Allarme sanità, entro 5 anni i chirurghi spariranno in molte zone: qual è il rischio più grave

Aumentano i pensionati, ma diminuiscono i giovani. Potrebbe diventare più difficile avere accesso alle sale operatorie

Foto di Eleonora Lorusso

Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

5 min di lettura

  • La chirurgia italiana affronta una carenza crescente di specialisti, con pensionamenti accelerati e giovani sempre meno attratti dalla professione.
  • Entro cinque anni un intervento su dieci potrebbe diventare più difficile da eseguire, soprattutto nelle aree del Sud e nei territori periferici.
  • Pesano turni massacranti, stipendi bassi, contenziosi medico-legali, scarse tutele e tecnologie insufficienti, mentre molti chirurghi scelgono estero o privato.

Il ricorso alle sale operatorie potrebbe diventare più difficile: a rischio è 1 intervento chirurgico su 10. Non nell’immediato, ma in un arco di tempo molto breve, ossia in soli 5 anni. L’allarme arriva dalla Società Italiana di Chirurgia, secondo cui a pesare sono i numeri: aumentano, infatti, i camici bianchi che vanno in pensione, mentre i giovani fuggono all’estero o abbandonano questo ambito di specializzazione.

Un fenomeno in crescita, dagli USA all’Italia

Il fenomeno, che preoccupa i chirurghi italiani, è già presente negli Stati Uniti. Secondo uno studio, appena pubblicato sul Journal of the American College of Surgeons e presentato al congresso del Collegio Americano dei Chirurghi concluso pochi giorni fa a Washington, Oltreoceano ci sono già 15 milioni di persone che non possono fare affidamento su un medico chirurgo. La situazione, che finora ha interessato soprattutto zone meno densamente abitate, potrebbe a breve estendersi e, soprattutto, riguardare da vicino anche l’Italia. “Un’emorragia che entro 5 anni porterà, a livello nazionale, al sorpasso dei pensionabili sui giovani specialisti, con il rischio che l’accesso alle sale operatorie diventi in media più critico per 1 intervento di chirurgia generale su 10. Ma la situazione peggiora in alcune aree del Paese che rischiano di restare senza chirurghi. Servono subito maggiori tutele giuridiche, accesso più ampio alle nuove tecnologie e più incentivi economici”, avverte Ludovico Docimo, Presidente della Società Italiana di Chirurgia (SIC) e ordinario di chirurgia generale all’Università Vanvitelli di Napoli.

La “crisi vocazionale”

Gli esperti parlano di “crisi vocazionale” per la chirurgia, “ormai strutturale dal 2021, quando i contratti di specializzazione non assegnati hanno cominciato a diventare un fenomeno costante e l’esodo di chi lavora nel servizio pubblico è ormai a un punto di non ritorno”, come sottolinea la SIC. Oggi i numeri restituiscono una fotografia chiara: nel 2026 un terzo dei posti della specialità di chirurgia è scoperto, con punte più gravi in varie aree, con punte fino a 9 posti su 10 senza un medico specializzato.

I numeri del problema in Italia

“L’Italia non dispone di studi sulla forza lavoro chirurgica equivalenti a quello americano, ma i segnali vanno nella stessa direzione, con il rischio che molte aree restino in pochi anni senza chirurghi – sottolinea Docimo -. I dati del 2026 sulla copertura delle borse di specializzazione in chirurgia generale, infatti, pur segnando una lieve controtendenza rispetto all’anno scorso, con il 30% di posti vuoti contro il 37,8% del 2025, confermano che la crisi vocazionale è tutt’altro che superata. Ad oggi, a livello nazionale, restano infatti scoperti 193 posti su 646 banditi, pari a quasi un terzo di quelli disponibili, con punte ben più gravi in alcune aree del Paese”.

