Ekaterina Antropova e il corpo che da bambina era un problema, oggi è la sua forza

Alta 1,94 metri già a 14 anni, Ekaterina Antropova ha imparato a trasformare ciò che la faceva sentire diversa nella sua arma più potente

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Giorgia Sdei

Giornalista esperta di spettacolo

Laureata in Scienze Filosofiche con master in comunicazione per lo spettacolo è giornalista pubblicista dal 2023. Scrive di tutto quello che passa per uno schermo, grande o piccolo che sia.

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Quando entra in campo è impossibile non notarla. Ekaterina Antropova è alta 2,02 metri, una caratteristica che nella pallavolo può diventare un vantaggio enorme e che lei ha imparato a trasformare in potenza, precisione e presenza sotto rete. Prima di arrivare ai grandi tornei internazionali, però, quei centimetri hanno pesato, e non poco.

Durante l’adolescenza, quando il desiderio di sentirsi uguale alle altre può essere particolarmente forte, Antropova si trovava spesso a fare i conti con un aspetto fisico che la distingueva nettamente dagli altri. A 14 anni era già alta 1,94 metri e la sua statura attirava l’attenzione facendola sentire fuori posto, proprio in una fase della vita in cui l’accettazione dei coetanei sembra fondamentale.

Con il tempo, però, quella che inizialmente appariva come una difficoltà si è trasformata in una risorsa. Sul campo da pallavolo, la sua statura le permette oggi di attaccare e murare con grande efficacia, diventando uno degli elementi più riconoscibili del suo gioco.

Ekaterina Antropova, crescere quando tutti guardano la tua altezza

La sua altezza ha influenzato profondamente il modo in cui gli altri la percepivano, ma non ha definito da sola il suo percorso. Fin da giovane, Ekaterina Antropova ha dovuto imparare a gestire l’attenzione legata al suo aspetto, trasformando una caratteristica evidente in una possibile risorsa.

Prima di arrivare alla pallavolo, ha sperimentato discipline diverse, tra cui la ginnastica e la danza. Quelle esperienze sportive le hanno permesso di sviluppare coordinazione, controllo del corpo e consapevolezza dei propri movimenti, elementi che in seguito si sarebbero rivelati preziosi in campo e che hanno contribuito a incrementare la percezione di sé e delle sue potenzialità.

Il passaggio alla pallavolo non è stato casuale. La sua struttura fisica, unita alle capacità atletiche costruite negli anni precedenti, l’ha indirizzata verso uno sport nel quale altezza, elevazione e potenza potevano diventare veri punti di forza.

La pallavolo non era il suo primo amore

Ma la cosa più sorprendente è che Antropova non si è innamorata immediatamente del volley. A spingerla verso questo sport è stata soprattutto la madre Olga, ex giocatrice di pallamano. Lei, invece, avrebbe voluto dedicarsi ad altro e – come ha svelato lei stessa – i primi allenamenti non le avevano fatto cambiare idea.

Quindi cosa è successo dopo? Cosa le ha fatto cambiare idea? Crescendo ha imparato a conoscere meglio il proprio corpo e ha capito che quella che considerava una debolezza poteva diventare un punto di forza. L’altezza non era più soltanto ciò che attirava gli occhi degli sconosciuti, ma diventava elevazione a muro, capacità d’attacco, possibilità di raggiungere traiettorie difficili per molte avversarie. Improvvisamente era un plus, qualcosa di cui gioire.

Il resto lo hanno fatto talento, tecnica e allenamento. Perché 202 centimetri, da soli, non trasformano nessuno in una campionessa.

Antropova è arrivata fino alla Nazionale italiana e nel 2024 ha conquistato l’oro olimpico a Parigi, entrando definitivamente tra i volti più riconoscibili della pallavolo azzurra insieme a Myriam Sylla.

Il corpo non è una definizione

La sua storia non parla soltanto di una trasformazione fisica. Parla soprattutto del modo in cui è cambiato lo sguardo su di lei e, prima ancora, quello che lei aveva su se stessa.

Ekaterina Antropova oggi sa quanto la sua altezza sia importante per il suo gioco, ma continua a rivendicare qualcosa di molto semplice: essere vista anche oltre quei centimetri. Perché il corpo può diventare uno strumento straordinario, senza trasformarsi nell’unica cosa che racconta una persona.