Emicrania, ecco perché la donna rischia di più e si cura di meno

L'emicrania colpisce più le donne che gli uomini. Spesso viene trascurata e riconosciuta con ritardo. I sintomi da non trascurare e le nuove cure

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

L’emicrania, quel dolore lancinante che non ti lascia vivere, colpisce in quasi otto casi su dieci le donne. E comincia precocemente nel sesso femminile. cioè prima dei 18 anni, per il 42,1 per cento delle pazienti donne, rispetto al 26% per cento degli emicranici uomini.

È solo uno dei dati che emerge dalla ricerca “Vivere con l’emicrania” realizzata dal Censis su un campione di 695 pazienti dai 18 ai 65 anni con diagnosi di emicrania ed è stato realizzato anche un focus sui pazienti colpiti da cefalea a grappolo, una forma non frequente di cefalea primaria particolarmente dolorosa.

Le donne si trascurano e l’emicrania viene riconosciuta tardi

Dall’analisi emerge che l’emicrania è una patologia che tende ad essere trascurata e riconosciuta con ritardo. Il 58,9 per cento dei pazienti si rivolge al medico entro un anno dalla comparsa dei primi sintomi ma uno su cinque aspetta più di cinque anni.

Sono le femmine a indugiare di più (il 23,3 per cento contro il 9,4 per cento dei maschi). Il tempo medio per arrivare a una diagnosi è di 7,1 anni: 7,8 anni per le donne, solo 4,1 anni per gli uomini. La patologia rimane quindi in molti casi non diagnosticata per molto tempo: il 28,1 per cento dei pazienti ha avuto la diagnosi entro un anno dai primi sintomi, il 30,5 per cento ha dovuto aspettare tra due e cinque anni, il 23,4 per cento più di dieci anni.

La malattia appare più debilitante per le donne colpite, che definiscono scadente il proprio stato di salute nel 34,1 per cento dei casi (contro il 15 per cento degli uomini). Il 36,3 per cento delle donne colpite soffre di emicrania cronica, cioè con più di 14 giornate di emicrania al mese e il 47,9 per cento delle donne soffre contemporaneamente di altre patologie (contro il 33,9 per cento degli uomini).

La durata media per singolo attacco, se non debitamente trattato, nel 46 per cento dei casi è pari a 24-48 ore e nel 34 per cento dura più di 48 ore. Sono le donne a lamentare gli attacchi più lunghi, con il 39,2 per cento che soffre di attacchi che superano le 48 ore contro l’11,8 per cento degli uomini.

L’aspetto più penalizzante è considerato il dolore (per l’81,7 per cento delle donne e il 72,4 degli uomini), seguito da stanchezza ed energie ridotte: per il gentil sesso si segnala una riduzione delle attività sociali in misura maggiore rispetto ai maschi (il 42,9 per cento contro il 21,3) e a causa del mal di testa ci sono più problemi di vario tipo. Sul lavoro, il 39,7 per cento delle donne, nello svolgimento dei propri compiti familiari e domestici, il 36,3 per cento ad occuparsi dei figli, il 18,7 per cento.

Non è solo un mal di testa!

“L’emicrania rimane una malattia misconosciuta e sottotrattata a dispetto di una disabilità tanto grave e costi enormi. È una forma di cefalea idiopatica ricorrente, che si manifesta con attacchi della durata di 4-72 ore – spiega Pietro Cortelli, Professore Ordinario di Neurologia, IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna – caratteristiche cliniche di questa patologia sono la localizzazione unilaterale del capo, dolore pulsante, intensità media o forte, aggravamento con le attività quotidiane e associazione di nausea, vomito, fastidio al rumore e alla luce. In Italia la prevalenza è del 9 per cento tra i maschi, quasi quadrupla nelle femmine. Il costo annuale dell’emicrania nel nostro Paese è di 20 miliardi di euro”.

L’importante, come detto, è fare la giusta diagnosi. Purtroppo mai nessuna distinzione è stata fatta in maniera seria e corretta tra il comune mal di testa, che colpisce tutti almeno una volta nella vita e che si risolve spontaneamente con il riposo o un’ora di sonno, e l’emicrania che sconvolge la vita di chi ne soffre.

L’emicranico vive male sia per la enorme sofferenza fisica che si accompagna all’attacco cefalalgico acuto sia per la disabilità che ne deriva ma anche per il mancato riconoscimento sociale dell’emicrania, come malattia vera e propria, grave e invalidante, responsabile di un ulteriore aggravamento del vissuto dei pazienti.

“Il nostro attacco emicranico nell’immaginario collettivo è stato condizionato moltissimo da quello che esce sui giornali, in televisione o sul web – segnala Lara Merighi di AL. Ce Italia, Alleanza Cefalalgici – noi emicranici siamo considerate persone deboli che non sanno gestire la loro vita mentre siamo individui sensibili, lavoratori instancabili, armati di coraggio e ci sentiamo inutili quando il dolore ci paralizza. Abbiamo un cuore che batte nella testa in modo quasi incessante con un dolore che dà sofferenze talmente enormi da tanto di quel tempo che a volte preferiamo l’oscurità alla luce”.  Insomma, esiste un gap culturale che porta alla sottovalutazione dei sintomi, alla sottodiagnosi e ad una erronea gestione della patologia emicranica.

Le novità nei trattamenti

Sul fronte delle cure, dopo quasi venti anni dall’ingresso dei triptani, una svolta nei trattamenti potrebbe cambiare la storia naturale dell’emicrania. Da pochi mesi è arrivata una nuova classe di farmaci, i primi anticorpi monoclonali anti-CGRP per la prevenzione dell’attacco cefalalgico acuto.

“Gli anticorpi monoclonali anti-CGRP, che vengono somministrati mensilmente per via sottocutanea, si utilizzano nella terapia di profilassi, per prevenire l’attacco acuto – spiega Elio Clemente Agostoni, Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Niguarda Neuro Center, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano e Presidente ANIRCEF – Si tratta di farmaci che sono diretti contro la proteina CGRP, un potente vasodilatatore che è uno dei responsabili della patologia emicranica. Gli anticorpi monoclonali bloccano il legame del CGRP sul suo recettore inibendo la dilatazione vasale e l’infiammazione. Gli studi clinici hanno dimostrato una molto significativa efficacia nel dimezzare o in molti casi azzerare le crisi cefalalgiche, una buona tolleranza e un buon profilo di sicurezza. L’emicrania è una malattia che deve essere curata anche perché oltre all’impatto economico, stravolge la vita delle persone. Questi farmaci per la prima volta potrebbero modificare la storia naturale dell’emicrania”.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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