Pensate ad un nemico invisibile che ha la forma familiare di un chicco di caffè. Ecco, se volete immaginare la Neisseria meningitidis, dovete fare questa similitudine. Per questo batterio, la scienza dice che l’età tra i quattro/sei mesi e i due anni è quella più a rischio, insieme a quella dell’adolescenza. Nei primi mesi di vita il bambino non ha un sistema immunitario così sviluppato da riuscire a contrastare efficacemente l’infezione del batterio, l’adolescente invece ha uno stile di vita tale che più frequentemente lo porta ad acquisire la condizione di portatore. A
fronte di queste conoscenze, comunque, le certezze non sono ancora assolute. E quanto sta avvenendo nel Regno Unito, pur se si parla di un quadro che si sta normalizzando, conferma come ci sia da studiare, per conoscere un germe che ha ancora tanti misteri. Uno per tutti: non si può conoscere a priori chi andrà incontro ad un’infezione causata da un batterio che normalmente è presente nelle cavità del naso e della faringe di una persona su dieci, senza dare alcun fastidio.
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L’ipotesi del superceppo
Tra le ipotesi che si sono sviluppate per spiegare la virulenza e la capacità di diffusione così spiccata del Meningococco B (o Men B), identificato nei casi osservati nel Regno Unito, c’è anche quella che, attraverso mutazioni magari minime, il batterio abbia assunto caratteristiche di maggior “cattiveria”. Si tratta solo di una possibilità, lo ripetiamo, che emerge dalla valutazione di studiosi interrogati su quanto avvenuto dal British Medical Journal.
In pratica, secondo quanto emerge, il ceppo avrebbe assunto differenti capacità di diffusione tra le persone, con una maggior rapidità e quindi con una concentrazione di casi estremamente elevata in un breve lasso temporale. Il tutto sarebbe avvenuto in un ambiente chiuso come una discoteca, con evidente difficoltà ad identificare i soggetti potenzialmente esposti.
Va detto che fino ad ora, sempre secondo gli esperti, il Meningococco B non ha quasi mai determinato epidemie così improvvise e su un elevato numero di persone, a differenza di quanto avvenuto con altri ceppi di Neisseria meningitidis. Insomma: l’alto numero di contagi preoccupa. E stando alle ipotesi, le due possibilità per spiegare quanto avviene sono semplici: da un lato potrebbe trattarsi di un’evoluzione che ha portato il batterio ad essere maggiormente capace di diffondersi e “cattivo”, dall’altro si potrebbe essere creata una serie di comportamenti a rischio dei soggetti infettarti molto concentrati in una popolazione.
Il valore della prevenzione
Senza allarmi, quindi. Ma con un occhio di attenzione alla situazione, ricordando che accanto al monitoraggio, la prevenzione resta il pilastro principale.
Le vaccinazioni contro i principali batteri responsabili della meningite rappresentano uno strumento efficace e sicuro, in grado di ridurre significativamente l’incidenza della malattia, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione.
“Quello che osserviamo oggi, anche a livello internazionale, è un sistema di sorveglianza che funziona e intercetta tempestivamente i casi, anche quelli meno gravi. Questo deve essere interpretato come un segnale positivo, non come motivo di allarme. La meningite è una malattia seria, ma prevenibile e gestibile grazie a vaccini e interventi tempestivi – è il commento di Fabrizio Pregliasco, virologo e docente di Igiene Generale e Applicata presso l’Università di Milano, Direttore scientifico di Osservatorio Virusrespiratori.it.”
In questo contesto, è importante sottolineare come i casi recentemente registrati in Gran Bretagna abbiano interessato prevalentemente giovani adulti, confermando che alcune fasce di età rappresentano momenti di maggiore vulnerabilità. Tuttavia, la prevenzione della meningite inizia fin dall’infanzia, attraverso l’adesione completa al calendario vaccinale.
Proprio per questo, le strategie più efficaci prevedono un approccio lungo tutto l’arco della vita, che includa anche richiami vaccinali nelle età successive, in particolare durante l’adolescenza e la giovane età adulta, fasi in cui il rischio di circolazione del batterio può aumentare.
Cosa bisogna sapere del Man B
La Neisseria meningitidis si trasmette per via area, ovvero attraverso colpi di tosse e goccioline di saliva e muco. Tende a diffondersi con maggior frequenza nelle comunità chiuse, luoghi affollati come le scuole, le discoteche o le caserme.
Viene trasmesso da portatori asintomatici, che cioè non presentano fastidi, dove magari si dimostra responsabile di qualche colpo di tosse o di un leggero mal di gola. Ad oggi non è del tutto noto come mai una persona sviluppi l’infezione-malattia.
I primi sintomi dell’insorgenza della malattia nella maggior parte dei casi sono aspecifici, come la febbre, e talvolta possono essere confusi con altre infezioni virali, ad esempio l’influenza. Dopo le prime fasi dell’infezione, però, il meningococco entra in circolo e, a quel punto, è in grado di dar luogo alle manifestazioni cliniche.
Il quadro clinico è caratterizzato da un esordio brusco con febbre, cefalea, rigidità della nuca, vomito e macchie sulla pelle, presenti in tre malati su quattro. Il decorso della meningite può essere estremamente rapido, tanto da condurre a morte anche in poche ore.
La terapia della meningite da meningococco si basa ovviamente su un trattamento antibiotico mirato, che talvolta risulta inefficace data la velocità con cui la malattia progredisce. Quando si verifica un caso, per difendere chi è entrato in contatto con l’ammalato, si attua una profilassi attraverso un trattamento antibiotico adeguato.
Oggi sono disponibili vaccini in grado di prevenire l’infezione nei confronti dei ceppi di meningococco maggiormente responsabili della malattia. Esistono vaccini per i meningococchi C, A, W, Y e ed ovviamente anche per il meningococco B, che rappresenta in Europa una delle principali cause di infezione. Va altresì ricordato che le meningiti batteriche, oltre che dalla Neisseria meningitidis, possono essere causate da batteri diversi quali Haemophilus influenzae B e Streptococcus pneumoniae.