Perché le carrozze “rosa” ci sembrano una sconfitta

Facciamo finta che questa sia l'unica soluzione possibile, quella di separare gli uomini dalle donne per permetterci di viaggiare al sicuro. Cosa accadrà quando scenderemo da quella carrozza?

Sabina Petrazzuolo Lifestyle editor e storyteller Scrittrice e storyteller. Scovo emozioni e le trasformo in storie. Lifestyle blogger e autrice di 365 giorni, tutti i giorni, per essere felice

Dobbiamo vestirci come ci pare, truccarci come vogliamo. Dobbiamo essere chi vogliamo, nella vita privata e sul lavoro, ballare in strada se lo vogliamo, uscire di sera e viaggiare a ogni ora del giorno e della notte. Dobbiamo, ma non possiamo farlo. Perché ogni giorno, nel nostro Paese e nel mondo intero, si consumano tante, troppe tragedie ai danni delle donne. Sono quelle che accadono sotto ai nostri occhi e sotto quelli di tutti gli altri che rimangono attoniti, immobili. E voltarsi dall’altra parte e far finta di niente non è più possibile.

Ma qual è il nostro ruolo in tutto questo? Cosa possiamo fare realmente ora che le parole, l’educazione e la sicurezza, anche rafforzata, non sembrano mai bastare? Tutti parlano di proteggerci, a noi donne, come se fossimo un oggetto in cristallo che rischia di frantumarsi in mille pezzi per colpa della violenza da parte di alcuni uomini, che non sono degni di chiamarsi tali.

Non vogliono che ci rompiamo, gli altri. Perché siamo fragili, perché siamo deboli. Così ecco la soluzione proposta: metterci in una teca di vetro affinché nessuno possa guardarci, toccarci, molestarci o violentarci. Solo per il tempo di un viaggio in treno, s’intende.

Sì perché da giorni, ormai, non si parla che di questo, di una possibile introduzione di carrozze rosa, vagoni del treno esclusivamente destinati all’utilizzo da parte di donne. Qui, idealmente, gli uomini non possono salire, non possono farci male. Ma questa apparente soluzione salva vita ha il sapore di una sconfitta, quella che si traduce in una ghettizzazione.

Può essere che l’unica soluzione per viaggiare sicure – e per vivere in quella sicurezza che si spetta di diritto – deve essere quella di separarci da tutti gli altri uomini? Perché diciamolo pure a gran voce: non tutti sono dei carnefici! Perché così facendo la sensazione è quella di prendere ispirazione dagli esempi meno dignitosi in cui persone di sesso maschile e quelle di sesso femminile devono essere divise. E anche se le motivazioni che sono alla base sono differenti, dando uno sguardo ai casi di cronaca internazionale, non ci sembra che le violenze ai danni delle donne siano inesistenti, anzi.

Ed è chiaro che nel nostro specifico caso la proposta è mossa dalle più sincere e doverose intenzioni, soprattutto se un semplice ritorno a casa in treno si trasforma in un viaggio di sola andata all’inferno. Così ecco quella petizione lanciata lanciata e accolta con entusiasmo da tantissime donne e uomini a seguito della duplice violenza sessuale avvenuta il 3 dicembre, ha tutta la nostra comprensione.

Perché quelle donne giovanissime che, prima a bordo di un vagone del treno che viaggiava sulla linea Milano e Varese, e poi all’interno della stazione di Vedano Olona, sono state private dei loro diritti umani, della spensieratezza dei loro anni. Sono state private della libertà di scegliere, perché dei giovani uomini, che non sono degni di essere chiamati tali, hanno scelto di abusare del loro corpo, con la violenza.

Abbiamo il diritto di usare i mezzi pubblici a qualsiasi ora del giorno senza paura…Con questa petizione chiediamo a Trenord di dedicare, su tutte le sue linee, la carrozza di testa alle donne. In questo modo, a qualsiasi ora, si potrà viaggiare sicure.

