Diego Passoni, tutto quello che non ho avuto è stata la mia forza

A 19 anni lascia fidanzatina e università per rinchiudersi in un convento, troverà la fede ballando, dandosi la possibilità di essere felice

Irene Vella Giornalista televisiva

È difficile raccontare o spiegare a chi non lo ascolta, cosa sia il programma Pinocchio che va in onda su Radio Deejay dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 19. È come essere parte di una famiglia pur non conoscendosi di persona, è come avere l’occhio e l’orecchio della cura da parte un trio che sembra mescolato per caso, e che invece sta insieme per scelta. C’è la Pina innamorata del suo Emiliano e di Tokyo, c’è la Vale dedita al gossip reale, negazione della cucina e amante del buon vino, e c’è Diego Passoni, l’anello di congiunzione di questi due mondi, l’uomo di fede, la sua, che riesce a spiegarti la Genesi con delicatezza e un minuto dopo coinvolge tutta la redazione in sfrenati balletti di Tik Tok con coreografie degne di Britney Spears. Un ragazzo che è stato ballerino sui palchi del Festivalbar e conduttore televisivo, per poi trovare la sua dimensione e la sua felicità nella radio e nei talk show, dove esprime il suo invidiabile talento con arguzia e intelligenza: la dialettica.

Ma Diego è anche un uomo innamorato e sposato con il suo compagno Pier Mario Simula, da sempre in prima fila nelle lotte che possano limitare i diritti di qualsivoglia essere umano, e soprattutto un ragazzo che cercando il suo posto nel mondo ha trovato la felicità. E ho deciso di raccontarvi in esclusiva per le lettrici di DiLei la sua storia.

Diego la tua biografia dice conduttore radiofonico, conduttore televisivo e ballerino, tu come ti definisci      Mi definisco soubrette in pensione (ride, ndr.), scherzo in realtà non so darmi un’etichetta precisa, perché non credo di avere un talento eccessivo in niente, sono una persona che ha uno smodato desiderio di confrontarsi.

Nel 2001 incontri la Pina negli studi di Gay tv, e non vi siete più lasciati, è la tua anima gemella artistica?
La Pina è la mia anima gemella tout court, non solo artistica, quello che abbiamo scoperto da subito è di avere due percorsi di vita molto diversi, quasi opposti, ma di cercare di vivere con la stessa attitudine. La Pina è una sorella acquisita e poi lo è diventata anche la Vale, siamo sfacciatamente fortunati nell’aver trovato una famiglia nel luogo di lavoro.

Il 3 novembre è uscito il tuo secondo libro, Siamo tutti sulla stessa Arca, ce lo vuoi raccontare?
Il libro nasce per mia necessità all’inizio del lockdown scorso, e mai mi sarei immaginato che ce ne sarebbe stato un secondo. Quando nella mia vita ci sono cose che scombussolano, che sconquassano, anche se in realtà in questo caso nella vita di tutti, torno sempre alla Bibbia, perché nella mia vita è stata molto importante, in particolare la Genesi. Mi sembrava necessario ricominciare dalle basi per rimettere ordine, questa volta l’ho riletta nella versione ebraica, quindi con tutte le note e i punti di vista e approfondimenti dell’ebraismo e rabbinici. Ho cercato di fonderli con tutti gli appunti legati alla genesi di pensatori e teologi che mi ero segnato e che avevano fatto dei focus su alcune figure su alcune vicende. Li ho messi insieme perché in quelle pagine si trova il primo e il più amorevole ritratto di come siamo dentro, è  di una contemporaneità imbarazzante e sconcertante. È un libro che vuole dimostrare a tutti che la Bibbia è accessibile, non così inarrivabile come ci hanno fatto credere, perché è un racconto antico, e sono racconti per tutti e che venivano letti a chiunque, anche agli analfabeti, perché dentro c’è una sapienza universale. La cosa che mi ha davvero cambiato  è scoprire che la Bibbia non è un libro di risposte pronte, è un libro che ti fa fare tante domande, probabilmente le domande giuste.

