Tumore del polmone, nel microcitoma la “doppia” immunoterapia allunga la sopravvivenza nelle forme estese

Una doppia immunoterapia aumenta la sopravvivenza mediana di oltre 21 mesi in chi ha un tumore del polmone a piccole cellule: come funziona

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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  • La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha ridotto del 58% il rischio di morte nel microcitoma polmonare esteso, prolungando la sopravvivenza mediana a 21,1 mesi.
  • I risultati dello studio DeLLphi-305 indicano che introdurre tarlatamab come mantenimento dopo chemio-immunoterapia potrebbe cambiare le prospettive terapeutiche di una malattia aggressiva.
  • Il microcitoma cresce e si diffonde rapidamente; fumo, esposizione passiva, amianto e radon aumentano il rischio, mentre tosse persistente e perdita di peso richiedono attenzione.

Nel suo essere di dimensioni ridottissime, il microcitoma o tumore polmonare a piccole cellule rappresenta una delle sfide più complesse per la moderna oncologia. È infatti difficile da trattare e si diffonde con grande rapidità.

Per questo la comunità scientifica ha accolto con grande interesse i risultati (per ora solo intermedi) dello studio di fase III DeLLphi-305. Una “doppia” immunoterapia, che associa tarlatamab in combinazione con durvalumab ha ridotto del 58% il rischio di morte come terapia di mantenimento di prima linea per il carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso, in un monitoraggio mediano di circa 16 mesi.

In particolare il trattamento con i due farmaci ha prolungato di oltre 8 mesi la sopravvivenza globale mediana, portandola a 21,1 mesi rispetto a 12,7 mesi con il solo durvalumab, nei pazienti con progressione dopo il trattamento iniziale con durvalumab e chemioterapia.

Cosa potrebbe cambiare

Le implicazioni cliniche di questi risultati sono sostanziali e suggeriscono che introdurre tarlatamab in una fase più precoce del percorso terapeutico potrebbe modificare in modo significativo il decorso di una malattia finora considerata estremamente difficile da controllare.

I dati sono presentati al Congresso 2026 della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), e pubblicati contemporaneamente sul New England Journal of Medicine. È importante sicuramente estendere la sopravvivenza globale mediana oltre i 21 mesi e ridurre il rischio di morte del 58%, perché così si rafforza la possibilità di segnare una svolta negli standard di sopravvivenza e ridefinire le aspettative dei pazienti introducendo tarlatamab prima nel percorso terapeutico.

Secondo Marcello Tiseo, Direttore UOC Oncologia Medica, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma ed Ordinario di Oncologia Medica all’Università di Parma, “l’introduzione dell’immunoterapia ha portato un vantaggio in mediana di sopravvivenza pari circa 2 -3 mesi, portando l’attesa di vita pari a 12-13 mesi. I risultati dello studio DeLLphi305 sono veramente importanti perché mostrano come la combinazione di tarlatamab e durvalumab offerta come mantenimento ai pazienti non in progressione dopo chemio-immunoterapia di induzione sia in grado di prolungare la sopravvivenza a 21.1 mesi, con un vantaggio mediano di oltre 8 mesi, portando la percentuale di pazienti vivi ad 1 anno circa all’80%.

Questo beneficio, confermato in sottogruppi anche a peggiore prognosi quali i pazienti con metastasi cerebrali ed epatiche, appresenta il maggiore guadagno in sopravvivenza ottenuto nella storia del trattamento del microcitoma in stadio esteso rispetto ad un precedente standard di trattamento attivo”.

Un tumore difficile da affrontare

Il carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso rappresenta una patologia a prognosi severa, per la quale nel corso degli anni si sono avuto modesti passi in avanti. Questa neoplasia polmonare deve il suo nome alle ridotte dimensioni della lesione primitiva e rappresenta la forma più aggressiva di tumore in questa sede. Viene anche chiamato “a chicco d’avena” per la particolare conformazione microscopica delle cellule che lo determinano. Rappresenta mediamente circa il 15 per cento del totale dei tumori polmonari.

Si tratta di una patologia estremamente temibile, sia perché si propaga più velocemente dell’adenocarcinoma (la forma più diffusa, responsabile di oltre l’80 per cento dei casi di tumore), sia perché cresce molto rapidamente, pur mantenendo dimensioni ridotte. Per questo al momento della diagnosi le cellule tumorali si sono già diffuse nel sangue.

Il fumo di sigaretta è il principale fattore di rischio per lo sviluppo di questa forma tumorale. L’infiammazione indotta dal fumo e la presenza di elementi tossici (cancerogeni e cocancerogeni) facilita infatti la trasformazione di cellule sane in cellule tumorali. Anche il fumo passivo e l’esposizione ad asbesto (cioè alle particelle di amianto) e radon aumentano i rischi.

Spesso il microcitoma viene individuato per caso, senza che abbia dato sintomi ritenuti significativi dal fumatore. Vanno tuttavia tenuti in considerazione alcuni sintomi come una tosse che non si risolve, la presenza di sangue nell’espettorato, la perdita di appetito, l’eccessiva stanchezza e un calo di peso inspiegabile. Importante, in questi casi, è parlare subito con il medico per eventuali test mirati.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.