Maurizio Donadoni: “Serena Rossi? Straordinaria ne La Sposa. E Luisa Ranieri…”

Maurizio Donadoni ci racconta de La Sposa, della bravura di Serena Rossi e della sensualità di Luisa Ranieri e della sua lunga amicizia con Luca Zingaretti

Maurizio Donadoni è uno degli attori italiani più amati. Adesso in tv sta spopolando con La Sposa, la fiction di Rai 1 con Serena Rossi, dove interpreta Vittorio, lo zio di Italo (Giorgio Marchesi) al quale organizza un matrimonio per procura con Maria.

A noi Maurizio Donadoni ha raccontato del suo personaggio, del successo de La Sposa, dell’atmosfera sul set con Serena Rossi e Giorgio Marchesi, ma anche della seconda serie de Le indagini di Lolita Lobosco e della sua amicizia con Luca Zingaretti, nata molto prima di Montalbano.

Nella fiction La Sposa interpreti Vittorio, ci racconti del tuo personaggio?
Persone come Vittorio le ho conosciute durante la mia infanzia. Io vivevo in una cascina in provincia di Bergamo. E quando mi sono trovato a interpretarlo, ho attinto dal mio vissuto, da quello che conoscevo. Quindi, da un certo punto di vista è stato facile calarmi nel personaggio ed è stato anche bello per me. Vittorio appartiene a un mondo di gente piuttosto brusca, un po’ incapace di esprimere i sentimenti, ma ho sempre riscontrato anche in chi è più chiuso una capacità poi di risvegliare la propria umanità, il proprio calore. Certo, ci vuole un catalizzatore come lo è Maria che non a caso viene da una regione più calda come la Calabria. Nell’interpretare Vittorio ho cercato di utilizzare quello che conoscevo, perfino episodi familiari. Ad esempio la scena del telefono è accaduta davvero a casa mia: la prima volta che è squillato il telefono, ci è sembrato così strano, ci ha lasciato tutti stupiti. La Sposa è ambientata negli anni Sessanta e quello era un periodo di grandi cambiamenti, in cui tutto si stravolgeva. La società stava mutando e chi aveva vissuto in altre epoche restava attonito di fronte a tutte queste trasformazioni. Un po’ come quello che sta accedendo oggi con la rivoluzione digitale.
Io ho cercato di far rivivere quel mondo lì, Vittorio è una persona scontrosa ma in fondo buona, anche perché ha avuto un’infanzia dura e lo dice, riferendosi al nipotino, Paolino [figlio di suo nipote Italo ndr]: ‘Alla sua età già lavoravo’. Io mi ricordo che in effetti era così, da bambini ci mandavano a rastrellare i campi.

Nella seconda puntata, andata in onda domenica 23 gennaio, Vittorio appunto si riscatta e mostra il suo lato tenero
Sì, perché ci tiene a Paolino [interpretato dal piccolo Antonio Nicolai]. Ha tanti pudori, non vuole far vedere che ha a cuore le persone, non vuole mostrare i suoi sentimenti. Ma è tipico di questi omoni grandi e grossi e pieni di pudori appunto. Vittorio vive in un’altra epoca rispetto alla nostra, ad esempio io non ho mai visto i miei genitori baciarsi, eppure si volevano un gran bene. Oppure a tavola mio papà pretendeva il silenzio. Invece è così bello mostrare i propri sentimenti e le fiction come La Sposa aiutano a sgelarsi un po’.

Qual è la chiave del successo de La Sposa?
Credo che La Sposa sia piaciuta così tanto perché racconta di un’epoca in cui la gente aveva un rapporto diretto, non mediato dalla tecnologia. Forse si ha nostalgia di un mondo, che indubbiamente aveva i suoi problemi, in cui tutto era più vivo e in cui si aveva fiducia nel progresso e nello sviluppo. Le persone avevano ancora la speranza di potersi migliorare, di crescere. C’era la luce nel loro futuro, come commentava Pasolini a proposito di Roma, città aperta. Poi quando uno pensa alla sua gioventù, quel periodo è sempre il più bello [ride ndr].

