Lasciandoci alle spalle l’estate (sebbene sembri non avere ancora intenzione di salutarci del tutto), è inevitabile che tornino in mente le immagini delle nostre città allagate dopo temporali e nubifragi, che purtroppo diventano sempre più violenti e improvvisi. È una realtà con cui dobbiamo fare i conti: quando piove intensamente, asfalto e cemento impediscono all’acqua di compiere il suo ciclo naturale.
Nei centri abitati l’impermeabilizzazione del suolo riduce la capacità di infiltrazione fino al 70% rispetto a un ambiente naturale e i vecchi sistemi di scarico finiscono per saturarsi in pochi minuti. Il modello della “città spugna” intende rispondere a questo problema con l’obiettivo di assorbire, trattenere e valorizzare l’acqua piovana, trasformando il rischio allagamenti in una risorsa per l’ambiente e le nostre case.
Un’idea dell’architetto paesaggista Kongjian Yu
Tradizionalmente, si è sempre seguita una semplice regola: allontanare l’acqua piovana il più in fretta possibile, convogliandola in tubature sotterranee. Oggi questo approccio mostra dei limiti non indifferenti, di fronte a precipitazioni che spesso sono brevi e improvvise, ma di grande intensità.
Ideato dall’architetto paesaggista Kongjian Yu, scomparso nel 2025, e sviluppato attraverso le Nature-based Solutions (“soluzioni basate sulla natura”, letteralmente) e i sistemi di drenaggio sostenibile (SuDS), il concetto di città spugna ribalta completamente questa prospettiva.
Con la città spugna si intende restituire al paesaggio urbano la sua naturale capacità drenante, creando un perfetto equilibrio tra infrastrutture, zone verdi e specchi d’acqua. Come sottolineato dall’Agenzia federale tedesca per l’ambiente (Umweltbundesamt), l’acqua piovana non viene più considerata un rifiuto da smaltire in fretta e diventa, al contrario, un’importante risorsa per le falde sotterranee, ma anche per nutrire il verde urbano e abbattere le isole di calore nei mesi estivi, ormai caldissimi.
Come può una città diventare “spugna”
Dar vita a una città spugna vuol dire integrare diverse soluzioni intelligenti, che lavorano all’unisono. A livello del suolo si parte dalla depavimentazione (depaving), ovvero sostituendo distese di asfalto e massetti compatti con pavimentazioni permeabili come masselli forati, resine filtranti e grigliati inerbiti. Sono tutti elementi che consentono alla pioggia di penetrare immediatamente nel terreno, riducendo il calore estivo accumulato dalle superfici.
Altri elementi delle città spugna sono i cosiddetti giardini della pioggia (rain gardens) e i canali vegetati (bioswales). L’architetto si premura di inserire aiuole modellate e arricchite con piante selezionate, capaci di accogliere i picchi d’acqua, filtrarla naturalmente dai sedimenti e restituirla al sottosuolo in modo graduale.
Alzando lo sguardo, giocano un ruolo importante anche i tetti verdi e i giardini pensili, che agiscono come vere e proprie barriere naturali capaci di trattenere l’acqua piovana, rallentandone così il deflusso. Infine, nei punti nevralgici dei quartieri si inseriscono le cosiddette piazze allagabili (water plazas), ovvero degli ambienti polifunzionali con spazi di ritrovo, aree gioco per bambini o campetti sportivi che, durante i nubifragi più violenti, si trasformano temporaneamente in bacini di raccolta sicuri.
Esempi di città spugna (anche in Italia)
Città come Rotterdam e Copenaghen hanno già iniziato ad applicare questi principi, integrando canali naturali, parchi inondabili e piazze ribassate, ma anche in Italia si intravedono le prime iniziative in tal senso.
Il caso più emblematico è il Piano Urbano Integrato “Città Metropolitana Spugna”, promosso dalla Città Metropolitana di Milano in partnership con il Gruppo CAP. Sostenuto da circa 51 milioni di euro di fondi PNRR, il progetto interessa 90 cantieri distribuiti in oltre 30 comuni dell’hinterland milanese, con la riconversione di parcheggi e piazze impermeabili in oltre 300.000 metri quadrati di superfici drenanti alberate.