Miopia: cos’è, quando e perché si manifesta

La miopia ha una base genetica, ma le abitudini fanno la differenza: perché è sempre più diffusa e quali rischi di patologie dell'occhio comporta

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Riprendete in mano le immagini dei poeti e degli scrittori di un tempo. Vedrete che spesso, anche se giovani, vengono descritti con gli occhialini sulla punta del naso, chini sul libro. Il motivo di queste immagini? C’era la necessità di leggere, e molto. E magari l’occhio, in chi era predisposto, si “stancava” fino a diventare miope. Oggi, oltre ai libri, il bisogno di “accomodare” la vista è giocato da smartphone e tablets. Questi strumenti vengono usati fin da piccoli. E con l’impiego esagerato di questi dispositivi, può crescere anche la miopia.

Cos’è la miopia

La miopia è nel mondo il più diffuso difetto della vista: ne è affetta circa una persona su tre, con una percentuale in costante aumento. Tecnicamente viene considerata un difetto di rifrazione, dovuto al fatto che i raggi luminosi che provengono da lontano vengono messi a fuoco davanti alla retina e non, come dovrebbero, su questa, per cui il soggetto vede sfuocato in lontananza.

Come ricordano gli esperti dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma “è un disturbo della vista (vizio di refrazione) causato dal fatto che i raggi luminosi provenienti dall’ambiente non sono messi a fuoco sulla parte centrale della retina (fovea), come dovrebbe accadere, ma anteriormente ad essa. Questo è il risultato di uno squilibrio tra il potere del diottro oculare, sistema che permette di vedere le immagini provenienti dal mondo esterno, e la lunghezza del bulbo oculare. In genere i soggetti miopi hanno un occhio più lungo della media. Si distinguono due forme principali di miopia, una forma lieve-moderata, definita “semplice” ed una forma grave, definita “patologica” o “degenerativa”.

Quando il bimbo inizia a vedere

Sembra impossibile. Ma la vista è già presente quando ancora il piccolo è nella pancia della mamma: le ecografie effettuate nell’ultima settimana di gravidanza dimostrano infatti che il feto può percepire la luce all’interno dell’utero. Ma solo dopo il primo vagito il bimbo comincia a vedere. In quei momenti, anche se può sembrare che il piccolo non percepisca bene (e in effetti è così), è con voi.  Ovviamente, non tutto avviene di colpo.

Il neonato sa riconoscere subito la luce dal buio e dopo cinque settimane di vita inizia a fissare negli occhi chi gli parla, seppur per pochi secondi. A due-tre mesi l’acutezza visiva è inferiore a un decimo, a quattro mesi si avvicina ai due decimi, a cinque-sei mesi arriva a vedere fino a molti metri intorno a sé. A nove mesi l’acutezza visiva è di cinque decimi, e arriva ai sei decimi al termine del primo anno di vita. Non solo sguardi, quindi, ma anche voce e carezze possono far passare quei messaggi d’amore che i genitori inviano ai loro figli.

Perché l’occhio del bambino è messo a dura prova

Insieme al pediatra, è fondamentale imparare a capire come dovrebbero lavorare gli occhi di un bambino perché i genitori, dal canto loro, possono insospettirsi sulla presenza di un difetto visivo e parlarne con il medico. Ricordiamo che nel bimbo quasi sempre un eventuale difetto interessa un solo occhio e la natura porta a compensare: l’occhio che non funziona alla perfezione viene “aiutato” dall’altro, e quindi non da alcun segno delle sue difficoltà. Detto che solo il medico può capire davvero di cosa si tratta, ecco un test che potete fare a casa. Basta avere in libro ricco di figure.

Coprite alternativamente un occhio del bebè e mettete il piccolo davanti ad una pagina colorata. Se l’oggetto è davvero interessante per il bambino, il suo comportamento dovrebbe essere identico in tutti e due i casi. Se ciò non avviene e la mamma nota che il piccolo si comporta in maniera diversa quando ha un occhio coperto, c’è da sospettare che la capacità visiva non sia la stessa in entrambi gli occhi.

