Covid-19, gli effetti della pandemia sulle donne con endometriosi

L'endometriosi provoca dolori fortissimi e causa infertilità. La pandemia ha allungato le liste d'attesa per controlli e cure

Federico Mereta Giornalista Scientifico

In forma più o meno grave l’endometriosi, malattia che porta ad avere tessuto uterino fuori dall’organo che normalmente dovrebbe ospitarlo e quindi viene spesso definita come la malattia dell’utero “fuori posto”, interessa molte donne in Italia.

In tempi di Covid-19, per chi deve fare i conti con questo problema alcuni problemi si sono accentuati, dalle liste d’attesa fino alle difficoltà professionali. A dirlo sono i risultati di un questionario elaborato da APE – Associazione Progetto Endometriosi.

Cosa dice la ricerca

L’endometriosi è una malattia complessa che ha origine dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, chiamato endometrio, in altri organi (ad esempio ovaie, tube, peritoneo, vagina e talvolta anche intestino e vescica), che provoca dolori fortissimi, tanto da limitare la vita quotidiana e causare infertilità. Va riconosciuta prima possibile, cosa che non sempre avviene, per provvedere al trattamento specifico caso per caso.

Il questionario di APE, associazione che unisce pazienti di tutta Italia, è un’indagine inedita, in quanto non sono reperibili altri dati che mettono in correlazione gli effetti che la pandemia ha avuto sulle donne malate di endometriosi nel Paese. Ha coinvolto oltre mille donne, dal 3 agosto al 17 settembre 2020, che hanno risposto a domande specifiche sull’accesso alle cure, l’assistenza sanitaria e le spese da sostenere, per elaborare un punto di vista globale da parte delle pazienti che vivono la cronicità della malattia e che sono ancora prive di tutele economico-lavorative.

Un punto di vista da portare all’attenzione delle istituzioni e degli addetti ai lavori.  Il 41% delle donne interpellate ha dichiarato di aver temuto di non poter essere adeguatamente assistita durante il lockdown, anche per visite o interventi precedentemente fissati, mentre il 37% ha temuto di doversi recare in ospedale.

“Questi dati – spiega Sara Beltrami, co-referente per le relazioni istituzionali e la tutela delle donne di APE – lasciano intendere come i mesi di lockdown siano stati affrontati dalle pazienti con angoscia. Hanno vissuto il dolore della malattia senza un’adeguata assistenza, in una situazione straordinaria e isolante. Come emerge dalle risposte, infatti, l’idea di doversi curare con urgenza e convivere con lo spettro di non riuscire a farlo, ha accompagnato queste donne per mesi. Un timore giustificato dal 24% delle intervistate che ha effettivamente riscontrato difficoltà nel ricevere assistenza; in parte a causa della crisi sanitaria, ma in misura non inferiore anche per i problemi di spostamento tra regioni, che hanno negato la possibilità di recarsi verso centri specializzati per ricevere diagnosi e terapie adeguate, o semplicemente dare continuità al percorso di cura”.

L’impatto sulle liste d’attesa e sulle cure

L’emergenza Covid-19 ha ulteriormente allungato le attese per chi soffre di questa patologia e soprattutto quasi una donna su due ha dichiarato che la pandemia ha avuto un impatto sul proprio accesso alle cure. Quasi il 36% ha subito ritardi o annullamenti a visite per endometriosi precedentemente fissate, e oltre il 22% ha ammesso di non essere stata ricontattata per ripristinarle, o di aver dovuto prendere contatto di propria iniziativa perché ciò avvenisse.

Sebbene il progredire dell’endometriosi sia relativamente lento, si tratta di mesi di isolamento in cui le pazienti soffrono dal punto di vista psicofisico, ed in cui si può potenzialmente assistere ad un peggioramento della malattia, con danni evitabili attraverso interventi tempestivi e precoci.

Sul fronte del lavoro, infine, va ricordato che a volte i congedi lavorativi per endometriosi non sono garantiti. In alcuni casi si è addirittura arrivati, nel tempo, alla perdita del lavoro delle pazienti a causa della malattia, nell’ambito di una situazione economica difficile, che rischia di aumentare le diseguaglianze tra le donne, minare l’aderenza terapeutica e accentuare la disparità di genere nell’accesso all’occupazione.

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