Diego, la Vale e la Pina

“Forse non tutti sanno che” giovanissimo hai lasciato l’università e ti sei trasferito per quasi due anni in un convento in Francia. Ci racconti cosa ti ha spinto e soprattutto ti sei mai ritrovato a ballare di gioia in quelle stanze?
A diciannove anni ho lasciato una fidanzatina e l’università e sono entrato in un convento e ci sono rimasto per quasi due anni.  Ci sono andato perché sentivo di essere chiamato a qualcosa di diverso rispetto al sentire comune, non avevo un desiderio di famiglia o di figli, non avevo un progetto chiaro e quella vita mi sembrava talmente eccessiva e totalizzante da subirne il fascino, quindi mi sono detto vado, se non lo faccio ora, quando? È stata un’esperienza dura, perché la vita monastica ha delle regole ferree per un diciannovenne, figlio unico. Ricordo quegli anni come anni di gioia, ho ballato molto, ho iniziato a ballare proprio lì, nella comunità religiosa dove stavo il sabato sera era dedicato alle danze ebraiche, perché c’era una grande apertura ecumenica, un grande interesse verso le radici del cristianesimo. L’ebraismo ha la consuetudine di utilizzare la danza come momento di aggregazione durante le feste e ti insegna ad usare il corpo per manifestare la gioia, ma in generale tutte le emozioni, cosa che per me si è rivelata profetica.

Tu insieme alle Pina e Vale siete la famiglia di Pinocchio, uno dei programmi radiofonici più belli (per me il più bello, ma sono di parte PAGODA) quale pensi sia il vostro punto di forza?
Il punto di forza di Pinocchio sono le persone che lo ascoltano, perché quando abbiamo iniziato, abbiamo fatto una scommessa, quella di condividere e di esporci in prima persona nel raccontare le incertezze, i dubbi, le incongruenze che abbiamo, le nevrosi, i fallimenti, la mancanza di autostima, sentimenti che generano un sacco di pasticci nelle nostre vite. Quello che abbiamo trovato è un popolo di persone che aveva molta voglia di raccontarsi, forse ad aiutare è anche l’orario di rientro, quello in cui le persone sono da sole in macchina con i propri pensieri, con i conti da far tornare, la spesa da fare, i figli da riprendere, è un momento magico, benedetto, quando lanciamo delle proposte riceviamo sempre più di quello che ci aspettavamo a livello di entusiasmo.

Ti rivedremo in tv?
Confesso una cosa io per un po’ di anni avendo iniziato in tv, prima facendo il ballerino e poi facendo il conduttore, mi sono aspettato che parallelamente alla radio ci fosse delle occasioni in tv. Lo confesso adesso perché ci anche un po’ sofferto, ma adesso sono così felice che non è importante, la televisione ha dei meccanismi molto più complessi, prevede molte più persone implicate, per arrivare in tv devi essere pensato, voluto e scelto da autori, produttori. Esistono una serie di step complessi per giungere ad una decisione finale. Se dovesse succedere rispetto a qualcosa che mi piace direi di sì, in caso contrario ho tante cose da fare molto importanti per me, per cui non è indispensabile. Vado molto volentieri a Tv talk su Rai3 il sabato, perché la cosa che so fare meglio è guardare la tv, e quello è un programma dove si discute di televisione, forse è il format per il quale sono più preparato.

Quali sono i tuoi programmi preferiti? Ci fai una classifica?
In assoluto il Festival di Sanremo perché è una liturgia, una specie di messa di Pasqua o di Natale, è un rito di massa che coinvolge anche quelli che non lo guardano, perché in quei giorni devi prendere una posizione, o lo guardi o non lo guardi. È un momento in cui si fa il punto su che Paese siamo, è un modo leggero e divertente per vedere i limiti della nostra società. Perché è un programma carico di aspettative, si fa il punto della situazione, di costume, culturale, dello stato d’animo ed è divertente perché c’è il rito della scala, dei vestiti, delle canzoni belle e di quelle brutte, pettinature sbagliate e trucchi improponibili, strafalcioni, insomma ci dà un sacco di cui parlare.  Al secondo posto metterei Uomini e Donne e Il collegio, perché sono due forme diverse di intrattenimento, al terzo posto le serie tv, in particolare i legal, The good wife per me è una delle serie tv più belle in assoluto.

