Lucia Joyce, la donna che visse all’ombra di un genio

Nella memoria collettiva lei resta solo "la figlia di", colpevole di aver avuto al suo fianco, fino alla fine, la presenza amorevole e ingombrante di suo padre

“Figlia di un genio, nata dal genio, allieva di un genio, paziente di un genio”, questo è quello che si potrebbe leggere sulla lapide di Lucia Joyce nel piccolo cimitero di Northampton in Inghilterra, per raccontare la vita e l’esistenza intera di una donna vissuta all’ombra di suo padre.

Ma sulla sua epigrafe si legge solo il suo nome e la data di morte, poi il silenzio, almeno fino a quando biografi e saggisti hanno iniziato a scandagliare l’intera opera di James Joyce alla ricerca di qualcosa, di qualsiasi cosa che colmasse il vuoto biografico di sua figlia.

E di cose sulla giovane Joyce ne sono state trovate davvero poche, del resto quella era l’epoca degli uomini, di quelli grandi e celebri che hanno fatto la storia, quello era il tempo del padre, il genio indiscusso della letteratura del XX secolo e Lucia era solo sua figlia.

Una ragazza bellissima il cui talento era manifestato nella danza, come dimostrano le poche fotografie che la ritraggono contorcersi delicatamente su stessa come una leggiadra creatura. Poi il vuoto, forse perché nessuna storia raccontata avrebbe potuto colorare le pagine di una vita trascorsa, quasi interamente, all’interno del manicomio.

Lucia ha solo 28 anni quando viene internata per la prima volta, il suo mondo cessa di esistere anche se le cause sono sconosciute. Trascorrerà tre quarti della sua lunga vita in manicomio con la sola e unica presenza del padre, la stessa che riesce a calmare i suoi tentativi di suicidio o quelle strane lettere scritte ai morti. Né la madre, né suo fratello, infatti, andranno mai a trovarla.

Ma poi James muore improvvisamente nel 1941 e nessuno ha la premura di avvisarla. Lucia, rimasta sola, viene trasferita nel manicomio di Northampton, nel luogo dove ora riposa in pace forse in compagnia del padre, e viene dimenticata lì fino a quando nel 1982 muore a settantacinque anni.

Eppure il suo destino, da quelle poche informazioni trapelate attraverso il padre, sembrava ben diverso da quello che abbiamo conosciuto. Lucia danzava e lo faceva come poche altre ballerine al mondo, partecipa al festival internazionale di danza del Bal Bullier, nel quartiere Latino a Parigi. Erano gli anni Venti, quelli della follia, nella città in cui l’arte poteva esprimersi in tutte le sue possibili forme. E lei si racconta attraverso la danza in una maniera così grandiosa che qualcuno osa immaginare che un giorno Lucia avrebbe avuto anche più popolarità del padre.

Una frase, questa, che ha reso orgoglioso l’immortale James, perché il legame padre-figlia era così forte e intenso che non si è spezzato mai, fino alla fine. I due condividono un linguaggio criptico che si trasforma in quel codice presente sulle pagine di Finnegan’s Wake, l’opera più misteriosa di Joyce.

Così, quando Lucia mostra i primi segni di squilibrio mentale, lo scrittore irlandese la porta ovunque per sottoporla a controlli, cure e terapie di ogni genere, le diagnosi parlano chiaro: schizofrenia, nevrosi e ciclotimia, ma James non si arrende.

L’ultimo grande tentativo è quello fatto in Svizzera: Lucia viene affidata alle cure di Carl Gustav Jung, ma si rivelano fallimentari. Lo psichiatra svizzero decide così di distruggere tutte le cartelle cliniche facendo da apripista a quello che sembra il destino di qualsiasi documento di Lucia Joyce. Diari, disegni, poesie e fotografie: della figlia del genio non resta niente.

Così nella memoria collettiva lei resta solo “la figlia di”, colpevole di avere avuto al suo fianco, per tutta la vita, la sola presenza premurosa, disperata e ingombrante di James.

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