Enrico Galiano: ”Impariamo ad ascoltare i ragazzi. Ora più che mai”

Enrico Galiano, uno dei professori più conosciuti e amati, ci ha detto la sua su didattica a distanza, scuola post lockdown, studenti, genitori e quell'amore, e vocazione, che dovrebbe muovere ogni insegnante

Enrico Galiano è uno dei professori più amati e conosciuti in rete. Merito del suo essere “social” ma anche e soprattutto della semplicità e chiarezza con cui riesce a parlare ai ragazzi e dei ragazzi. Chiunque abbia letto un suo post, una sua riflessione, un suo libro (ne ha scritti 6) non può non essere rimasto affascinato da quello che dice e da come lo dice. Soprattutto, dall’amore che trapela dalle sue parole per il lavoro che fa e per chi lo fa: gli studenti. Forse perché è un insegnante convinto che il suo lavoro debba partire dalla vocazione. E dalla convinzione che i ragazzi siano sempre pieni di luce. Quando si spegne, è perché qualcuno l’ha oscurata.

Lo abbiamo raggiunto per chiedergli un parere sulla attuale situazione della scuola e per farci raccontare gioie e dolori del suo lavoro, soprattutto oggi.

Durante il lockdown avevi scritto: “Non si può insegnare a distanza. Magari istruire, inoltrare informazioni, trasmettere nozioni. Ma insegnare è un’altra cosa”. Sei ancora dello stesso parere?
In questi mesi mi sono fatto l’idea che la didattica a distanza offra ottimi strumenti di supporto alla didattica in presenza, e quindi che sì, sia possibile anche “insegnare” attraverso essa quando utilizzata nelle giuste dosi, a complemento della presenza. Ma resto dell’idea che la sola didattica a distanza non potrà mai sostituire quella in presenza. Non nel lungo termine. Però sai: faccio un lavoro per cui tutto può cambiare sempre. Se mi fai la stessa domanda tra un anno potrei aver cambiato nuovamente idea…

C’è qualcosa che potremmo dire ai ragazzi per aiutarli ad affrontare questa situazione complicata?
Sinceramente parlando, per ora i giovani sono quelli che la stanno affrontando meglio, con più senso di responsabilità e meno cedimenti. Forse dovremmo starcene un po’ zitti noi sedicenti adulti e prendere esempio da molti di loro.

E un consiglio ai genitori?
No, non ho consigli da dare. Non mi sento così al di sopra di loro per sciorinare consigli di nessun tipo: siamo tutti sulla stessa traballante barca. Cerchiamo solo di non farla ballare di più, abbandonandoci a isterismi inutili.

Avevi anche detto che “durante il lockdown si erano capite tante cose, tra le quali che a questo Paese della scuola e dei ragazzi interessa poco. La pensi ancora così, dopo questa ripartenza?
Sì, lo penso eccome. Smetterò di pensarlo solo quando l’argomento scuola sarà sempre ai primi posti nei titoli dei giornali, e non solo nei momenti di emergenza. Quando vedrò adulti responsabili che rinunciano alle ferie all’estero perché altrimenti potrebbe saltare il ritorno in classe. Quando non vedrò più la politica strumentalizzare notizie false o travisate (vedi i banchi con le rotelle, per dirne una) per accaparrarsi due voti in più.

Hai scritto “12 cose che devi sapere se vuoi essere un buon insegnante”. Ce ne dici almeno 3?
Te ne dico una, la più importante: che sì la competenza, sì lo studio, ma insegnare è prima di tutto una faccenda che ha a che fare con l’amore. Per quello che si insegna, e per quelli a cui lo si insegna.

Le caratteristiche fondamentali che dovrebbe possedere un buon insegnante?
Competenza, a patto che non sfoci nella pedanteria; empatia, a patto che non sfoci nell’assistenzialismo; vocazione, a patto che non sfoci nel farsi missionari.

La cosa o il momento più difficile che hai dovuto affrontare nella tua carriera?
Alunni abbandonati a sé stessi, senza una famiglia a supporto. Alla fine è sempre da cose come questa che sfociano le peggiori storie di abbandono scolastico.

E quello più bello?
Quando ti scrivono dopo anni per dirti che si ricordano di una tua lezione, o di qualcosa che hai detto loro, e quel qualcosa li ha spinti a decisioni importanti. Succede una volta ogni cinque anni, ma quando succede sono lacrime assicurate.

L’Italia celebra il 750°anniversario dalla nascita di Dante. Quali sono, a parer tuo, tre grandi autori del passato che ogni studente dovrebbe conoscere?
No, perché non mi ha mai convinto la locuzione che ognuno dovrebbe conoscere. Specie a scuola: se vuoi far amare la cultura, deve sparire il verbo dovere. Ti posso dire autori che però spesso toccano corde molto profonde nel cuore degli adolescenti: Catullo, Leopardi, Pirandello.

