Silvia Salemi, i suoi sogni nelle tasche: “La musica è stata terapia di salvezza”

La cantautrice siciliana è tornata con un nuovo singolo e a DiLei si racconta a 360°: tra musica, vita privata e nuove consapevolezze

C’è consapevolezza, forza e schiettezza nello sguardo e nelle parole di Silvia Salemi. La cantautrice siciliana è tornata con I sogni nelle tasche, brano che racconta di un percorso interiore che porta ad affrontare le proprie paure e trovare il coraggio per vivere a pieno la vita.
“I significati di questa canzone sono tanti – ci racconta – innanzitutto trovarsi virtualmente intorno a un tavolo di scrittura era una cosa che non mi era mai successa e la pandemia è riuscita a fare anche questo. Io lo chiamo un piccolo miracolo perché sì, ci conosciamo tutti, ci incontriamo agli eventi, alle serate, nelle trasmissioni televisive, però poi scrivere una canzone insieme è stato diverso. Miriferisco in particolare a Marco Masini, l’abbiamo scritta diciamo in modalità smart working, a distanza. Questo è l’aspetto della novità.

Sotto l’aspetto poetico-musicale è un brano in continuità con la canzone precedente, Chagall, una canzone che ha una sola richiesta, quella di essere ascoltata. Non mira a stupire, mira a dare un messaggio, che è quello di non riempirci le tasche di pesi: non dobbiamo porci dei pesi, porci dei limiti. Non parlo di rispetto dell’altro, della legalità, di saper stare al mondo, ma parlo di limiti che limitano la nostra felicità, la nostra creatività, i nostri progetti per il futuro, tutto quello che in qualche modo ci può fare sognare e realizzare sogni senza porci limiti. Ho voluto mettere della leggerezza nel posto in cui di solito mettiamo le chiavi di casa, della macchina, appunti. Finalmente svuotiamo le tasche di tutto questo e ci mettiamo dei sogni”.

Quali sono i tuoi sogni nelle tasche?
Ognuno ha i sogni impossibili, quelli un po’ alla Steve Jobs, quelli be foolish…E quindi il sogno come voglio immaginare una cosa folle perché mi aiuta a vivere meglio. Poi ci sono i sogni realizzabili, come fare un altro disco, fare un programma radiofonico, seguire la crescita delle mie figlie, diventare una donna adulta e consapevoli. Più che sogni quelli sono desideri.
Desideri che sono già assolutamente realizzati.

Parlando del tuo percorso, hai esordito con A casa di Luca, poi per chi non ti ha seguito in altri progetti dal punto di vista musicale sei un po’ scomparsa, ma in realtà non ti sei mai fermata…
Infatti era un po’ paradossale. Quando ho fatto Ora o mai più era paradossale perché alle 9 di sera ero su Rai 1 a dire “eccomi qua, voglio ricominciare” e due ore dopo ero su Rete 4 a condurre un programma. Era un po’ concettualmente strano dire ora o mai più, perché – come dici tu – non mi sono mai fermata. Però nel nostro bellissimo paese paghiamo un po’ lo scotto del dire che se sei una cantautrice non puoi essere altro. Mentre negli Stati Uniti è normale poter essere cantautori, stilisti, magari fare anche teatro, essere poliedrici è un plus, nel nostro paese è considerato come un “è sparita dalla musica”, quando una magari sta facendo due trasmissioni televisive, la radio, il tour. Il pubblico è sempre pubblico, alla fine il tratto comune è comunicare, stare con le persone.

A proposito di comunicare, tu hai scritto un libro, autobiografico, che racconta un evento molto personale, drammatico che ha colpito la tua famiglia. Come si trova il coraggio di raccontare agli altri una cosa così intima?
Forse il coraggio non l’ho mai trovato, ho fatto solo un necessario riordino di cose che mi hanno colpito, riguardato, anche solo per fare un ordine cronologico che mi desse il perché di alcuni passaggi. Oggi tutto questo mi sembra logico. Mi sembra logico che quando ero bambina, a 18 mesi ho sofferto per la scomparsa di mia sorella e ho avuto un mutismo e poi vent’anni dopo sono diventata una cantante. Se tu non ragioni sui vari passaggi mettendoli per iscritto, mettendoli fuori da te, forse non ci fai mai i conti e per me questo libro è stato un fare i conti con i vari passaggi storici.

