Chi arriva, oggi, a Sant’Agata, frazione di Villanova sull’Arda, trova un cancello chiuso e una recinzione che è crollata in più punti. Dietro c’è Villa Verdi, l’edificio color ocra, sei ettari di parco, la pianura piacentina tutt’intorno e Busseto a pochi minuti di macchina. Giuseppe Verdi ci ha vissuto cinquant’anni, ha scelto lui gli alberi da piantare e ha scritto qui alcune delle pagine più famose della lirica. Da quattro anni, però, non è più possibile visitarla. Come ci si sia arrivati è una vicenda lunga, che conviene prendere dal principio.
Perché Verdi scelse Sant’Agata e la costruì come voleva lui
Nel 1848 il compositore acquistò una tenuta agricola nella campagna tra Piacenza e Parma, pensandola inizialmente come sistemazione per i genitori. I rapporti con il padre Carlo, però, si incrinarono presto per questioni di soldi e di gestione: mamma e papà tornarono a Busseto, e dal 1851 la casa divenne il rifugio del Maestro e di Giuseppina Strepponi, il soprano con cui conviveva senza essere sposato. Una convivenza che all’epoca faceva mormorare mezza provincia, con il matrimonio sarebbe arrivato solo nel 1859.

Verdi non si limitò ad abitarci ma tracciò di suo pugno gli schizzi degli ampliamenti, scelse i materiali, dettò le misure, disegnò il parco albero per albero. Voleva silenzio, distanza dai pettegolezzi e una terra da amministrare di persona. Tra queste stanze sono nati Il trovatore, La traviata, Aida, Otello e Falstaff: difficile immaginare un luogo più denso di musica italiana.
Da eredità contesa a bene dello Stato: cosa è successo alla villa
Alla morte del compositore, nel 1901, la proprietà passò a Maria Filomena Verdi, figlia di un cugino che lui aveva cresciuto come una figlia, con la precisa richiesta testamentaria di conservare casa e giardino così com’erano. Da lei discende la famiglia Carrara Verdi, che per generazioni ha custodito la dimora e ne ha aperto una parte al pubblico come museo.
Il nodo si stringe nel 2001, alla scomparsa di Alberto Carrara Verdi. Il testamento non salta fuori, i figli finiscono in tribunale e il contenzioso si trascina per oltre vent’anni, fino alla Cassazione, che divide l’eredità in quattro quote uguali. Nessuno dei quattro può liquidare gli altri, i fondi per i restauri non si trovano, e nel 2022 il museo chiude i battenti. Si arriva persino all’ipotesi dell’asta.

A quel punto interviene lo Stato: nel 2023 nasce una fondazione promossa dal Ministero della Cultura, con concerti e raccolte fondi in tutta Italia, e il 16 dicembre 2024 viene firmato il decreto di esproprio. Villa Verdi diventa patrimonio pubblico, destinato a tornare museo. Gli eredi, dal canto loro, hanno impugnato il provvedimento davanti al TAR.
Il lieto fine, però, si fa attendere. Dopo i 375mila euro spesi nel 2025 per fermare le infiltrazioni dai tetti, la villa resta inagibile: intonaci scrostati, alberi caduti, giardino lasciato a se stesso. I 6,5 milioni stanziati per il restauro – consolidamento strutturale, impianti, arredi storici, parco – esistono sulla carta, ma i lavori non sono ancora partiti: manca l’ultimo passaggio burocratico davanti alla Conferenza Stato-Regioni.

Il 12 settembre 2026 Riccardo Muti ha radunato alcuni musicisti nel cortile della villa, tre ministri in platea, per accendere i riflettori su questo stallo. L’ha chiamata una riunione tra amici, non un concerto. Sulla riapertura al pubblico, per ora, nessuna data. Ma almeno la musica, a Sant’Agata, è tornata a farsi sentire.