Arbitra 16enne, rigore e violenza: aggredita la famiglia

Partita Under 17 nel Torinese finisce nel caos: insulti, pugni e paura. Colpiti i genitori della giovane direttrice di gara

Foto di Irene Vella

Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Pubblicato:

Chiedi a DiLei

Doveva essere una partita di calcio giovanile, una di quelle che dovrebbero insegnare lo sport, il rispetto e le regole. Si è trasformata invece in una scena di violenza, con una ragazza di appena sedici anni al centro di un’escalation che nulla ha a che fare con il gioco.

È accaduto nel Torinese, durante una gara del campionato femminile Under 17 disputata a Venaria. A dirigere l’incontro una giovane arbitra, chiamata a prendere decisioni in un match combattuto fino agli ultimi minuti. Proprio nel finale, il fischio che ha cambiato tutto: un calcio di rigore assegnato alla squadra del Torino.

Dal dischetto arriva il gol decisivo, quello che fissa il risultato sul 4-3 e consegna alle granata una vittoria importante per la classifica. Ma è al triplice fischio che la tensione esplode.

Dalle tribune partono urla, proteste, accuse. Alcuni spettatori – in larga parte genitori delle calciatrici della squadra di casa – tentano di avvicinarsi al campo, cercando di scavalcare le recinzioni. A provare a fermarli, paradossalmente, sono proprio le ragazze in campo: figlie che chiedono ai padri di fermarsi, di non oltrepassare un limite che non dovrebbe mai essere superato.

La giovane direttrice di gara viene accompagnata rapidamente negli spogliatoi da un dirigente, ma il momento più grave si consuma lontano dal campo, sugli spalti.

Qui si trovano i familiari dell’arbitra, presenti per sostenerla. Ed è contro di loro che si riversa la rabbia. Prima gli insulti, poi gli spintoni. La madre viene presa di mira verbalmente e fisicamente. Il padre interviene per difendere la famiglia e viene colpito con un pugno al volto, riportando una ferita al labbro.

La situazione precipita in pochi istanti. I familiari della ragazza cercano riparo negli spogliatoi e chiedono l’intervento delle forze dell’ordine. Per evitare ulteriori conseguenze, decidono però di lasciare l’impianto sportivo prima dell’arrivo dei carabinieri.

Sull’accaduto è intervenuto il giudice sportivo, che ha disposto una sanzione economica nei confronti della società ospitante, ritenuta responsabile del comportamento dei propri sostenitori. Nelle motivazioni si sottolinea come l’episodio abbia generato paura e forte tensione nella giovane arbitra, che si è trovata a vivere momenti di reale preoccupazione per la propria sicurezza e per quella dei suoi familiari.

La società ha condannato quanto accaduto, parlando di un episodio grave e contrario ai valori dello sport, annunciando anche provvedimenti interni e iniziative per evitare che situazioni simili possano ripetersi.

Ma resta l’immagine più forte: quella di una ragazza di sedici anni che, per aver semplicemente fatto il proprio dovere, si è ritrovata a dover temere per sé e per la propria famiglia. E di uno sport che, almeno per un giorno, ha dimenticato cosa dovrebbe insegnare.

Sono la moglie di un allenatore, da ventisette anni vivo il calcio dagli spalti. Ho visto Under 17, Under 19, prime squadre. Ho seguito mio figlio nei suoi percorsi: calcio, calcio a 5, basket. E c’è una cosa che posso dire con certezza, dopo tutto questo tempo: quello che succede sugli spalti del calcio, in altri sport non l’ho mai visto.

E non sono i ragazzi il problema. Non lo sono mai. I ragazzi copiano. Assorbono. Ripetono quello che vedono negli adulti. Io ho visto mio figlio, a sei anni, essere preso di mira nello spogliatoio. Ho visto gesti che qualcuno definiva “scherzi”, ma che scherzi non erano. Ho parlato con allenatori che liquidavano tutto con una parola, una bestemmia, dicendo che “serve a fare gruppo”. Era il 2012, non il 1800. Eppure certe dinamiche sembrano ferme lì.

E allora mi chiedo: cosa stiamo insegnando? Perché non è possibile che una partita di calcio giovanile finisca con un padre preso a pugni. Non è possibile che una ragazza di sedici anni, colpevole solo di aver fischiato un rigore, debba avere paura per sé e per la propria famiglia.

Non è possibile vedere adulti che perdono il controllo mentre in campo ci sono dei bambini. Io li ho visti, li ho visti quei bambini. Li ho visti giocare con le lacrime agli occhi, perché dagli spalti arrivavano urla, insulti, rabbia. Ho visto partite fermarsi, tensioni esplodere, nonni spinti, genitori fuori controllo.

E allora la domanda è una sola: dov’è finito il rispetto? Il tifo è normale. Io sono una tifosa, ma il tifo non è violenza. Lo sport dovrebbe insegnare altro. Dovrebbe insegnare che si può vincere e si può perdere. E che, forse, la cosa più difficile non è perdere. È saper vincere. Perché quando vinci e umili, quando vinci e aggredisci, quando vinci e perdi il controllo, allora non hai vinto davvero.

E quando perdi, invece, puoi ancora imparare, puoi crescere, puoi diventare migliore. Ma questo qualcuno deve insegnarlo. E quel qualcuno siamo noi adulti.

Quella ragazza di sedici anni, oggi, non ha solo arbitrato una partita. Ha pagato il prezzo di un sistema che troppo spesso giustifica, minimizza, tollera. E finché continueremo a pensare che “sono solo partite”, continueremo a dimenticare che sugli spalti e in campo ci sono persone.  E, soprattutto, ci sono figli.