Diciamolo. Dal punto di vista (è proprio il caso di scrivere così!) degli occhi, l’evoluzione degli ultimi tempi ha portato l’uomo a cambiare radicalmente la situazione. Per  milioni di anni  i nostri antenati dovevano vedere lontano, per guardare negli ampi spazi di un territorio in cui doveva difendersi da belve che cacciava con archi. Poi, fino alle prime lenti da occhiali, c’è stato una lentissima evoluzione, che si è accelerata con la stampa, la lampadina e poi con i moderni tablet, smartphone e simili, che ci costringono a fissare quanto vogliamo vedere da vicino.

La miopia nasce perché l’occhio è troppo lungo

La “lunghezza” dell’organo, fin da bambini, rappresenta un elemento da tenere in considerazione. Ovvio che i genitori non possono vedere le dimensioni dell’occhio ma, come in una favola, anche con l’organo della vista possono esserci tre difetti: il lungo, cioè l’occhio miope, il corto, l’occhio ipermetrope e, anche se non è proprio una definizione perfetta ma solo per tener fede alla canzone, il pacioccone, alias occhio stigmatico. Insomma, stiamo rifacendo una canzone dello Zecchino d’Oro. Nella miopia in particolare l’occhio è troppo “lungo”.

Quindi gli oggetti vicini sono facilmente visibili, mentre i “segnali luminosi provenienti da oggetti lontani giungono ad un punto focale prima di raggiungere la retina. L’immagine, che proprio dalla retina viene decodificata, appare nebulosa. La presenza di lenti concave, che accorciano l’occhio, consente di risolvere il quadro.

Quando invece si parla di ipermetropia, l’occhio è eccessivamente “corto” e quindi non si riesce a vedere bene gli oggetti vicini perché il punto focale della luce va a cadere “dietro” la retina. Chi è ipermetrope ha quindi difficoltà a vedere da vicino e per questo errore di rifrazione si usano lenti convesse che allungano l’occhio.

Infine nell’occhio astigmatico sono la curvatura della cornea e del cristallino ad essere irregolare. Il difetto porta ad una maggiore curvatura di alcuni raggi luminosi, che quindi si incurvano più degli altri e vengono messi a fuoco male.

Quando compare e come si identifica la miopia

In genere la miopia insorge verso i 5-6 anni, o più tardi, nel corso dell’adolescenza. Tende comunque a progredire nei ragazzi e nelle ragazze. Non si tratta solamente di un difetto visivo, ma può rappresentare anche un fattore di rischio per patologie future. Un esempio? Pensate che una miopia elevata (oltre 6 diottrie) aumenta il rischio di alcune patologie dell’occhio come la maculopatia, il glaucoma e il distacco di retina. Per questo è bene favorire sane abitudini nei più piccoli.  Secondo alcuni studi trascorrere ogni giorno 40 minuti all’aperto comporterebbe una riduzione dell’incidenza della miopia del 23%.

Altri studi rilevano che il rischio di progressione della miopia scenderebbe del 54% per i bambini che trascorrono ogni settimana almeno 11 ore all’aperto. Per questo è importante che i bimbi stiano all’aperto, senza concentrare costantemente lo sguardo su uno schermo. L’attività fisica è fondamentale.

Quanto conta “l’iperlavoro”

Le cifre di questa “epidemia” non infettiva, almeno in chiave di previsione, sono davvero preoccupanti. Stando ad alcune analisi, pare che quasi quattro giovani su dieci, in futuro, dovranno fare i conti con la miopia. Molte più persone (soprattutto adolescenti e giovani) vivranno in un mondo sempre più digitale. I tablet e i telefonini sembrano ormai far parte del corpo umano come un braccio o una mano: uno studio inglese di qualche tempo fa ha scoperto che vengono usati anche mentre ci si fa la barba o ci si trucca. Per un totale di ore e ore al giorno, fino alla pausa notturna del sonno.

Stando agli esperti, sarebbero proprio le continue overdose, giorno dopo giorno, a mettere in difficoltà la vista. E per diversi motivi. La visione da vicino farebbe aumentare la pressione nel corpo vitreo (una particolare struttura oculare) e questa condizione può causare l’allungamento del bulbo: quindi l’occhio si “allunga” e si “sballa” la  messa a fuoco. Non solo: è anche possibile che una lunga applicazione dell’occhio da vicino causi uno spasmo accomodativo durevole.

