Myriam Sylla è una delle pallavoliste più conosciute e amate del volley italiano, ex capitana della nazionale femminile e protagonista di una carriera costruita a suon di titoli: dalla Champions League vinta con Conegliano all’oro olimpico di Parigi, fino al Mondiale conquistato nel 2025 contro la Turchia. Dietro ai trofei, però, c’è una storia fatta di trasferimenti, distanze familiari e difficoltà affrontate fin da bambina: una storia di sacrifici, prima che di vittorie, che rende il percorso di Myriam Sylla ancora più significativo per chi la segue.
La famiglia divisa tra Palermo e la Lombardia
Myriam Fatime Sylla nasce a Palermo l’8 gennaio 1995, da genitori originari della Costa d’Avorio. Il padre Abdoulaye è il primo ad arrivare in Italia in cerca di lavoro negli anni Novanta. Prima passa da Bergamo, dove affronta notti al freddo davanti alla Caritas senza riuscire a trovare un impiego stabile. Poi prova con Palermo, e qui la sua situazione cambia: trova un impiego e riesce a far arrivare in Italia la moglie Salimata. Dopo qualche tempo nasce Myriam.
Quando i genitori decidono di trasferirsi in Lombardia per garantire alla famiglia maggiore stabilità economica, la bimba resta a vivere a Palermo affidata a due persone che si sono occupate di lei. Dovrà aspettare il 2010 per raggiungerli a Valgreghentino, in provincia di Lecco: una separazione che è stata l’ennesimo sacrificio necessario per la famiglia.
I nonni adottivi e il legame con Palermo
Nella storia di Myriam Sylla sono fondamentali gli anni trascorsi a Palermo. A crescerla con i genitori lontani sono state due persone che lei definisce i suoi nonni adottivi. Sono Paolo Genduso e Maria Rosaria Esposito, marito e moglie gestori di un bar del centro. Anni prima, Paolo aveva dato un passaggio in auto sotto la grandine al padre di Myriam da poco arrivato in Sicilia. Da quel gesto è nata una profonda amicizia: la coppia ha offerto lavoro e alloggio alla famiglia Sylla e poi si è presa cura di Myriam.
Il cemento dell’oratorio e le barriere del pregiudizio
Il trasferimento in Lombardia nel 2010 segna l’inizio di una nuova fase. È in questo momento che la pallavolo entra nella vita di Myriam. Succede quasi per caso, e sostituisce le scarpette da danza classica. La strada verso i palazzetti della Serie A però è una salita ripida. Negli anni delle giovanili alla Polisportiva Olginate, i sacrifici sono quotidiani: chilometri percorsi a piedi per andare agli allenamenti e le prime, dolorose collisioni con il pregiudizio.
La rabbia e il senso di ingiustizia avrebbero potuto fermarla; al contrario, diventano il carburante per forgiare quel carattere indomito che oggi tutti le riconoscono. Ogni schiacciata sul parquet dell’oratorio si trasforma in una risposta silenziosa a chi cercava di emarginarla, una rivendicazione del proprio diritto a sognare in grande.
Le tempeste personali e la forza del riscatto
Il talento porta Myryam Sylla in alto, ma la maturazione come atleta cammina di pari passo con prove personali durissime. Nel momento in cui la sua carriera internazionale sta decollando, Myriam deve affrontare la sfida più lacerante: nel 2018 la madre Salimata si ammala gravemente e muore.
Questo dolore immenso coincide con un periodo sportivo complesso, segnato anche da una dolorosa e ingiusta accusa di doping da cui viene poi completamente scagionata. È in questa tempesta emotiva che la Sylla si trasforma definitivamente nella “leonessa”. Invece di cedere alla sofferenza o al senso di colpa di essere lontana, sceglie di scendere in campo per onorare i sacrifici dei suoi genitori, portando nel cuore l’insegnamento più grande della madre: resistere, restare in piedi e lottare per i propri fratelli e per chi non ha voce.
Oggi è una delle pallavoliste italiane e di trofei ne ha collezionati tanti, dalla Coppa Italia, al Mondiale per club fino all’oro alle Olimpiadi 2024. Ognuno di questi è stato il riscatto tangibile di una ragazza che ha imparato a vincere prima di tutto contro il dolore.