Molti insegnanti lamentano oggi la difficoltà di relazionarsi con i genitori, più che con gli studenti. La tua opinione in merito?
Mah, io tutto questo clamore intorno ai genitori che sarebbero il male mica lo vedo: certo, esistono situazioni spiacevoli (alcune anche molto spiacevoli), ma almeno per ora non mi è mai passato neanche lontanamente per la testa di mollare a causa dei genitori, che anzi molto spesso sono presenti e dotati delle migliori intenzioni. Fanno errori, certo, come ne facciamo noi insegnanti: ma credimi che non ne posso più di tutta questa guerra noi vs loro, dove non senti quasi mai un genitore parlare bene della classe docente o un insegnante parlare bene dei genitori. Il vero e solo pericolo non sono i genitori iperprotettivi – per quanto possano fare danni immensi: il grande pericolo per i ragazzi e le ragazze sono i genitori disinteressati, che non si presentano mai a ricevimento, che li lasciano a loro stessi. Perché poi sono sempre loro i casi più difficili, in ogni classe.

Hai detto: “Scrivo di ragazzi perché ogni volta ogni volta che li osservo, mi viene da urlare al mondo quanta bellezza c’è lì dentro, quanta forza, quanto coraggio. Scrivo di ragazzi per riconoscenza, per tutte quelle maledette volte che la vita mi ha preso a schiaffi, e io tornavo lì, aprivo la porta della classe, e spariva tutto, mi sembrava di rinascere”. L’amore che tu provi per loro è palese e dichiarato. Ne ricevi altrettanto?
Funziona in generale, ma con loro ancora di più: ricevi sempre quello che dai.

Hai anche scritto: “Insegnare non è buttare dentro roba. Insegnare è tirare fuori roba. Insegnare non è mettere insieme ingredienti, insegnare è mescolare. Muovere energia. Insegnare non è accendere desktop o schermi di cellulari, ma accendere idee, fare domande, svegliare dubbi, far passare la luce. Continui a vederla questa luce negli studenti di oggi? 
Certo che c’è, anzi da lì ne arriva la maggior parte. Solo che troppo spesso siamo noi “grandi” a oscurarla, aduggiandola con i nostri pregiudizi o con le nostre nefaste profezie autoavveranti. Se ci predisponessimo con maggiore apertura verso questa generazione, passerebbe molta più luce.

“Se si vuole davvero crescere, occorre soprattutto imparare a sbagliare”. Infatti hai scritto un libro che si chiama proprio “L’arte di sbagliare alla grande”. Cosa spieghi?
Che sbagliare non è bello, ma necessario. Necessario se si vuole vivere una vita piena, perché tutti i più grandi della storia sono anche stati i più grandi collezionisti di fallimenti epocali. Chi sbaglia piccolo farà sempre cose piccole, chi vuole fare cose grandi deve sapere che è necessario anche sbagliare alla grande.

“Un professore stile attimo fuggente” ha detto di te Gramellini. Ti ci riconosci?
Diciamo che, avendo scelto di fare questo lavoro anche grazie a quel film, più che altro è la cornice perfetta per il quadro che sento di essere. Ma credimi che insegnare è molto spesso molto più “giungla” rispetto all’atmosfera sognante che c’è nel film.

Da mamma disperata: c’è un segreto, un trucco, un “incantesimo” per avvicinare i bambini delle elementari (spesso troppo distratti dai device) alla lettura?
Tutto quello che c’è da dire sull’argomento lo ha detto un certo Gianni Rodari nei suoi “9 modi per insegnare ai ragazzi ad odiare la lettura”. Si trova facilmente in rete.

Protagonisti dei tuoi romanzo sono chiaramente i ragazzi, gli adolescenti. Il più delle volte figure femminili. C’è una ragione particolare?
Se vuoi viaggiare veramente, quando vai in un posto devi mangiare quello che si mangia lì, dormire a casa delle persone e non negli alberghi, parlare con la gente. Siccome scrivere è solo un altro modo di viaggiare, credo che sia molto più stimolante farlo catapultandomi del tutto in realtà per me altre, come ad esempio la psiche femminile, o quella dei ragazzi, o magari quella di persone (come in Più forte di ogni addio) con una disabilità.

Nel libro “Dormi stanotte sul mio cuore” scrivi che ogni cuore ha la sua velocità. Il tuo a che velocità va?
L’ultimo esame che ho fatto diceva che va più lento della media, ma forse perché faccio tanto sport. Scherzi a parte, va alla velocità che va, siamo noi che spesso andiamo troppo piano rispetto a lui.

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