Più di tre anni in coma, poi l’annuncio della scomparsa. La Principessa Bajrakitiyabha si è spenta giovedì 11 giugno. Quarantasette anni, figlia maggiore di Re Vajiralongkorn, avvocata formata alla Cornell University, ambasciatrice ONU. La Thailandia è in lutto per la scomparsa di una donna che aveva scelto di usare il proprio privilegio per cambiare le cose.
La morte della Principessa Bajrakitiyabha dopo tre anni di coma
Il calvario della Principessa Bajrakitiyabha era cominciato il 14 dicembre 2022, quando durante una passeggiata con i cani aveva accusato un arresto cardiaco. Da quel momento non si è più svegliata, e il Palazzo ha mantenuto il massimo riserbo sulle sue condizioni, com’è tradizione nella monarchia thailandese, dove la salute dei Reali è un argomento blindatissimo.

Le poche comunicazioni ufficiali trapelate negli anni non lasciavano spazio all’ottimismo. Nell’agosto 2025, i medici avevano segnalato una grave infezione nel flusso sanguigno, tanto che si era reso necessario l’uso di dispositivi medici e farmaci per tenere in funzione polmoni e reni. A maggio 2026, un nuovo bollettino aveva descritto un quadro ancora fragile, con parametri instabili e problemi cardiocircolatori. Il quadro clinico, insomma, si era progressivamente aggravato fino al decesso, avvenuto alle 19.48 dell’11 giugno.
E adesso per la Thailandia inizia un periodo di interrogativi. Il Re non ha mai detto chi gli succederà. Bajrakitiyabha veniva considerata da parecchi analisti come la candidata più adatta, proprio per il curriculum e l’impegno pubblico. Con ogni probabilità, a succedere al Re sarà il figlio minore, il Principe Dipangkorn Rasmijoti. Gli altri quattro figli maschi, avuti dalla seconda moglie, vivono negli Stati Uniti e sono stati diseredati nel 1996.
Chi era la Principessa Bajrakitiyabha
Di Bajrakitiyabha si parlerà ancora a lungo in Thailandia. Nata nel 1978 dentro le mura del Palazzo Dusit, era venuta al mondo dall’unione tra Vajiralongkorn e Soamsawali, la sua prima moglie. Aveva studiato alla Rajini School di Bangkok, poi il trasferimento in Inghilterra, alla Heathfield School di Ascot. Tornata in patria, la laurea in Giurisprudenza alla Thammasat University, e poi via di nuovo: destinazione Ithaca, nello Stato di New York, dove la Cornell le ha dato prima un master e poi un dottorato.
Ma se oggi il suo nome viene ricordato fuori dai confini thailandesi, il merito è soprattutto del lavoro che ha portato avanti per le donne detenute. È stata lei il motore dietro l’adozione, nel 2010, delle cosiddette “Regole di Bangkok”, il primo insieme di linee guida internazionali dedicate al trattamento delle detenute. Un risultato storico, nato dalla sua convinzione che il sistema carcerario fosse stato costruito quasi esclusivamente attorno alle esigenze maschili. Dirigeva anche il progetto “Kamlangjai” (“Ispirazione”), per sostenere le detenute thailandesi, anche madri o future madri, nel percorso di reinserimento.
“La società non può crescere se c’è instabilità e ingiustizia. Senza lo stato di diritto, senza un buon sistema giudiziario, regna sempre il caos”. Oggi, alla luce della sua scomparsa, queste parole sono un testamento. La Thailandia perde una donna che, dal privilegio della nascita, aveva scelto di dedicarsi a chi quel privilegio non l’aveva mai conosciuto.