Studentessa bendata, i genitori difendono la prof: “I ragazzi copiano”

La foto di una studentessa di 15 anni con una benda sugli occhiu per sostenere l'interrogazione è diventata virale, ma i genitori scrivono una lettera: era concordato

Irene Vella Giornalista televisiva

Non sono mai stata brava a copiare, anzi diciamola pure tutta, sono sempre stata negata, ho sempre avuto il terrore di essere scoperta, e poi questo modo di “fregare” non mi è mai piaciuto, perché alla fine prendere un buon voto per un compito che non ti appartiene è come essere ricchi con i soldi del Monopoli. Ti sembra di aver conquistato il mondo con il Parco della Vittoria in mano, ma alla fine della partita, quella ricchezza effimera ti lascia al punto di partenza, perché una volta finito il gioco ognuno torna a indossare i panni che aveva all’inizio.

La stessa cosa accade con una versione di latino passata, potrai anche prendere un buon voto, ma tu sai di non sapere, come diceva il buon vecchio Socrate, e alla fine dell’anno scolastico sarei sempre tu ad avere le lacune sulle finali, o sul cum e il congiuntivo, se non avrai rimediato alla mancanza di studio. Tutto questo panegirico per dire che i miei figli non sanno copiare, anzi odiano farlo, non credo che il loro sia un problema etico, piuttosto ritengo che abbiano paura di essere beccati, per il maschio diciassettenne, poi, c’è anche questa alta considerazione di se stesso, che lo porta a rifiutare qualsiasi tipo di aiuto esterno.

Dal suo punto di vista sarebbe una dichiarazione di inferiorità culturale difficile da tollerare, grazie alla quale, avendo studiato poco, e male, nei compiti di scienze in questo quadrimestre ha preso 5 e 5 e mezzo. Si è convinto di avere un disturbo dell’attenzione, anzi si è fatto anche la diagnosi con un test online, pur di non ammettere che quello che davvero gli manca è la voglia di studiare ed un briciolo di concentrazione, che improvvisamente gli torna quando lo minacciamo di essere rinchiuso in collegio se non smette di andare a letto alle 24 per giocare a LOL (League of legend) sul PC. Lo so il metodo Montessori funziona sempre, vorrei poter dire che i massimi risultati scolastici li abbiamo ottenuti con il dialogo, ma la realtà è che siamo riusciti a estorcerli con le minacce, dopo aver esaurito le parole e la pazienza. Dopotutto è pur sempre un adolescente di diciassette anni che frequenta il terzo liceo scientifico, durante una pandemia mondiale, e alla fine dopo un anno di clausura, ha anche il diritto di essere un po’ “scoglionato”, passatemi il termine.

Ciò non toglie che abbia dei doveri oltre che dei diritti, il primo dei quali è quello di studiare, perché in questo momento quello è il suo lavoro, ed è giusto che cerchi di eseguirlo nel migliore dei modi. Questa premessa mi sembrava doverosa per arrivare a parlare del tema che sta scaldando i social da due giorni: la studentessa di quindici anni bendata durante l’interrogazione di tedesco, avvenuta in un liceo del veronese. I fatti raccontano di un’interrogazione che stava andando particolarmente bene, i dubbi di una professoressa che pensa che la ragazza stia in qualche modo avvalendosi di suggerimenti dallo schermo, e la richiesta di bendarsi gli occhi per continuare a rispondere alle domande, il resto è diventato virale, i compagni scattano una foto della situazione, e la fanno girare sui vari gruppi Whatsapp, e allora apriti cielo e spalancati terra.

Gruppi di studenti indignati, genitori sul piede di guerra, dirigenti scolastici che chiedono spiegazioni e insegnante messa in croce, perché non si fa, è una limitazione della libertà individuale, non si può pretendere che questi poveri ragazzi siano umiliati davanti al resto della classe, chiedendo loro di mettersi una sciarpa davanti agli occhi per evitare di leggere suggerimenti. Una cosa viene però da chiedersi, almeno a me è sopraggiunta questa curiosità, dopo la benda com’è continuata l’interrogazione?

