Greta Beccaglia, il “Non te la prendere” è un insulto grave quanto la molestia

Il caso della giornalista sportiva molestata in diretta tv è l'emblema della società in cui viviamo, per la quale la donna è un oggetto da fare proprio

Il titolo di questo articolo potrà sembrare esagerato a molti e sicuramente sarà sminuito da quanti continuano a credere che certe reazioni siano eccessive, che basta farsi una risata per ridimensionare una avvenimento poco piacevole. Ma siamo sicuri che questo modo di pensare, questo continuo sdrammatizzare sia giusto? Che sia il modo corretto per cambiare le cose?

Chi è Greta Beccaglia e perché si parla di lei

Per chi si fosse perso l’argomento del giorno: Greta Beccaglia è una giovane giornalista sportiva di un’emittente televisiva toscana, che nella serata di sabato 27 novembre si trovava fuori dallo stadio di Empoli per svolgere il suo lavoro, cioè intervistare i tifosi per sentire che atmosfera si respirava dopo la fine della partita della Fiorentina contro l’Empoli.

Durante il collegamento in diretta Greta viene molestata pubblicamente da un uomo che passando decide di toccarle il sedere e da altri che la riempiono di quelli che in molti ancora continuano a definire “complimenti”. Il tutto di fronte alle telecamere. E mentre lei cerca di tenere a bada gli ormoni dei tifosi (ce ne fosse stato uno a difenderla), il giornalista dallo studio le dice: “Non te la prendere” per provare a tranquillizzarla mentre lei cerca di rimettere in riga l’uomo che l’ha palpeggiata.

Perché le parole del collega giornalista sono inaccettabili

Ecco, in quel “Non te la prendere” c’è tutto un mondo. Quel mondo per cui se una donna se la prende per un commento offensivo o perché qualcuno si arroga il diritto di toccarla come se il suo corpo gli appartenesse, è esagerata. Quel mondo in cui “Eh, ma non si può dire più niente”. Quello stesso mondo in cui “Vedrai quando sarai vecchia e nessuno ti guarderà più”.

Sminuire quello che è accaduto e relegarlo alla solita goliardata è ciò che ci ha portato a oggi con un numero di femminicidi che definire preoccupante è riduttivo. È quello che impedisce a una donna di denunciare perché sa che là fuori c’è ancora troppa gente (donne comprese) che pensano che se un uomo la violenta forse è perché è vestita in modo troppo succinto o ha mandato dei messaggi fraintendibili.

E a poco serve la frase pronunciata dal giornalista poco dopo: “Chiudiamo il collegamento così perlomeno puoi reagire se vuoi”. Perché invece non prendere una posizione subito e, da uomo, condannare quanto avvenuto sotto i suoi occhi nel programma da lui condotto?

Ci rendiamo conto che in diretta possa non essere immediato trovare le parole adatte, ma forse il punto è proprio questo. La nostra cultura è talmente abituata a pensare che in fondo non ci sia niente di male, che lì per lì non siamo neanche pronti a reagire perché abbiamo bisogno ancora di un istante per renderci conto che oggi, nel 2021, certi comportamenti non sono ammissibili e che una donna – udite udite – ha tutto il diritto di reagire e pretendere rispetto.

Quando una cosa (un concetto, un modo di pensare) è assimilato, la reazione è immediata e spontanea. Il fatto che da parte di un uomo questo non sia successo ci dimostra quanto ancora ci sia da fare. E quanto tocchi a noi donne, ancora una volta, dire basta. Ma sarebbe bello se in questa battaglia fossimo tutti coinvolti, per una volta.

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