di chi continua a chiedere giustizia. Con Valentina condivido una convinzione profonda: che raccontare queste storie non significhi solo fare memoria, ma provare, ciascuno nel proprio ruolo, a cambiare qualcosa anche sul piano culturale e legislativo.
Valentina Presicce non ha mai cercato la ribalta mediatica. È una professionista preparata, rigorosa, spesso schiva, che ha scelto di stare accanto alle famiglie delle vittime in uno dei momenti più complessi della loro vita.
È anche per questo rapporto di stima e fiducia che, abbiamo deciso di raccontare la proposta di legge “Noemi Durini”, nata dal lavoro portato avanti insieme alla madre di Noemi, Imma Rizzo, con l’obiettivo di aprire una riflessione concreta sul tema dei permessi premio nei casi di delitti di estrema gravità.
Il nostro lavoro si è incrociato ancora una volta nel caso di Roberta Martucci, scomparsa da 26 anni. Dopo la pubblicazione di un mio articolo, una testimone ha deciso di parlare, riportando alla memoria un particolare rimasto sepolto per anni. È stata proprio Valentina Presicce il primo punto di riferimento a cui quella donna si è rivolta. Da lì sono partiti i contatti con la famiglia e la trasmissione degli atti in Procura, nella speranza che nuovi accertamenti possano finalmente aprire uno spiraglio di verità.
Questa intervista nasce da qui: dall’incontro tra due percorsi diversi, ma dalla stessa parte. Quella delle vittime e di chi continua a chiedere giustizia anche quando sembra troppo tardi per ottenerla.
Avvocata Presicce, partiamo da lei. Chi è Valentina Presicce, qual è stato il suo percorso di studi e quando ha capito che l’avvocatura sarebbe diventata anche una scelta di vita?
Sono nata a Scorrano, un piccolo paese della provincia di Lecce. Sin da piccola sono stata guidata da un forte senso di giustizia, ero sempre in prima linea per difendere parenti e amici da soprusi e ingiustizie. Dopo la maturità scientifica conseguita al liceo di Maglie ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Giurisprudenza a Modena. Terminati gli studi ho scelto di tornare a vivere nel mio paese, che ho sempre amato, e qui ho deciso di esercitare la professione.
Per me essere avvocato è una vera filosofia di vita, una missione. Oggi significa mettersi al servizio degli altri, stare accanto alle persone nei momenti più difficili e battersi per cause in cui si crede davvero. Riaccendere la speranza e riuscire a restituire un sorriso a chi soffre rappresenta la mia più grande vittoria.
Lei ha scelto consapevolmente di stare dalla parte delle vittime e delle loro famiglie. Cosa l’ha spinta verso questa scelta?
Ogni giorno ascoltiamo storie di violenza che occupano le pagine di cronaca, ma dietro ogni femminicidio ci sono vite distrutte e famiglie disperate. Donne, madri, figlie uccise spesso per incapacità di accettare una separazione o per un desiderio di possesso.
Ciò che mi faceva arrabbiare era vedere come l’attenzione si concentrasse quasi sempre sull’assassino, mentre la vittima finiva in secondo piano. I familiari restavano soli a combattere contro un sistema complesso. Per questo nel 2013 ho fondato a Scorrano l’associazione ASTREA, con l’obiettivo di mantenere viva la memoria delle donne e dei bambini uccisi, sostenere le famiglie e promuovere tra i più giovani i valori del rispetto, della parità e della non violenza.
Negli anni è nata una rete importante fatta di associazioni, famiglie, istituzioni e ragazzi. Oggi ASTREA è un punto di riferimento sul territorio e continua a portare avanti battaglie per restituire dignità e giustizia alle vittime.
Il femminicidio di Noemi Durini ha segnato profondamente anche il dibattito sui permessi premio. Che cosa ha significato per lei questa battaglia?
Il femminicidio di Noemi è rimasto nella memoria collettiva per la crudeltà dimostrata dall’assassino e per l’assenza di una reale resipiscenza. Noemi veniva sepolta ancora viva sotto un cumulo di massi e, nonostante questo, il suo assassino ha iniziato a beneficiare di permessi premio dopo pochi anni.
Noemi aveva tutta la vita davanti, mentre chi l’ha uccisa respirava già aria di libertà. Questo ha generato una profonda sfiducia nelle istituzioni. Le vittime e le loro famiglie dovrebbero ricevere tutela e dignità, non assistere alla concessione di benefici a chi si è macchiato di delitti così gravi. La parola stessa “premio” fa rabbrividire. Può davvero bastare così poco tempo per espiare un crimine simile?