La mappa della chirurgia nel Paese

A indicare quali sono le aree critiche al momento è ancora il presidente della Società Italiana di Chirurgia: “A L’Aquila, ad esempio, non è stato assegnato nessun contratto, a Udine e Genova quasi 9 posti su 10 sono rimasti vuoti, mentre a Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia quelli occupati non superano il 20%. A questo si aggiunge che il 10% dei posti assegnati è destinato ad essere abbandonato prima di cinque anni di corso, e il 10% di chi si specializza va a lavorare all’estero o nel privato. Inoltre, tra i primi 1.000 classificati al concorso, solo 9 hanno scelto la chirurgia generale”, precisa Docimo, che chiarisce come al fenomeno della riduzione dei giovani chirurghi si aggiunga anche quello dell’uscita degli attuali camici bianchi, per motivi di età e non solo.

Pochi giovani, molti pensionamenti: manca il turnover

“Entro il 2030 potrebbero lasciare il servizio, spinti da stress, carico di lavoro e scarse risorse, circa 2.800 chirurghi dei 6.500 assunti negli ospedali, mentre i giovani specialisti, in base ai posti coperti nelle scuole di specializzazione dal 2022 ad oggi, non arriveranno a 1.300, con un saldo negativo di circa 1.500 chirurghi che le strutture pubbliche potrebbero avere difficoltà a compensare”, prosegue il presidente dei chirurghi italiani, che parla di “Una proiezione allarmante, frutto del divario tra un calo del 20% dell’organico e un aumento atteso del 12% della domanda di cure chirurgiche previsto nei prossimi cinque anni sulla base dell’andamento demografico, dei modelli di utilizzo dei servizi sanitari e del rapporto tra chirurghi e popolazione”.

A rischio 1 intervento su 10

La situazione è tale per cui Docimo chiarisce che “tutto questo si traduce per i pazienti in un accesso più critico al bisturi con 1 intervento di chirurgia generale su 10 a rischio sui 650mila eseguiti ogni anno, tempi di attesa destinati ad allungarsi sempre di più e distanze sempre maggiori da percorrere per ricevere cure chirurgiche, soprattutto nelle regioni del Sud”. A preoccupare è anche il divario rispetto ad altri Paesi europei: secondo i dati Eurostat, oltre il 50% dei chirurghi generali italiani che lavorano in ospedale ha più di sessant’anni, contro il 32% della Spagna e il 44% di Francia e Germania.

Perché diminuiscono i giovani chirurghi

Inevitabile, dunque, interrogarsi sulle cause del problema: “I motivi del drammatico allontanamento dei giovani dalla chirurgia, fino a qualche tempo fa molto ambita e invece oggi tra le specialità chirurgiche più in crisi, sono da individuarsi nei turni di lavoro massacranti rispetto a un riconoscimento economico non adeguato, tra i più bassi dell’Europa occidentale. A questo si aggiungono la mancanza di uno scudo penale, ancora all’esame del Parlamento, e un crescente contenzioso medico-legale, pari a +150% nel corso di 10 anni, che nella maggior parte dei casi si dimostra privo di fondamento, ma che fa aumentare vertiginosamente i costi delle coperture assicurative, che superano gli stessi guadagni dei giovani specialisti. Per non parlare poi delle crescenti aggressioni – sottolinea Docimo – A pesare anche il lento aggiornamento del parco tecnologico, soprattutto per le procedure robotiche che spinge i giovani a trasferirsi all’estero per acquisire competenze più all’avanguardia, proprio quando avremmo bisogno di chirurghi più aggiornati. Tutto questo induce i giovani a trovare collocazioni lavorative nelle strutture private o a migrare verso altri Paesi, dove vengono apprezzati ovunque, a conferma della grande tradizione formativa del nostro Paese” Da qui l’auspicio per il futuro: “Occorre quindi realizzare un programma strategico che torni ad attrarre i giovani alla chirurgia, tutelandone la scelta con un accesso più ampio alle nuove tecnologie e maggiori tutele giuridiche ed economiche, prima che la carenza di specialisti diventi irreversibile”, conclude il presidente della Sic.