Il dolore di non essere diventata madre

Vi racconto la mia storia per spiegare a chi chiede con tanta leggerezza a una donna: «Perché non fai un bambino?», che certe domande feriscono più dei coltelli

Ho sempre amato i bambini. Invidiavo le mie amiche che avevano fratelli e sorelle minori, mentre io ero figlia unica. Ho sempre avuto pazienza, ho insegnato ai miei cuginetti ad andare i bicicletta e ad allacciarsi le scarpe, giocavo con loro, stavo attenta che non si facessero male e che non si cacciassero nei guai. Le zie mi adoravano, per loro ero la nipote paziente e affidabile. E stravedevano per me anche i bambini, ci ho sempre saputo fare. Durante gli anni dell’università ho sempre affiancato agli studi il lavoro di babysitter. Pensavo che diventare madre fosse scritto nel mio destino. Purtroppo non è andata così.

Diamo per scontate tante cose nella vita. Io l’ho fatto. Ho dato per scontato che il mio compagno storico, quello che è stato insieme a me per 15 anni, sarebbe diventato il padre dei mei figli. Ci siamo conosciuti negli anni dell’università, e ben presto quella che sembrava solo una storia tra due ragazzi forse troppo giovani, si è rivelata una relazione importante. Quella che ci ha portato a condividere lo studio, le amicizie, le prime esperienze lavorative. E poi, a poco a poco, anche la convivenza. Ecco, avrei dovuto capirlo subito, perché già in quegli anni c’era qualcosa che stonava. Ero stata io, dopo nove anni insieme, a dover insistere per fare quel passo. Lui stava tanto bene dove stava, a casa di mamma e papà, terzogenito dopo due femmine, amato e coccolato, quello che a 30 anni suonati era visto sempre come il piccolo di casa. Ma io scalpitavo, io sognavo un nido tutto nostro. E alla fine lui mi ha accontentata.

Sapete, in realtà quella che si è sono accontentata col senno di poi sono stata io. Mi sono accontentata di un ragazzo che in fondo non voleva costruire qualcosa con me, ma solo assecondarmi. E sono passati i mesi, gli anni. Tra alti e bassi, ma tutto sommato sono stati anni sereni. Nei quali però mancava il sale, mancava un collante forte che ci tenesse insieme oltre alla quotidianità, un progetto comune. Il tempo andava avanti e io vedevo le mie coetanee diventare mamme. Poi vedevo diventarlo le mie amiche più giovani. E pure quelle che un tempo erano le mie cuginette, quelle alle quali da bambina giocavo a fare da mamma.

Ma il mio compagno non pareva farsene un cruccio, a lui le cose andavano bene così com’erano, nella nostra routine fatta di lavoro, hobby, famiglia, amici. Bastava così in fondo: «Siamo felici, non ci manca niente» continuava a ripetermi. «Guardale le coppie dei nostri amici alle prese coi loro pargoli, non escono più, sono sempre stanchi perché non dormono la notte, non viaggiano più. Ma che voglia hai?». E io provavo a spiegarglielo che avrei volentieri rinunciato ai weekend in moto o a un viaggio, per un figlio. Eccome se l’avrei fatto, ma lui mi diceva che ero matta, sminuiva e probabilmente fingeva di non vedere che i miei occhi si velavano di lacrime. Le cacciavo giù, come se in fondo sapessi che nella nostra apparente perfezione camminavamo su un crinale franoso, e da un momento all’altro potevamo cadere. E allora tenevo la mia frustrazione dentro, quando avrei voluto farla esplodere. Ma non volevo farci vacillare.

Soffiavo su 38, 39, 40 candeline. Il tempo faceva tic tac tic tac… Ma io non vedevo comparire la linea positiva su nessun test di gravidanza. Mi sono fatta coraggio e ne ho parlato con lui, gli ho chiesto che dovevamo rivolgerci a dei medici, a una clinica della fertilità per fare degli esami, capire se c’era qualcosa che non andava in me o in lui. La risposta è stata una porta sbattuta in faccia. Era una domenica, lasciò il pranzo a metà sul tavolo della cucina. Tornò a casa la sera. Scuro in volto ma più calmo: «Se non sono arrivati figli non era destino. Quindi non capisco perché accanirsi». Questa fu la sua sentenza. In una delle discussioni che ne seguirono le settimane dopo, se ne uscì con una frase che mi fece davvero male. Mi disse che in fondo lui i figli non li aveva mai desiderati.

Quando due si mettono insieme e fanno sul serio dovrebbero mettere subito certe cose in chiaro. Ma non è semplice, stare insieme, essere una coppia, non è come comprare una caldaia, che basta guardare le specifiche e sai cosa ti offrirà. Mi sono innamorata del mio compagno a 26 anni, non mi è venuto in mente di chiedergli se anche lui sognava di diventare padre. Lo sapeva che stravedevo per i bambini, ho dato per scontato che anche noi avremmo formato una famiglia con dei bambini. E ho sbagliato.

La nostra vita di coppia non ha retto a questo terremoto. Siamo rimasti insieme per altri due anni, mese più mese meno. Poi ci siamo detti addio. Al momento non ho nessuno al mio fianco, e ormai ci ho messo una pietra sopra: non stringerò mai tra le braccia un figlio. Questa è la mia storia. Perché ve l’ho raccontata? Per alleggerire il peso che ho sul cuore. Per cucire un filo di comprensione e sorellanza nei confronti di tutte le donne che hanno un vissuto simile al mio. E infine per spiegare a chi chiede con tanta leggerezza a una donna: «Perché non fai un figlio?» che certe domande feriscono più dei coltelli.

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Il dolore di non essere diventata madre