Anestesia, perché stare tranquilli e come prepararsi

“Medicina perioperatoria” per assicurare il trattamento ottimale a chi deve essere sottoposto ad anestesia: come funziona

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Covid-19, lockdown, pandemia. Tutte parole che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi e che spesso hanno condizionato le nostre scelte in termini di salute. Ora, superata la fase più calda, dobbiamo soprattutto vincere la paura, anche e soprattutto se abbiamo in programma un intervento chirurgico che richiede un’anestesia generale.

Gli ospedali sono già stati organizzati per garantire la migliore sicurezza, ma l’impatto della pandemia è legato anche al timore dei cittadini che non si sentono correttamente informati. I pazienti rinviano gli interventi per paura di contrarre l’infezione da coronavirus, ma sbagliano. A spiegare il perché è Flavia Petrini,  Direttore U.O.C. Anestesia, rianimazione e terapia intensiva presso l’Ospedale SS.ma Annunziata di Chieti
e Presidente SIAARTI, la società scientifica che riunisce gli specialisti in anestesia e rianimazione, con oltre 9000 iscritti.

L’anestesia su misura

Medicina perioperatoria”. Questa è la parola chiave per assicurare il trattamento ottimale per chi deve essere sottoposto ad anestesia. “Si tratta di un insieme di attenzioni clinico-organizzative adottate per rendere più sicuro possibile e rapido il decorso del paziente sottoposto a procedure chirurgiche, migliorando la possibilità di recupero e la possibilità di guarire in tempi minori – spiega Flavia Petrini. Un fattore che, in occasione di eventi epidemici come quello che stiamo vivendo, è ancora più importante insieme alle altre strategie organizzative di contenimento del rischio di contrarre infezioni in ospedale (non solo da Covid-19)”.

“Il filo conduttore dell’assistenza perioperatoria è l’interazione tra operatori dei team, di cui anestesisti-rianimatori e chirurghi sono gli attori medici, ma che includono anche infermieri adeguatamente formati e che devono rendere quanto più possibile semplice ed esente da complicanze la ripresa dell’organismo dopo il trauma chirurgico, adottando tecniche e strategie farmacologiche da “personalizzare” al caso ed ai rischi previsti, da cui dipende la prognosi dell’intervento”.

Un esempio? In caso di chirurgia addominale demolitiva in un paziente con patologia respiratoria, l’intervento deve essere organizzato per fare in modo che siano ridotte le complicanze prevedibili di tipo respiratorio, che poi finiscono per mettere a rischio anche la cicatrizzazione e la ripresa della funzione dell’apparato operato.

Cosa si fa, in questi casi, per migliorare le potenzialità di ripresa del paziente? “Si adottano tecniche mininvasive, si utilizzano farmaci combinati in modo da ridurre l’impatto sulla ripresa della funzione respiratoria, si abbina l’anestesia generale quando necessaria e l’anestesia loco-regionale, si applicano strategie di “patient blood management” (gestione del sangue del paziente), mantenimento della normotermia perioperatoria, monitoraggio cardio-respiratorio e della profondità dell’anestesia e del recupero neuromuscolare. Ma prima di tutto ciò, si deve anche preparare il paziente con attenzioni nutrizionali e di pre-abilitazione”.

L’approccio personalizzato che sta alla base del percorso perioperatorio viene spiegato ai pazienti, informati dei rischi e ai fini del consenso durante la visita pre-operatoria. “Ma anche questo semplice atto, è stato reso difficile nel periodo clou dell’epidemia e lo è ancora oggi: come confrontarsi con i pazienti riducendo il loro passaggio in ospedale è uno dei temi più discussi, che il ricorso alle tecnologie informatiche dovrebbe rendere più accessibile, grazie a sistemi di comunicazione via web, telemedicina e valutazioni preliminari basate sulle informazioni provenienti dal Medico di medicina generale e dal Pediatra di libera scelta – conclude l’esperta. Molto deve essere ancora organizzato e reso accessibile a tutti i cittadini. Stiamo cercando ancora oggi di analizzare le modalità per rendere omogeneo il recepimento di queste modalità in tutte le regioni e in tutti gli ospedali ed il documento in discussione (testo commissionato dal Ministero della Salute, sviluppato parallelamente ed in sinergia con quello di SIAARTI) sottolinea anche l’importanza del follow-up (cioè del monitoraggio) ed il ruolo del sistema assistenziale sul territorio”.

Ritorniamo alla normalità

“Ci si è resi conto fin da subito che a seguito di tutto ciò si sarebbe accumulata una quantità significativa di pazienti, che avevano bisogno di una risposta in tempi adeguati a non peggiorare la prognosi (per esempio patologie neoplastiche, patologie invalidanti) e che rimanevano “sospesi” – conclude la Petrini. Normalmente le Sale Operatorie vengono infatti pianificate sulla base delle liste d’attesa, nelle quali i pazienti vengono classificati con definizioni che gli specialisti seguono e che indicano i tempi di attesa massimi; ad esempio, la Classe A indica le patologie neoplastiche da portare al trattamento al massimo in 30 giorni. Durante la pandemia, avendo bloccato l’attività elettiva a garanzia della sicurezza (rischio di contagio), le liste si sono allungate anche per patologie di questo tipo”. Ora è il momento di tornare alla normalità. Senza paura.

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