Sono passati dieci anni dalla scomparsa di David Bowie e sulle circostanze della sua morte emergono nuovi dettagli, così come sulla malattia che l’aveva preceduta: un tumore al fegato, di cui il cantante britannico non aveva mai voluto parlare pubblicamente. Come per la star, molte altre persone affrontano la malattia in silenzio, spesso per evitare che si possa pensare che sia stata causata da un abuso di alcol. Come indicano diversi studi recenti, invece, si tratta di una patologia che può cause ben differenti e può colpire anche chi non beve o beve pochi acolici.
David Bowie e il tumore al fegato
Nel caso di David Bowie la malattia lo aveva accompagnato per un anno e mezzo prima della scomparsa, avvenuta il 10 gennaio 2016. All’epoca la famiglia di David Robert Jones, nome all’anagrafe del cantautore, polistrumentista e attore 69enne, pubblicò uno stringato comunicato sugli account social, parlando genericamente di una “battaglia di 18 mesi contro il cancro”, senza aggiungere dettagli sul tipo di patologia oncologica. Solo nei giorni seguenti Ivo van Hove, regista del musical Lazarus e molto vicino all’artista, spiegò che si trattava di un cancro al fegato. Non è mai stato specificato, però, se Bowie avesse seguito particolari trattamenti o a che stadio della malattia fosse avvenuta la diagnosi.
Proprio alla luce della storia del cantante, oggi diventa ancora più importante sottolineare l’importanza del riconoscimento precoce di sintomi di questo tipo di tumore, per interventi tempestivi anche in persone che non abusano di alcolici.
Il tumore al fegato: quanto è diffuso
“Il tumore del fegato rappresenta globalmente il quinto tumore più frequente nel mondo. L’incidenza del tumore epatico varia molto a seconda delle zone geografiche ed è notevolmente più diffuso in Asia rispetto a Stati Uniti ed Europa. Secondo i dati del Global Cancer Observatory, il tumore del fegato rappresenta circa il 5 per cento di tutti i tumori diagnosticati nel 2020 ed è la terza causa di morte per neoplasia: nel 2020 oltre 830.000 persone nel mondo sono morte di cancro al fegato”, spiega l’AIRC, l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro. “In Italia, le stime relative al 2023, riportate dal rapporto AIOM-AIRTUM ‘I numeri del cancro 2023’, parlano di circa 12.200 nuovi casi di tumori primari del fegato, 2 volte più frequenti tra gli uomini che tra le donne. Il tumore primario del fegato rappresenta quindi il 3 per cento circa di tutti i casi di tumore diagnosticati ogni anno a livello nazionale”, chiarisce ancora l’AIRC.
I sintomi da non sottovalutare
A rendere insidiosa questa neoplasia, però, sono spesso i sintomi che, nelle fasi iniziali, possono essere sfumati o non immediatamente ricondotti al tumore. “In genere il tumore del fegato è asintomatico nelle fasi iniziali. Via via che la malattia si diffonde iniziano a comparire i sintomi, tra i quali il dolore alla parte superiore dell’addome, che si può irradiare anche alla schiena e alle spalle. L’ingrossamento del ventre che può essere legato a un aumento di dimensioni dell’organo o anche alla formazione di liquido (ascite), la perdita di peso e di appetito, la nausea, il vomito, la sensazione di sazietà, la stanchezza, l’ittero (ovvero il colore giallo della pelle), la colorazione scura delle urine e la febbre sono sintomi in genere caratteristici delle fasi più avanzate della malattia. Alcuni dei sintomi elencati sono poco specifici e possono presentarsi anche in malattie del tutto diverse. In ogni caso vanno riferiti al medico, che valuterà la situazione”, sottolineano gli esperti dell’AIRC.
Prevenzione e soggetti a rischio
La prevenzione della malattia passa da uno stile di vita sano e, soprattutto, dall’evitamento di fattori di rischio come il consumo eccessivo di alcol, ma anche il sovrappeso, l’obesità (che provocano a loro volta alterazioni del metabolismo) o l’esposizione ai virus dell’epatite B e C. Per questo, per esempio, viene consigliata la “vaccinazione per l’epatite B, che in Italia dal 1991 è obbligatoria per tutti i nuovi nati. Per quanto riguarda l’epatite C non sono attualmente disponibili vaccini, ma esistono farmaci antivirali che hanno reso possibile negli ultimi anni l’azzeramento dell’infezione in un’elevata percentuale di casi. Invece l’epatite A, per la quale esiste un vaccino comunemente usato da chi viaggia in paesi tropicali con scarsa igiene, non aumenta il rischio di ammalarsi di tumore del fegato”, chiarisce l’AIRC.
Quando non è “colpa dell’alcol”
Come spiega il National Cancer Institute, il cancro epatico può comparire anche in persone senza fattori di rischio conosciuti. “Vedo sempre più pazienti che non consumano alcol e presentano cirrosi metaboliche”, ha dichiarato a Le Figaro Santé Jean-François Gautier, professore di diabetologia e malattie metaboliche all’ospedale Lariboisière di Parigi. Secondo l’esperto, la causa della patologia in questi casi è legata alla MASLD, malattia epatica steatosica che è associata a una disfunzione metabolica. Si tratta di quello che fino a qualche tempo fa era chiamato “fegato grasso non alcolico”. I fattori scatenanti sono spesso sovrappeso e obesità, diabete di tipo 2, insulino-resistenza, ipertensione e alterazioni dei lipidi.
Cosa può accadere al fegato
Nelle persone che soffrono di MASLD, dunque, accade che il grasso si accumuli nel fegato, causando una infiammazione, chiamata MASH, che può evolvere in fibrosi, cirrosi e carcinoma epatocellulare. Come chiariscono anche le linee guida europee della EASL-EASD-EASO (European Association for the Study of the Liver), focalizzate sulla ricerca delle patologie epatiche, le persone con diabete di tipo 2 e obesità sono particolarmente a rischio. L’associazione tra disfunzione metabolica e probabilità di rischio di malattia epatica è confermata anche in Italia dove, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, la MASLD interessa oltre il 25% della popolazione adulta italiana, con percentuali ancora più elevate nelle persone con obesità o diabete di tipo 2. Circa il 2% della popolazione generale e il 10% dei pazienti con diabete tipo 2 presentano, inoltre, una MASLD associata a fibrosi epatica severa, considerata una condizione che espone a complicanze severe. A partire da questi dati sono state avviate campagne di sensibilizzazione per la prevenzione, che passano dalla perdita di peso in soggetti a rischio, maggiore attività fisica, aderenza a diete equilibrate, controllo dei livelli di glicemia, ecc.