Molti anni fa a Londra si incontrarono un italiano e un’italiana. Li unì l’amore e una passione comune per gli oggetti belli: il design degli anni Cinquanta e Sessanta, le lampade, le sedie, le ceramiche che l’Europa produceva in quel periodo con una qualità e un’inventiva che non si sono più ripetute.
Qualche anno dopo tornarono nella loro Pesaro, fondarono una famiglia e un’azienda. La passione divenne un mestiere, e la collezione si trasformò in galleria e studio di design.

La galleria si chiama Zucca, è nascosta tra le strade silenziose del centro storico, ed è uno di quei posti che sembrano più piccoli di quello che sono: si entra convinti di aver visto tutto, si chiacchiera con Stefano Pompucci davanti a un espresso, e poi si scopre che c’è ancora altro.

Dall’altra parte della strada, in un palazzo modernista degli anni Trenta, c’è l’appartamento di Stefano e di sua moglie Raffaella Moroni. Ogni pomeriggio e quasi ogni sabato aprono la porta ai clienti e agli amici, perché i mobili e gli oggetti si capiscono davvero solo quando li si vede funzionare in una casa vera.
Indice
L’ingresso: pareti nere e lampade degli anni Settanta

Una sedia ricavata da un tronco di olivo secolare accoglie già dalla soglia. Il lungo corridoio ha le pareti nere e il pavimento in marmo a moduli irregolari: uno sfondo volutamente scuro, pensato per far risaltare la collezione di lampade degli anni Settanta e le opere d’arte contemporanea appese lungo il percorso. Pitture, sculture, ceramiche.

In questo appartamento i vernissage si fanno spesso, con artisti internazionali che espongono qui come se fosse una piccola galleria. Tra i prediletti di Raffaella e Stefano ci sono i dipinti su carta di Zbigniew Sałaj, oggetti-quadro con una presenza fisica rara.


Il soggiorno e la sala da pranzo in enfilade

Le stanze preferite della famiglia sono il soggiorno e la sala da pranzo, collegate in enfilade da una porta a doppia anta con vetri a losanghe. In questo spazio luminoso Stefano e Raffaella compongono e ricompongono continuamente: i mobili cambiano disposizione, alcuni pezzi vanno e vengono, ma ci sono alcuni oggetti che non usciranno mai da questo appartamento.

Il divano in velluto blu notte, disegnato da Afra e Tobia Scarpa per B&B Italia negli anni Settanta, è uno di questi. Come lo è il paravento di Piero Fornasetti degli anni Cinquanta, pezzo iconico del maestro milanese del trompe l’oeil. E la lampada da tavolo scultorea di Eder Radici, dello stesso periodo, che dialoga con la poltrona Wassily di Marcel Breuer — una delle sedie più fotografate del Novecento, qui usata davvero, ogni giorno.

Sopra il tavolo da pranzo francese degli anni Sessanta pende un lampadario di Franco Albini per Sirrah, progettato nel 1969: uno di quei progetti in cui la funzione e la forma si equivalgono. Le sedie intorno al tavolo sono italiane, sempre degli anni Settanta. Sul paravento di Fornasetti si riflette la luce che entra dalle finestre del cortile.
L’ufficio: la sedia che inganna l’occhio

Nell’ufficio, accanto al sistema di scaffali di Dieter Rams e alla lampada Stilnovo degli anni Cinquanta, c’è la sedia preferita di Raffaella. È un prototipo di Roberto Renzi, a righe, che gioca con la prospettiva: un trompe l’oeil del design, uno scherzo visivo che inganna chi guarda credendo che la seduta sia inclinata. Il tavolo è in marmo vintage, modello Saarinen per Knoll.
La camera da letto: il letto bianco e lo specchio di Barcellona

La camera padronale è delicata nella forma. Il letto a baldacchino bianco di De Padova si riflette nei vetri multiforma della specchiera B.D. Barcelona: un gioco di rimandi visivi tra il bianco del lino e i profili in ottone dello specchio.

Sul cassettone in teak italiano c’è un Buddha in cartapesta portato da un viaggio in Birmania. Sul letto, una coperta della collezione Hermès.

La stanza di Gregorio: il minimalismo del futuro medico

La stanza di Gregorio, vent’anni, studente di medicina, è la più essenziale della casa. Un tappeto berbero del Marocco copre il pavimento. La sedia è di Gastone Rinaldi per Rima. La lampada a soffitto è la Tolomeo di Artemide, progettata da De Lucchi. La scrivania vintage degli anni Cinquanta era — prima di arrivare qui — nell’ufficio di un ministero italiano.
Sul tavolo, una lampada prototipo in plexiglass di Alessandro Mazzola. Gregorio ride: dice che non torna mai nello stesso posto. Ma sa benissimo, come i suoi genitori, che gli oggetti belli non passano mai di moda.
La cucina: tre moduli e un mobile cinese

La cucina non ha nulla di quello che ci si aspetta. Niente pensili, niente top in granito. Tre moduli di acciaio provenienti da un sistema professionale per la ristorazione, affiancati da un mobile cinese antico: una composizione che funziona esattamente perché non cerca di assomigliare a una cucina normale.

Questo appartamento non è un museo. I mobili si possono toccare, spostare, acquistare. Chi entra può sedersi, guardare, fare domande. Raffaella e Stefano lo aprono perché credono che il design abbia senso solo quando entra nella vita quotidiana. E guardando questo appartamento — con il fox terrier Zeta appisolato sulla sua sedia Kare Design degli anni Ottanta sotto il quadro blu di Masatak Kubota – è difficile dargli torto.