Mi dispiace essere una voce fuori dal coro, ma io ho insegnato ai miei figli a essere sinceri, ad assumersi la responsabilità delle loro azioni, di un 4 come di un 8, e so per esperienza, non per sentito dire, che in questo anno di DAD le possibilità di poter copiare si sono quintuplicate. Se ai nostri tempi, il massimo che potevamo provare a fare erano i bigliettini dentro l’astuccio o le scritte sulle mani, qua siamo a livelli di agenti segreti, che 007 scansatevi tutti. Si parla di interrogazioni in video mentre lo studente ha un auricolare e il compagno suggerisce le risposte, o di doppi schermi per copiare la versione o i teoremi di scienze o fisica, oppure di aiuti su Whatsapp. C’è chi finge una rottura della telecamera, chi appende bigliettini attorno al monitor. Dopotutto se un gruppo sostanzioso di genitori di quel liceo, in particolare modo di quella classe, si parla di quattro coppie, si è sentita in dovere di scrivere una lettera al dirigente scolastico per difendere l’operato di quell’insegnate, vuol dire che il mio pensiero non è così tanto distante dalla realtà dei fatti. Di seguito potete leggere il testo riportato dal Corriere della Sera.

“In questo anno particolare, che ha messo a dura prova studenti e professori, anche noi ci siamo ritrovati a condividere spazi in casa con i nostri figli. Era proprio giovedì 8 aprile e quando la professoressa si è collegata con la sua classe ha realizzato che doveva interrogare ben tre studenti, non una. Eravamo presenti e sappiamo che ha cercato di mettere a proprio agio gli studenti, pur chiedendo di chiudere gli occhi”. Ovviamente la misura voluta dalla docente ha l’obiettivo di evitare gli imbrogli anche perché “si era notata una differenza sostanziale nel rendimento di alcuni studenti tra le interrogazioni in classe e quelle in Dad, ma la richiesta di chiudere gli occhi era indirizzata a tutti”.

Perché la verità è che la richiesta sarà pure discutibile, ma è frutto della difficoltà a gestire i momenti di verifica con la didattica a distanza, dove gli insegnanti si sono ritrovati impossibilitati a controllare facilmente i movimenti dei ragazzi per evitare che potessero copiare. L’immagine della studentessa bendata così come si vede, nuda e cruda, fa effetto, perché rimanda a immagini ben più forti, ricorda torture, privazioni della libertà personale, ma non andrebbe decontestualizzata, bisognerebbe ricordarsi che l’alunna in questione si trova tra le pareti della sua camera, nella sua casa, dove si trovano i suoi genitori e la sua famiglia, non è stata né rapita, né rinchiusa.

Però volendo riportare anche il pensiero di uno studente l’ho fatta vedere a mia figlia, che di anni ne ha 21, e frequenta l’università, per sapere cosa ne pensasse, lei mi ha risposto così: “Sinceramente io mi sentirei in imbarazzo a dovermi bendare, non mi piace come richiesta. Non avrei voluto che tutta la classe mi vedesse così”. Sono sincera, non penso che le intenzioni dell’insegnante fossero cattive, avrà cercato a suo modo di essere sicura della preparazione della ragazza, avrà sbagliato i modi? Forse. Però allora facciamo così, un patto tra ragazzi e studenti delle scuole superiori, doppia telecamera a inquadrare il monitor e lo studente, orecchie scoperte per dimostrare di non avere auricolari e suggeritori, smartphone ben visibili e libri sulla scrivania e nessuno potrà più mettere in dubbio la vostra preparazione o chiedervi di tapparvi gli occhi. E una volta per tutte smettiamo di vedere gli insegnanti come mostri assetati di sangue, ci sono i buoni ed i cattivi professori, ma questo non è un problema della Dad. È un problema dell’essere umano.

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