Il fatto di condividerlo con gli altri mi è servito per far capire, per esempio: oggi mi vedete con l’abito da sera, però l’abito da sera presuppone che io mi sia fatta una doccia, mi sia comprata l’abito, mi sia truccata, mi sia vestita. Ho spiegato al mio pubblico insomma perché io oggi sono diventata questo, perché per me la musica è stata una terapia di salvezza e perché io oggi faccio varie cose nel mondo dello spettacolo, perché per me è così importante comunicare, non stare mai muta, assente. Proprio perché un giorno un dottore ha detto a mia madre scegli tra questa figlia e un’altra e mia madre ha scelto di tenermi e di farmi venire al mondo. È come se ripagassi la fiducia che ha avuto mia madre nel mettermi al mondo. È un pensiero complicato, ma nella mia testa ha trovato ordine così.

Questo bisogno forse si riflette anche nel fatto che le tue canzoni non siano mai banali, con testi molto ricercati e un’attenzione alla scelta delle parole. Hai dichiarato che per te le canzoni devono avere un valore che duri nel tempo, un po’ come è stato per A casa di Luca
A casa di Luca è una canzone difficile da ripetere, è una canzone generazionale, proprio per il testo, ha avuto il premio della critica ed è sempre attuale, sempre moderna, è un messaggio che ancora oggi ti dà delle cose da cogliere. E io non potevo tradire quel messaggio, io non potevo fare venti brani così perché sarebbe stato un replicarsi, però in ogni canzone che scrivo posso metterci quell’onestà, che poi non è solo mia perché quella è stata scritta con un altro autore che purtroppo non c’è più che si chiama Giampiero Arteggiani e che manca tanto proprio perché è una scrittura che non c’è più.

Oggi c’è una scrittura descrittiva del momento, hic et nunc, deve catturare il pubblico. E attenzione, non è una critica, lavoro in radio e passo tantissima musica diversa proprio perché sono dell’idea che è il pubblico che sceglie, non c’è una musica superiore all’altra: l’operetta è come il jazz, il jazz è come il pop. Però c’è la musica superiore per noi, la libertà di poter dire “in questo momento io ho bisogno di dare questo messaggio, per me è più forte l’esigenza artistica di dire questa cosa”. Nella mia scala di valori personali, di emozioni, oggi è più importante dire quella cosa e con quella musica e mi sento onesta. Non sarebbe la stessa cosa se facessi un reaggeton o un rap, non ne sarei neanche capace, quindi sarei comunque disonesta. Chi sa farlo deve farlo, io so fare quella musica lì, con video molto lineari, puliti. Anche oggi io non sono super truccata, sono in casa con un abito rilassato e parlo con te, perché il tuo tempo te lo dedico con onestà, non mi faccio artifici, non metto una maschera, sono me stessa.

E questo secondo me è un messaggio che dovremmo far passare ai nostri giovani, che spesso non hanno il coraggio di essere se stessi e allora si modificano già all’età di 16 anni, spesso hanno delle facce che non sono quelle che ha dato loro la natura. Per cui bisogna essere forti di quello che siamo, non aver paura: non c’è un modello di perfezione. Non è importante chi ha una quinta di seno e meno importante quella che è piatta: la testa fa la differenza.

Tu hai due figlie, quanto è importante far passare questo messaggio e che non si lascino trasportare dalla logica dell’immagine che domina oggi con i social?
L’insoddisfazione fa parte dell’essere umano, quindi lo saremo a 15 come a 40 come a 100 anni. A maggior ragione a quest’età, l’insoddisfazione per la propria immagine anche quando sono ragazze gradevoli e carine fa parte della loro età. Io parlo loro con termini concreti: se ti cambi, ti modifichi, dovrai farlo tutta la vita perché non ci sarà più il tuo viso, ce ne sarà un altro e dovrai sempre aggiustare gli aggiustamenti.