Com’è stato lavorare con Serena Rossi e Giorgio Marchesi, rispettivamente Maria e Italo nella fiction?
Giorgio Marchesi, che tra l’altro è di Bergamo come me, è bravissimo. Nell’interpretare Italo ha usato tutti quei mezzi toni tipici dei giovani degli anni Sessanta che non avevano rotto i ponti col passato ma allo stesso tempo erano attratti dal futuro e avevano questa voglia di entrare in contatto con un’altra realtà che nella fiction è rappresentata dal suo rapporto con Maria.
Serena Rossi è superlativa e se i critici non si accorgono del lavoro che ha fatto, vuol dire che hanno delle fette di salame sugli occhi spesse 5 centimetri. Già solo la frenologia del suo volto… Si è completamente annullata nel personaggio. Sul set non l’ho mai sentita una volta esigere qualcosa, del trucco. Ma la vedi com’è? Così, naturale, come erano le donne allora in campagna, coi calzettoni, le gonne messe un po’ così. Tanto è vero che una volta l’ho incontrata fuori dal set durante una riunione di produzione. Era vestita normalmente e truccata e io non l’ho nemmeno riconosciuta. Lei mi guardava e mi ha detto: ‘Ma non mi saluti? Sono Serena’ [ride ndr]. Lei ha fatto un grandissimo lavoro, oserei dire più di un lavoro perché è riuscita a condensare lo spirito delle donne di quell’epoca. Certamente, la condizione femminile era disagiata, ma le cose stavano cambiando. Le donne stavano acquisendo maggiore consapevolezza di sé e anche un senso del dirigere e del comando senza però mai perdere il sorriso. Ed è esattamente quello che ha fatto Serena Rossi. Non c’è nessuna inquadratura dove lei non sorrida e questo è un aspetto molto importante. Ha incarnato la capacità delle donne di superare il momento divisivo, al contrario degli uomini che sono più distruttivi. Certo, a volte è necessario distruggere per poter costruire qualcosa di nuovo. Ma la dolcezza, la cura, l’attenzione per gli altri sono altrettanto fondamentali e Serena col suo personaggio li ha resi evidenti. Maria è una donna completa, che non rinuncia a esprimere le sue idee, che si impone, ma non aderisce a modelli imposti da un’emancipazione che si pone in contrasto con l’uomo. Al contrario, lei cerca la collaborazione. In questo senso Maria è come un raggio di sole che penetra in un luogo molto freddo. Comunque, la fiction non ha pretese sociologiche, ma racconta una favola, la storia di una persona che arriva in un’altra famiglia e deve vivere.

La Sposa è stata girata in diverse regioni d’Italia: qual è la location che più ti è piaciuta?
La cascina l’ho sentita più mia, anche perché ci ho ritrovato gli attrezzi della mia infanzia, mi sembrava di essere tornato a casa. E poi il Sud ha tutto un altro colore. Io adesso vivo a Ronciglione, in provincia di Viterbo, nei luoghi di Pasolini e non riuscirei più a vivere al Nord.  Sono diventato un po’ più meridionale di quando sono nato [ride ndr]. Comunque, viva l’Italia perché è tutta bella.

Pensi ci sarà una seconda stagione de La Sposa?
Non lo so, ma me lo auguro. Immagino, visto che ha avuto tanto successo, che la storia continuerà.

A proposito di grandi donne, hai lavorato anche in Carla: come è stato far rivivere un mito?
Anche lì un tipo di donna ammirevole, dura come l’acciaio con se stessa per acquisire la perfezione. Sono stato orgoglioso di aver partecipato a questo film che racconta di un’epoca più o meno simile a quella della Sposa in cui l’Italia si stava affermando anche all’estero grazie alle sue eccellenze come la Fracci e senza quella gigioneria che a volte abbiamo oggi. Carla Fracci ha sempre lavorato sodo per arrivare a livelli stratosferici nella sua professione. Appena raggiunto un successo, iniziava a lavorare per superarlo. Una persona eccezionale che resta semplice, incarnando valori come la pazienza, la forza di volontà. Come dicono gli inglesi, il genio è 10% ispirazione e 90% traspirazione, cioè sudore.

Dopo La Sposa dove ti vedremo?
Intanto sto lavorando alla seconda stagione de Le indagini di Lolita Lobosco. Per me è una sfida perché devo fare un po’ quello di Bari, perciò chiedo scusa ai baresi. Ma sono contenta perché è un’altra produzione piena di colore. E poi Luisa Ranieri riesce a dare questo primato di una donna in polizia. Se mi è concesso, lei dà al personaggio una grande sensualità grazie alla sua femminilità, al suo essere prorompente.

Per altro tu hai lavorato anche con il marito di Luisa Ranieri, Luca Zingaretti
Eh sì e non solo in Montalbano. La prima volta che l’ho incontrato, Luca doveva ripetere una trentina di volte ‘Sì, signore’, rispondendo a un colonnello. Mi colpì molto per la sua bravura tecnica e per la sua intelligenza, glielo dico sempre. Poi abbiamo lavorato insieme a teatro, a Parma, dove mettevamo in scena uno spettacolo di Horovitz. Eravamo io, Stefania Sandrelli, Luca Zingaretti e Bruno Armando. Luca l’ho conosciuto quando ancora non era Montalbano ed eravamo dei garzoncelli scherzosi, anche se lui è un po’ più giovane di me. Adesso se vai in giro con lui, è un casino, non è mai da solo. Lo fermano tutti. Una volta, in un ristorante in Sicilia non riusciva a mangiare, tutti gli chiedevano foto, autografi e lui devo dire che ha una bella resistenza [ride ndr]. E intanto gli spaghetti si raffreddavano.

Maurizio Donadoni

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