La petizione lanciata dal una donna, Greta Carla Anchini di Malnate, ha tutte le carte in regola per essere considerata una soluzione da attivare nel più breve tempo possibile affinché tutte le donne possano viaggiare sicure. Non è un caso, infatti, che in pochissimi giorni questa abbia accolto oltre ottomila firme che portano il nome di donne di qualsiasi età e qualsiasi provenienza. Ma tra queste ci sono anche tantissimi uomini. Perché sia chiaro che quelle persone dalle quali vogliono separarci sono anche i nostri amici, i nostri fratelli, i nostri padri, i nostri amanti e compagni per la vita. Sono i nostri figli. Perché non sono tutti dei carnefici.

E allora è questa l’Italia alla quale stiamo per dare il benvenuto? Questo 2022 che abbiamo così tanto atteso si trasformerà in un mondo distopico nel quale uomini e donne viaggeranno in carrozze diverse? Certo non è un dramma separarsi da loro giusto il tempo di tornare a casa, ma poi cosa succederà?

Perché se è vero che le carrozze rosa possono tenerci al sicuro durante un viaggio in solitaria fatto durante gli orari serali e meno frequentati, cosa succederà quando scenderemo dal treno? Quando cammineremo in strada per raggiungere la nostra casa o l’auto. A quel punto come farà a proteggerci quella teca di vetro che qualcuno ha costruito per noi?

Eppure quel messaggio che risuona ogni 25 novembre, e in ogni occasione in cui si affronta il dramma della violenza sulle donne, sembrava mosso dalle più sentite intenzioni. “Non proteggere tua figlia. Educa tuo figlio”. Lo dicono alle conferenze, lo scrivono sui muri, lo condividono sui social network. Uomini e donne, indistintamente.

E allora perché stiamo qui a pensare di istituire delle carrozze per sole donne, per tenerle lontano dagli uomini che vengono trattati tutti da animali pronti solo a sbranare il sesso debole? Dove è che abbiamo fallito? Perché continuiamo a farlo?

La segregazione delle donne, la separazione dalla controparte maschile, non cambierà davvero le cose. Non sarà questa la soluzione affinché certi uomini la smettano di trattarci come oggetti, di pensare che possono averci quando e come vogliono, di credere che è loro il diritto di farlo, perché “sono solo ragazzi”, “o sono uomini”, e possono sbagliare. L’educazione invece sì, quella può fare la differenza.

Metterci dentro a una campana di vetro non cambierà le cose. Anche se forse potrà limitare il problema circoscritto a quelle situazioni, anche se forse farà sentire al sicuro le donne vivono da pendolari. Perché è vero, quelle hanno ragione a non sentirsi al sicuro.

L’ONG Plan International, in occasione di un’indagine condotta su ragazze e giovani donne a Lima, Madrid, Kampala, Delhi e Sydney ha confermato che i mezzi pubblici, le fermate e le stazioni sono i luoghi più critici per la controparte femminile. È qui che si verificano i maggiori casi di cat calling, molestie, e violenze sessuali ai danni delle donne. E nonostante l’aumento dei controlli la situazione non sembra essere migliorata negli ultimi anni.

Perché è quando le donne si ritrovano ad attendere un mezzo di trasporto, o a salirci, mentre il resto del mondo dorme, l’oscurità sembra prendere il sopravvento.

E allora facciamo finta che vada bene così, che separare le donne dagli uomini sia la giusta soluzione per risolvere il problema. Immaginiamole quelle donne, che possono essere le nostre amiche, le nostre mamme, le nostre sorelle e lo nostre figlie, che possiamo essere noi che viaggiamo a bordo di una carrozza rosa e che possiamo sentirci finalmente al sicuro. Ma cosa accadrà nel momento in cui scenderemo da quel vagone?

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Perché le carrozze “rosa” ci sembrano una sconfitta