Peraltro, creare delle distrazioni positive le distoglie da queste cose che possiamo tranquillamente definire str*** perché non ti fanno vivere e non ti fanno neanche stare meglio, perché il cambiamento ti va bene oggi, ma già domani non va più bene perché sei di nuovo insoddisfatta. Quindi creare delle distrazioni con il mondo che è intorno a loro: lo sport, la musica, la cultura, l’informazione. Va benissimo usare i social, stai un’ora su TikTok, poi torni alla vita reale, prendi la racchetta in mano o la chitarra e vivi. L’importante è che le loro teste siano introiettate a mettere dentro cose che non siano solo l’immagine, le labbra perfette. Serve anche quel confronto, perché bisogna sviluppare senso critico.

Mio padre mi ha messo una sigaretta in mano a 6 anni, perché vedeva la mia curiosità e nel terrore che io fumassi è stato intelligente, mi ha detto: “eccoti la sigaretta, accendila”, io l’ho accesa, ho fatto un tiro e mi ha così nauseato e schifato che io non sono una fumatrice e non lo sarò mai, ma senza proibizionismo. In casa mia esiste offrire una realtà, scegliere sapendo certe cose, formare delle persone consapevoli.

Ora sei tornata alla musica con questi due singoli, c’è l’idea di farne poi un album o resteranno progetti autonomi?
Sì, c’è l’idea di fare poi una raccolta di tutto questo, ma di continuare sull’onda del qui e ora, dell’avere qualcosa da dire e da raccontare e non dalla necessità di avere 12 pezzi per fare un album. Nell’attesa di avere l’album faccio dei singoli, perché i singoli sono come dei gioielli, dentro c’è tutto il nostro lavoro e sarebbe un peccato tenerli fermi in attesa di avere l’album. Pensa se durante la pandemia i produttori cinematografici invece di rimanere fermi per far vedere l’intero film avessero potuto far vedere 15 minuti, l’avrebbero fatto. Il film nei 15 minuti non è un fatto finito, devono per forza far vedere tutta la pellicola e quindi si sono dovuti fermare. Noi nella musica abbiamo la fortuna di poter raccontare una storia, di poter dire qualcosa in pochi minuti, un piccolo film che è una canzone, quindi perché non farlo. Io ho lanciato Chagall a settembre e I sogni nelle tasche ora, anche per lanciare questo messaggio.

C’è tra i sogni la possibilità di tornare a Sanremo, lì dove tutto è cominciato?
È una domanda che mi fanno spesso e tutte le volte ho il terrore. Perché l’ho fatto 4-5 volte e l’ho fatto scanzonatamente, a 18 anni, a 20 anni, a 25, prima di sposarmi comunque e oggi avrei il terrore di farlo perché Sanremo devi farlo con la testa libera e devi dedicarti completamente. Io so che non lo farei con questo spirito, perché ho la radio, le ragazze, scrivo, faccio altre cose e allora mi chiedo: ha senso spingere su un tasto quando poi vai lì e non ci sei al 100%? La tentazione è forte, perché è un bellissimo palco, mi ha dato tanto, mi ha dato l’occasione di farmi conoscere dal grande pubblico, ringrazierò sempre l’Ariston di esistere. Però proprio per questa riconoscenza lo devi fare bene, con serietà, quindi lo farò quando sarò pronta.

Sentendoti parlare è evidente come nei tuoi ragionamenti non ci sia opportunismo, sono tue scelte, ma non rischiano di essere controproducenti rispetto alle logiche della discografia di oggi?
Sì, sono scelte che pago, come ho pagato la scelta di stare fuori dalla musica per dieci anni per godermi le mie figlie, fare la mamma a tempo pieno che c’è sempre notte e giorno, che non spegne mai il telefono e non è concentrata su altro. Ho guadagnato nel vivermi le mie ragazze senza perdermi loro momenti, ma perdendo una gorssa fetta del mio percorso musicale, che poi per ripartire ha richiesto un grosso impegno e un grandissimo sacrificio, era come una startup, quindi tanta fatica. Però nella vita essere sinceri, onesti e anche un po’ controconrrente secondo me paga. Tutto sommato sono in giro dal 94, siamo nel 2021 e sono ancora qui. Ci sono artisti che durano una stagione e basta: essere onesti e sinceri in quello che si fa alla lunga paga.

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