Bebe Vio, il calvario prima delle Paralimpiadi e il trionfo della vita

L'atleta ha ripercorso la sua vita, fatta di gioie e tanta sofferenza: un vero calvario, ma che le ha dato una forza inimmaginabile

La cosa che rende Bebe Vio così straordinaria (una delle cose, verrebbe da dire) è l’estrema semplicità e naturalezza con cui racconta le vicende terribili che ha vissuto: la malattia, l’amputazione degli arti, l’infezione che l’ha quasi uccisa, di nuovo.

Ce ne sarebbe abbastanza per abbattere chiunque. Ma non lei. Lei reagisce, si incaponisce e ne viene fuori sempre un po’ più forte, sempre più dotata di un coraggio non di questo mondo.

Così, leggendo l’intervista che ha rilasciato al Corriere della Sera, la prima cosa che viene da chiedersi è: ma come fa?

Come ha fatto a superare una meningite che la stava quasi per uccidere e l’ha lasciata senza mani e piedi e con numerose cicatrici. Come ha fatto a diventare una delle campionesse più forti che l’Italia abbia mai avuto? Come ha fatto a non lasciarsi andare quando prima delle Paralimpiadi di Tokyo si è sentita dire che andava amputato (ancora) un braccio perché se no sarebbe morta?

Il calvario prima delle Paralimpiadi

E invece Bebe continua a stupirci. Continua a dimostrarci che la vita merita di avere sempre un’altra chance, anche quando non fa altro che deluderci e abbatterci. È così che ha trionfato nuovamente a Tokyo, anche se: “Mancavano pochi giorni, avevo perso dieci chili, il braccio con cui tiro era magro magro, svenivo e vomitavo. Così sono arrivata ai Giochi di Tokyo. Svenivo e vomitavo”.

Chiunque al suo posto avrebbe mollato, ma non lei. “Non potevamo far vedere che stavo male in gara. È uno sport di combattimento, non puoi dire al tuo avversario che stai male”.

Bebe Vio, una sfida dopo l’altra

Non contenta, quest’estate Bebe è andata alle Eolie con degli amici e ha pensato bene di scalare lo Stromboli (chi scrive lo ha fatto e non è affatto semplice per nessuno, figuriamoci per un disabile). “È stata davvero dura, andar su fra le rocce. Ho preferito non mettere le scarpe e farmi la salita scalza. Ero consapevole che mi sarei ferita, sapevo che facendo quello sforzo sarei arrivata su con i monconi completamente rotti però salire era talmente bello!”.

Una forza che arriva dalla famiglia

Una cosa che Bebe Vio non ha mai nascosto è il suo legame viscerale con la famiglia, che non sapeva di quei suoi dolori così acuti e di tutto il calvario che ha passato. “Andavano ogni due secondi dai miei allenatori a chiedere come stessi e loro dovevano fingere perché io non avrei mai interrotto la gara e se loro avessero saputo tutto mi avrebbero bloccata subito. Avevo bisogno di loro e dei miei fratelli. Sennò non ce l’avrei fatta”, ha raccontato rivelando anche di essersi goduta un viaggio alle Maldive per festeggiare le terze nozze dei suoi.

“Si trovarono per caso a Cambridge per studiare inglese. Una settimana dopo erano già sposati. A Gretna Green, appena al di là del confine scozzese, famoso proprio per i “matrimoni in fuga” che venivano celebrati dal fabbro del paese. Tutto di nascosto. Le nozze vere e cioè le seconde le fecero due anni dopo, a Mogliano, con i parenti, la festa e tutto il resto. Il terzo, visto che erano passati trent’anni, l’abbiamo fatto appunto in un atollo. Sono fantastici e io sono figlia loro”.

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