Nel 2017 ti sei sposato con il tuo compagno Pier Mario Simula. La scorsa settimana Papa Francesco ha detto: ‘Gli omosessuali sono figli di Dio e hanno diritto di essere in una famiglia. Sono favorevole alle unioni civili’. Che ne pensi: finalmente o ancora troppo poco?
Ci tengo a dire che il Papa, da bravo gesuita, ha fatto una mossa molto strategica, non ha cambiato una virgola del catechismo, lui ha fatto un discorso da uomo alla politica mondiale,  è come se avesse detto voi politici dovete occuparvene. Lui ha detto io ho molto combattuto perché ci siano delle leggi e anche per dire a coloro che usano la loro fede per ostruire il percorso del riconoscimento dei diritti civili, giù le mani dal nome di Dio. Io parlo per quelli come me, per i tanti credenti che si sono scoperti omosessuali, o magari hanno divorziato, e dopo essere cresciuti in seno alla chiesa si sono ritrovati illegittimi, io a loro auguro di fare il percorso che ho fatto io, un percorso di liberazione. La mia fortuna è stata quella di aver conosciuto altre realtà cristiane, in particolari i protestanti. Non mi aspetto più una legittimazione della chiesa, il rapporto deve essere senza intermediari tra Dio e se stessi per chi crede, e quindi per quanto mi riguarda va bene così. La chiesa dovrebbe svegliarsi, perché dovrebbe essere a servizio dell’uomo e non il contrario, è un suo limite quello di essere così poco aderente alla contemporaneità.

Vorresti diventare padre?
Rispetto alla genitorialità io e mio marito non abbiamo questo desiderio, penso che ci siano molti modi oggi in Italia per essere “genitori”, quello che sarebbe più vicino alla mia visione non è possibile legalmente. Mi piacerebbe pensare a delle forme di tutela dei minori, di alcuni minori, che in Italia non sono previste per un singolo o per una coppia gay, che non è per forza l’adozione ma anche l’affido. Mi piacerebbe pensare di poter dare quello che ho ottenuto fino a questo momento nella vita, sia economicamente, sia come patrimonio umano e morale a qualcuno. Mi piacerebbe molto poter mettere a disposizione tutto questo per qualche ragazzo o ragazza che già esiste, che magari sono troppo grandi per essere adottati o presi in affido. Immagino un preadolescente che ormai pensa che sia tardi per avere una famiglia. Ecco, vorrei offrire una possibilità di supporto familiare, un posto dove stare, un posto dove essere accettati per quello che si è, dove poter esprimere tutto quello che sente, dove poter condividere le insicurezze, e affidare le paure i i sogni a qualcuno che veramente può prenderti per mano e aiutarti a realizzarti, che sia in un percorso di studi o nel vestirti, sia sostenerti moralmente per farti capire come trovare gli strumenti per realizzare chi sei, e inseguire quel te stesso.

Chiudi gli occhi, davanti a te c’è il piccolo Diego di 14 anni cosa vorresti dirgli?
Vorrei dirgli che andrà tutto bene, gli direi di rilassarsi un po’, di credere in se stesso, di fidarsi del posto in cui è e delle persone che ha intorno, perché non c’è niente di sbagliato in quello che sente e in quello che è, e che tutto quello che non ha rispetto ai compagni ed amici, che sono più consoni ai canoni del piacere comune, tutto quello che non ha sarà la sua forza, perché farà dei percorsi anche in solitudine, ma saranno dei percorsi stupendi.

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Diego Passoni, tutto quello che non ho avuto è stata la mia forza