Chikungunya, c’è il vaccino: a chi serve, come funziona, prima di quali viaggi è indicato

Un documento specifico definisce i protocolli d'impiego della vaccinazione Chikungunya. Come si manifesta l'infezione e quanto è diffusa in Italia

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Vi siete mai chiesti cosa significa Chikungunya? Dovendo dare una definizione potremmo tradurre il termine così: “Colui che cammina storto”. Basta questo per capire quanto e come la malattia possa lasciare strascichi alle articolazioni, sicuramente pesanti da sostenere.

Per questo è importante sapere che, a prescindere dai casi sporadici osservati in Italia, esiste la possibilità di proteggersi con la vaccinazione, specie se sono previsti trasferimenti in aree a rischio. Lo ricordano gli esperti della Società Italiana di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni (SIMVIM), ricordando che la protezione può essere effettuata con un vaccino monodose. La vaccinazione dovrebbe essere inserita fra gli adempimenti da compiere prima di mettersi in viaggio verso mete come Cuba, Brasile e altri paesi dell’America Latina e dell’Asia, come l’India, e alcune aree della Cina.

Cosa propongono gli esperti

È stato messo a punto un documento specifico, nato dalla stretta collaborazione tra SIMVIM e SITI (Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica). Questo testo non solo chiarisce che la vaccinazione sia fortemente raccomandata per chiunque visiti zone con epidemie in corso, ma risulta una scelta consigliata per i soggetti che soggiornano in aree dove nei cinque anni precedenti vi è stata una evidenza di trasmissione del virus, specie per coloro che hanno più di 65 anni o comorbidità.

“A differenza di indicazioni promulgate in altri Paesi, in queste non vengono poste tempistiche minime di soggiorno in aree a rischio per raccomandare la profilassi, si sottolinea invece che la puntura di zanzara può verificarsi in ogni momento, indipendentemente dalla durata del soggiorno – spiega Andrea Rossanese, Presidente SIMVIM e Responsabile Travel Clinic del Centro di Malattie Tropicali dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar dí Valpolicella.

Nelle Raccomandazioni emerge l’importanza di considerare il rischio legato ai soggiorni in zone endemiche come un fattore cumulativo prospettico. Ciò implica che la profilassi debba essere valutata attentamente non solo per i singoli viaggi di lunga durata, ma anche per i viaggiatori che si recano frequentemente in aree a rischio, accumulando nel tempo una probabilità di esposizione significativa”.

Come comportarsi

L’adozione delle raccomandazioni trasforma la prevenzione della Chikungunya da una gestione emergenziale a una difesa strutturata, capace di rispondere sia alle esigenze dei viaggiatori internazionali sia alla protezione della collettività dai focolai autoctoni, confermando l’impegno dell’Italia nel contrasto a minacce virali che non possono più essere considerate distanti.

Le raccomandazioni in particolare definiscono con precisione i protocolli d’impiego della vaccinazione Chikungunya, e stabiliscono criteri chiari per la profilassi, garantendo una piena coerenza con i quadri normativi già pubblicati in altri Paesi da organismi autorevoli quali il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) negli Stati Uniti, il Joint Committee on Vaccination and Immunisation (JCVI) nel Regno Unito, la Ständige Impfkommission (STIKO) in Germania, e le società Asociación Española de Vacunología (AEV) e Sociedad Española de Medicina del Viajero (SEMEVI) in Spagna.

“Chiunque, oggi, sia in procinto di partire alla volta di un Paese a rischio chikungunya – per esempio, Cuba, Brasile, Messico oppure le province meridionali della Cina -, dovrebbe recarsi almeno 15 giorni prima in un ambulatorio dedicato per la medicina dei viaggiatori del proprio territorio: ci sono oltre 200 punti d’accoglienza in tutto il territorio nazionale che rientrano in una rete del servizio sanitario nazionale – avverta Rossanese”.

Il virus e i rischi

Negli ultimi anni in Italia si sono verificati diversi casi di infezione da virus Chikungunya, trasmesso dalla zanzara del genere Aedes albopictus, nota come zanzara tigre. I focolai più recenti si sono avuti quest’estate in Emilia-Romagna e Veneto. Al 7 ottobre, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), si contavano 398 casi di infezione diagnosticata, in aumento significativo rispetto al 2024 quando si limitavano a 17.

I numeri, certo, sono ancora sotto controllo. In termini più ampi, dall’inizio del 2025 fino ad agosto, secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), sono stati segnalati circa 317mila casi e 135 decessi correlati in 16 Paesi. È probabile però che le cifre siano più alte, dato che la diagnosi è spesso complessa e la sorveglianza non è sempre adeguata in tutte le regioni del pianeta.

La globalizzazione e il cambiamento climatico stanno favorendo la diffusione delle zanzare Aedes e la diffusione del virus chikungunya che costituisce ormai una problematica di salute globale (riscontrato in oltre 119 nazioni).Da un lato conta la globalizzazione, attraverso i viaggi (incrementati rispetto ai livelli pre-pandemia COVID-19) e il commercio, che hanno facilitato l’introduzione della zanzara e del virus in nuove aree, come l’Europa, dall’altro incide il cambiamento climatico ha reso queste regioni più ospitali alla proliferazione del vettore, favorendo la comparsa di epidemie autoctone.

A complicare ulteriormente il quadro, c’è la considerazione che i sintomi manifestati sono simili a quelli di altre malattie trasmesse da zanzare, come la dengue e la Zika, rendendo difficile distinguere i casi.

La malattia si manifesta generalmente con sintomi acuti, tra cui febbre, eruzione cutanea, affaticamento, mal di testa e, spesso, dolori articolari intensi e debilitanti. La maggior parte dei pazienti guarisce entro 1-2 settimane, ma tra il 30% e il 40% può sviluppare artrite cronica che può durare mesi o persino anni. Non esiste un trattamento specifico disponibile ma si punta a controllare i sintomi.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.