Il caso dei permessi premio concessi a Lucio Marzo ha sollevato molte polemiche. Cosa non funziona oggi nel sistema e cosa ci dice questo caso sulla valutazione del ravvedimento?
Il caso di Lucio Marzo dimostra come il sistema non sempre funzioni. I permessi premio sono stati concessi sulla base di valutazioni considerate positive, ma i fatti hanno raccontato altro. Durante uno di questi permessi, nel 2023, è stato fermato ubriaco alla guida. Episodi del genere pongono interrogativi seri sulla reale efficacia dei controlli e sulla valutazione della pericolosità sociale.
Dopo questo episodio ho chiesto e ottenuto il trasferimento di Marzo in un carcere per adulti e ho richiesto tutta la documentazione relativa ai permessi concessi. La lettura di quasi 200 pagine ha rappresentato per la famiglia un ulteriore dolore. Permessi concessi anche dopo rientri positivi ai cannabinoidi o per motivazioni difficili da comprendere, come la partecipazione a eventi sportivi o la frequentazione di una ragazza.
Da qui è nata la proposta di legge “Noemi Durini”, con l’obiettivo di escludere permessi premio per chi si è macchiato di reati efferati come il femminicidio, nel rispetto dell’articolo 27 della Costituzione ma tenendo conto anche del diritto delle vittime e della sicurezza collettiva.
Nel caso di Roberta Martucci, scomparsa da 26 anni, un nuovo elemento è emerso grazie alla memoria di una testimone. Quanto è importante il racconto pubblico?
Roberta Martucci è scomparsa il 20 agosto 1999 e da allora non ha ancora avuto giustizia. Dopo 26 anni di silenzi, un tuo articolo ha riacceso un ricordo in una testimone che ha deciso di parlare. Ci ha raccontato di un cumulo di pietre e di un odore molto forte proveniente da quel luogo.
Abbiamo immediatamente effettuato un sopralluogo e trasmesso una relazione alla Procura. La memoria pubblica è fondamentale: raccontare significa non permettere che le storie vengano dimenticate e, a volte, può riaprire spiragli di verità anche dopo molti anni.
Dal suo osservatorio, ci sono segnali ricorrenti che dovremmo imparare a riconoscere prima?
Molte storie hanno elementi comuni. Donne che rivendicano autonomia e libertà e uomini che vivono questa indipendenza come una minaccia. La violenza nasce spesso da una cultura del possesso e dall’incapacità di accettare relazioni paritarie.
I primi segnali non devono essere sottovalutati: controllo, gelosia ossessiva, sopraffazione. Il primo schiaffo non va mai accettato. E spesso il problema è anche quando lo Stato sottovaluta questi segnali. Noemi aveva denunciato una violenza mesi prima dell’omicidio e non accadde nulla. È una domanda che dobbiamo continuare a porci: si poteva salvare?
Cosa direbbe oggi a una donna o a una ragazza che vive una situazione di violenza e non sa da dove cominciare?
Direi di non restare sola e di chiedere aiuto subito. Ai primi segnali bisogna allontanarsi e rivolgersi alle forze dell’ordine, ai centri antiviolenza, a professionisti capaci di accompagnare fuori da situazioni pericolose. La violenza non migliora con il tempo, peggiora.
Uno Stato che si definisce civile in cosa dovrebbe cambiare davvero?
Uno Stato civile dovrebbe ascoltare la voce dei cittadini e delle famiglie delle vittime, oggi spesso esasperate e sfiduciate. La giustizia deve garantire sicurezza concreta e non trasmettere l’idea che chi commette delitti così gravi possa tornare rapidamente libero.
La sottovalutazione della pericolosità sociale di alcuni soggetti e l’eccessiva fiducia in percorsi rieducativi non sempre efficaci crea distanza tra le parole e i fatti, alimentando indignazione e senso di ingiustizia.
È vero che spesso le famiglie delle vittime vengono lasciate sole? E se potesse chiedere una cosa allo Stato oggi, quale sarebbe?
Molte famiglie restano sole nel dolore e nelle battaglie legali. Alcune si arrendono perché convinte di non essere ascoltate. Io continuerò a stare al loro fianco per restituire dignità e giustizia alle loro figlie e per dare voce a chi non può più parlare.
Se potessi chiedere una cosa allo Stato oggi, chiederei di non voltarsi dall’altra parte. Di ascoltare davvero le famiglie e di costruire un sistema che non le abbandoni dopo i riflettori iniziali.
Io continuerò a portare avanti questa battaglia di civiltà, dalla parte delle vittime e dei loro familiari.
Sempre.