La Rai vende il Teatro Delle Vittorie ma ci sono luoghi che non sono solo luoghi. E così, quando l’azienda di Viale Mazzini quando la Rai ha annunciato di volerlo cedere, la reazione non si è fatta attendere: polemiche, manifestazioni, appelli accorati. Persino Fiorello si è schierato contro la dismissione. Insomma, tutto il repertorio. Ma andiamo con ordine, perché la storia è più complessa di quanto sembri a prima vista.
Rai vende il Teatro delle Vittorie, la versione dell’ad Giampaolo Rossi
In un’intervista al Sole24Ore, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha deciso di mettere le carte in tavola. Senza troppi giri di parole, ha spiegato che il piano di vendita degli immobili non è un capriccio né un segno di resa ma è parte integrante di una strategia industriale che, a regime, porterà a risparmiare oltre dieci milioni di euro all’anno. La Rai possiede un patrimonio immobiliare da 750mila metri quadri sparsi per tutto il paese – una cifra che fa quasi girare la testa – e tenersi tutto, in questo momento, non è semplicemente sostenibile.
Sul Teatro delle Vittorie nello specifico, Rossi non ha usato mezzi termini: “Ho trovato il dibattito in parte surreale. Dal Teatro delle Vittorie al teatrino della retorica il confine è stato molto labile”. Una frase che fa sorridere, ma che nasconde una sostanza concreta. Il teatro risale agli anni Quaranta, è compreso all’interno di un condominio, e ristrutturarlo costerebbe sette milioni di euro. A cui si aggiungono altri sette di mancata vendita. Quattordici milioni, in totale, per tenere in piedi un edificio dal valore soprattutto sentimentale.
Nessuno nega quel valore, sia chiaro. Ma i conti, alla fine, sono i conti. E se il Ministero della Cultura o altri enti pubblici volessero acquisirlo, la Rai sarebbe pronta a mettere a disposizione materiali, scenografie e archivi. Una porta aperta, insomma, anche se non spalancata.
Il caso Ranucci e il nodo del giornalismo d’inchiesta
L’intervista ha interessato anche il richiamo ricevuto da Sigfrido Ranucci dopo che il giornalista aveva riferito un retroscena sul Ministro Nordio, citando però una fonte dichiaratamente non verificata. La mossa aziendale ha scatenato un vespaio, con molti che ci hanno letto pressioni politiche belle e buone.
Rossi ha risposto difendendo il giornalismo d’inchiesta – “fa parte della storia della Rai” – ma tracciando una linea chiara: un’accusa a un Ministro, o a qualsiasi cittadino, non può poggiare su basi fragili. “Respingo l’idea di una Rai schiacciata su una sola parte politica”, ha aggiunto, ammettendo però che l’invadenza della politica nel servizio pubblico è un problema reale, che cambia faccia a seconda di chi governa. Una risposta diplomatica, forse fin troppo, ma almeno onesta nella sua ambiguità.
Prima serata, si cambia (forse)
Infine, il tema che in questi giorni sta animando anche i salotti meno televisivi: l’orario di inizio del prime time, che continua a slittare verso le dieci di sera con la puntualità di un treno in ritardo cronico. Rossi non ha chiuso la porta a un cambiamento, anzi, ha detto chiaramente che la Rai sta ragionando su formati più agili, più vicini ai modelli europei, e che ai produttori verrà chiesto uno sforzo in questa direzione.
È una promessa? Una speranza? Per ora è una sperimentazione. Ma qualcosa, almeno sulla carta, sembra muoversi.