Tokyo 2020, la stagione delle donne: quando lo sport è un motivo per rinascere

Le Olimpiadi di Tokyo si sono chiuse con l'Italia che ha portato a casa 40 medaglie, con una grande prova di forza e professionalità da parte delle nostre atlete

La fiamma olimpica di Tokyo 2020 si è spenta. Il braciere non è che un cumulo di cenere leggera, che si perde in quell’aria di malinconia che caratterizza sempre i grandi addii. Il Giappone ce l’ha messa tutta per organizzare i Giochi al meglio ma, bisogna dirlo, questa è stata di certo l’impresa più difficile per il mondo dello sport, per i suoi atleti e per quella competizione a cinque cerchi che – almeno per 23 giorni – riunisce i popoli sotto un unico fuoco.

Ed è sotto il sacro fuoco di Olimpia che si sono riunite le più grandi atlete del mondo, con il loro talento ma anche con le loro storie. La nostra è stata riscritta da Federica Pellegrini, in finale per cinque Olimpiadi consecutive e ora pronta a una nuova vita fuori dalla vasca, e da Vanessa Ferrari, meravigliosa farfalla del riscatto con le ali che si sono colorate (finalmente) d’argento.

È l’Olimpiade delle ragazze di ferro o di bronzo, come nel caso di Irma Testa nel pugilato, di Simona Quadarella negli 800 stile, di Lucilla Boari nel tiro con l’arco, di Viviana Bottaro nel karate, di Maria Centracchio nel judo, delle ragazze del fioretto. Ed è quella delle tante medaglie d’argento e d’oro.

Non importa quale sia il colore del trofeo che hanno indossato al collo. L’emozione di ognuna di loro è stata anche la nostra, è stata di tutte quelle che avrebbero voluto essere lì con loro a giocarsi un sogno, un’occasione, un riscatto o a mostrare le debolezze che ci rendono forti, come ha fatto Simone Biles, l’angelo con le ali di Icaro.

L’abbiamo vista sciogliersi di fronte alle sue fragilità, ai suoi demoni e alla determinazione di saper dire no. Dire no a quella pedana che hai sognato da sempre, sulla quale hai battuto i piedi, ti sei elevata e hai volteggiato. A Tokyo non è andata così, ha lasciato. Per se stessa e per lo sport. Perché dove non puoi amare non devi neanche osare. E quell’amore, Simone, l’ha voluto ricercare in se stessa e lontana dalla pedana. È tornata per la trave per la medaglia più bella che potesse immaginare, quella di bronzo.

Alle Olimpiadi si vince anche perdendo, come ci ha insegnato Silvia Semeraro che ha lasciato il tatami ferita nel corpo e nello spirito, ma è anche l’occasione per dare tutta te stessa, proprio come la marciatrice Antonella Palmisano che ha conquistato l’oro nella sua specialità.

Il grande gioco della vita, che qui si concentra in 19 specialità, è anche quello che ti delude. Lo sa bene Benedetta Pilato, arrivata ai Giochi con un tempo incredibile e tradita da una bracciata. Una squalifica che pesa come un macigno, soprattutto perché arrivata a 16 anni e alla prima Olimpiade della carriera.

Le abbiamo rincorse tutte, queste vittorie. Anche quelle umane e, insieme, si vince. Che siano competizioni a squadre o individuali, poco importa. Dobbiamo guardare oltre l’intreccio di quei cerchi per vedere oltre, per vedere noi. E, a voler osservare proprio bene, c’è tutto quello che siamo in grado di fare.

Ed è un po’ questo l’insegnamento dei tedofori, di tutti quelli che accendono la fiamma olimpica. Che cos’è la vita se non una boccata d’ossigeno? Se poi, all’Olimpiade, ci siamo arrivati quasi senza fiato… Allora il traguardo vale la fatica della corsa.

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