Si parte con l’occhio “stanco”

L’attività ravvicinata a uno schermo (pc, tablet), comporta un costante sforzo di messa a fuoco. Nel bambino questo problema tende ad essere minore rispetto all’adulto, ma è comunque presente. E rende comune necessario un forte  stimolo accomodativo. La conseguenza più comune è l’astenopia, la stanchezza visiva; inoltre, questo affaticamento accomodativo nel bambino, a lungo andare, può facilitare la formazione di miopia, ovvero una difficoltà a leggere da lontano.

Ma non basta. L’attenzione che i monitor sollecitano comporta una minore frequenza dell’ammiccamento e questo induce un’alterazione cronica del film lacrimale: ciò accade perché la cornea, il tessuto trasparente che si trova nella parte anteriore dell’occhio, si nutre attraverso l’ossigeno sciolto nelle lacrime. La conseguenza può essere la comparsa di bruciore e arrossamento, ovviamente quando si esagera nel tempo.

Genetica e luce “giusta”

Quando si parla di miopia, non bisogna dimenticare quanto conta la predisposizione genetica. Se mamma e papà sono miopi, è più facile che anche il figlio abbia lo stesso problema. Ma l’eccesso di strumenti informatici è comunque da evitare, anche per gli effetti della cosiddetta “luce blu”. La luce blu  è quella che viene diffusa dal sole, dalla luce artificiale, ma anche dai Led, cioè gli schermi degli smartphone e analoghi . Ha una lunghezza d’onda corta e quindi una maggior frequenza  ed energia, che provoca sfocatura e una riduzione di contrasto sulla retina.

La lunga esposizione alla luce blu può provocare rossore e irritazione agli occhi, secchezza, affaticamento e visione offuscata oltre  a mal di testa. Contromisure possibili? Oltre a non esagerare con chat, messaggini e lettura di caratteri piccoli su cellulari e tablet, gli esperti consigliano l’esposizione alla luce naturale. Due studi pubblicati qualche anno fa sulla rivista Ophtalmology  (realizzati uno a Taiwan, l’altro in Danimarca)  hanno mostrato che se i bambini trascorrono più tempo all’aperto si riduce il rischio di miopia.

Come mai?  Perché la dopamina, un neurotrasmettitore prodotto nella retina sotto  l’effetto della luce naturale, gioca un ruolo cruciale nella buona trasmissione delle immagini al cervello, e sembra anche che sia in grado di evitare una crescita eccessiva dell’occhio dalla nascita ai 25 anni, il cosiddetto “occhio troppo lungo” che è poi la lunghezza assiale dell’occhio del miope.

Quando controllare gli occhi nel bambino

In chiave preventiva, è fondamentale limitare il tempo trascorso dai bambini davanti agli schermi, e in ogni caso, “privilegiare” gli schermi più grandi, come tv e tablet rispetto ai telefonini. Il tutto, assicurandosi che il piccolo guardi tenendosi alla giusta distanza. Ma soprattutto, bisogna tenere presente che la vista va sempre seguita, fin da piccoli. Occorre puntare sui controlli alla nascita, a tre e sei anni. E ci vuole un pizzico di attenzione ai segni che devono far sospettare un difetto di vista, per esempio se il bambino si avvicina troppo alla televisione, se strizza gli occhi quando guarda la televisione da lontano, e se ha il mal di testa, che in taluni casi può essere un sintomo della miopia.

I consigli per proteggersi (a tutte le età)

  1. Sbattere le palpebre. Quando stiamo al computer o leggiamo su un tablet sbattiamo gli occhi da 2 a 3 volte meno del solito. E questo alla lunga può portare alla sindrome dell’occhio secco e a danni permanenti alla vista. Occorre sempre inumidire gli occhi sbattendo le palpebre
  2. Seguire la regola del 20/20/20. Mentre si lavora al PC, si legge il Kindle, si rimane sui social con lo smartphone, ogni 20 minuti occorre guardare a 20 metri di distanza per 20 secondi per aiutare gli occhi a cambiare la messa a fuoco.
  3. Tenere lontano l’apparecchio. È il miglior modo per limitare l’impatto di tablet e altri dispositivi elettronici sulla salute degli occhi. Inoltre occorre controllare gli occhi ogni anno ricordando all’oculista che si fa grande uso di dispositivi palmari.
  4. Fare attenzione alla luce. L’Ideale è usare smartphone e simili in una stanza ben illuminata, o all’esterno. Anche se non ci si pensa, non bisogna mai dimenticare che l’affaticamento degli occhi è spesso causato dalla mancanza di luce.

Fonti bibliografiche