Tumore del colon-retto, lo screening per la diagnosi precoce salva la vita

Lo screening per il cancro colorettale riduce del 30% la mortalità: il test indolore che salva la vita

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Arrivare presto. È questa la regola per poter affrontare nel modo migliore un’eventuale lesione dell’intestino che potrebbe trasformarsi in tumore. Ma per essere tempestivi, bisogna cogliere precocemente la presenza del problema. E si può, con un test del tutto indolore, che a volte “dimentichiamo” di fare. Si chiama ricerca del sangue occulto nelle feci e può indirizzare, se positivo, verso approfondimenti mirati.

Le donne sono più attente

In Italia, ogni anno, circa 50.000 persone si ammalano di tumore della parte finale dell’intestino, che più spesso interessa il colon e meno il retto.

“Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che lo screening per il cancro colorettale, che consente di individuare e asportare i polipi prima che evolvano in carcinomi e di diagnosticare un eventuale tumore in fase iniziale, nei paesi in cui è stato implementato da almeno un decennio riduce del 20 per cento il numero di nuovi casi e del 30 per cento la mortalità per questa forma tumorale – spiega Elisabetta Buscarini, Presidente FISMAD (Federazione Italiana Società delle Malattie dell’Apparato Digerente e Direttore dell’unità operativa complessa di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’Ospedale Maggiore di Crema”.

Insomma: un semplice controllo, secondo i tempi prefissati dalla sanità pubblica (si tratta quasi sempre di un tumore a lento sviluppo, quindi l’esame va fatto a scadenze ben definite se non esistono particolari fattori di rischio) può davvero aiutare a giocare d’anticipo sul cancro.

Però mentre l’attività di screening organizzato del cancro colorettale mostra una costante crescita nell’estensione dell’offerta (nel solo 2017 sono state invitate più di 6 milioni di persone), purtroppo l’adesione al test rimane stabile su valori intorno al 40 per cento.

L’adesione all’invito è maggiore al Nord (52 per cento), intermedia al Centro (35 per cento) e inferiore al Sud (24 per cento). Le persone che effettivamente si sono sottoposte allo screening nei diversi bienni sono progressivamente aumentate e nel 2017 hanno superato i due milioni. Le donne appaiono più attente alla possibilità di diagnosi precoce: il 44 per cento aderisce allo screening contro il 40 per cento degli uomini. Le donne sono quindi più consapevoli dell’importanza della prevenzione? Sembrerebbe proprio di sì. E ricordiamo che svolgono un ruolo importante anche in famiglia nell’educazione alla sana alimentazione e allo stile di vita corretto sin dall’infanzia.

Cosa fare se il test è positivo

L’incidenza dei questa forma tumorale ha subito un’incoraggiante flessione negli over 50 laddove lo screening organizzato è stato implementato, il trend di incidenza di questo tumore nei giovani evidenzia, invece, una possibile crescita, stando ai risultati dello studio europeo. In ogni caso, l’importante è sottoporsi al test, che nella maggioranza dei casi non dà risultati positivi.

“Solo il 5 per cento , quindi una piccolissima parte, di chi esegue il test sulle feci di ricerca del sangue occulto riceve esito positivo e deve quindi sottoporsi a una colonscopia, mirata ad accertare la presenza di eventuali lesioni sospette – riprende l’esperta. Chi ha ricevuto un referto negativo si ferma al primo step e ha già concluso l’iter preventivo”.

Purtroppo un quarto delle persone positive al test per la ricerca del sangue occulto fecale non ha aderito alla successiva colonscopia di approfondimento. Un dato allarmante, poiché con un esame Sof positivo il rischio di carcinoma o adenoma avanzato (cioè con elevata probabilità di evoluzione verso la malignità) è fra il 30 ed il 40 per cento. Quindi non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia e continuare il percorso di screening, senza dimenticare mai, a tutte le età, l’importanza della prevenzione.

Nutrizione scorretta, a ridotto apporto di frutta e verdure, assunzione di carni lavorate, eccesso ponderale, consumo di alcol e fumo, sedentarietà, sono ritenuti i principali responsabili dell’incremento nei casi di questa forma in giovane età nel mondo occidentale. Una ricerca apparsa su JAMA Oncology dagli scienziati dell’Università di Harvard, inoltre dimostra come i casi di cancro colorettale siano soprattutto collegati all’obesità giovanile e all’incremento di peso dopo i 18 anni. Le buone abitudini e l’attenzione allo screening sono le armi più efficaci per giocare d’anticipo sul nemico.

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