A poche settimane dai David di Donatello 2026, il clima che circonda i cosiddetti “Oscar italiani” è tutt’altro che celebrativo. Tra appelli, dichiarazioni e prese di posizione, molti tra attori e registi si interrogano su come utilizzare – o meno – uno dei palcoscenici più importanti del settore. Non si tratta di un vero boicottaggio ma di una presa di posizione ferma che avviene a seguito delle ultime disposizioni del governo Meloni che riguardano i finanziamenti per il settore cinema e audiovisivo.
David di Donatello, il cinema italiano protesta
Il conto alla rovescia verso la cerimonia della 71a edizione dei David di Donatello è iniziato, ma il dibattito è già acceso e la polemica in corso da settimane. L’industria cinematografica italiana si trova a fare i conti con una situazione complessa, fatta di precarietà e difficoltà diffuse, soprattutto tra le maestranze. Non è un caso che lo slogan scelto per accompagnare la mobilitazione sia chiaro e diretto: “Non c’è Italia senza cinema”.
Dietro questa frase si nasconde una richiesta precisa: maggiore attenzione verso un comparto che, pur producendo contenuti e cultura, vive una fase di forte fragilità. Tecnici, operatori e lavoratori dietro le quinte denunciano da tempo condizioni economiche instabili con stipendi medio-bassi e una mancanza di continuità che ormai è diventata la norma.
In questo contesto, alcuni esponenti del settore hanno iniziato a riflettere sull’ipotesi di non partecipare alla cerimonia, trasformando l’evento in un gesto simbolico di protesta. Ma è davvero questa la strada più efficace?
Le posizioni di Valeria Golino, Sergio Castellitto e Matilda De Angelis
Tra le voci più ascoltate in queste settimane c’è quella di Valeria Golino, che ha scelto di mettersi a disposizione come portavoce delle istanze del settore. Una figura considerata autorevole e trasversale, capace (secondo molti) di rappresentare sensibilità diverse senza schierarsi apertamente.
Più pungente, invece, il commento di Sergio Castellitto, che prima ha detto di essere disinteressato alla questione per poi liquidarla con poche parole ma molto taglienti, che stanno facendo discutere molto in queste ultime ore: “Parlare dei David di Donatello sarebbe ora troppo ampio, bisognerebbe demolire la congregazione e poi in caso cominciare a parlarne”. Una frase che riflette un malessere più ampio e una certa disillusione nei confronti del sistema.
Sul fronte opposto, ma con toni più cauti, si colloca Matilda De Angelis, appena reduce dal successo della terza stagione de La legge di Lidia Poët, che ha spiegato di essere ancora indecisa su come muoversi. “Mi sto prendendo un po’ di tempo per decidere e leggere il sentimento comune non perché devo aderirci ma è una scelta complicata. Mi sto interrogando sul senso di boicottare una cosa che può essere invece un palcoscenico per il nostro cinema o piuttosto salire sul palco portando alla luce i problemi di questo settore. È importante non autosabotarci”.
La strategia delle associazioni
La linea prevalente sembra essere quella del compromesso. Le principali associazioni di autori e professionisti del settore hanno deciso di non aderire al boicottaggio, preferendo utilizzare la cerimonia come megafono. “Sfrutteremo l’occasione di visibilità dell’evento, sia quella della cerimonia a Cinecittà sia quella più istituzionale al Quirinale, per mandare dei messaggi. Utilizzeremo la ‘vetrina’ per riempirla di contenuti”, ha spiegato Lorenzo d’Amico De Carvalho.
E ancora: “Nessuno ritiene che boicottare la serata possa essere il modo migliore per farsi portatori di una proposta o di un messaggio. Noi non abbiamo interesse a far fare brutta figura a nessuno, ma a che qualcuno prenda in debita considerazione le nostre criticità e le proposte che abbiamo da fare per risolverle”.
Una scelta che non convince tutti. Il collettivo più radicale continua a spingere per una presa di posizione più netta, accusando le associazioni di aver scelto una linea troppo morbida e poco incisiva. Intanto, durante la serata, artisti e professionisti indosseranno un adesivo con lo slogan della mobilitazione, trasformando così il red carpet in un segnale visibile di protesta.