Alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, il mondo ha assistito a uno di quei momenti destinati a rimanere impressi nella memoria collettiva: Ilia Malinin, il giovane fenomeno del pattinaggio artistico inciampa nella performance decisiva. Niente podio per lui, nonostante una stagione straordinaria.
Le telecamere inquadrano subito suo padre Roman Skorniakov, ex pattinatore olimpico nonché suo allenatore, che porta le mani al volto, sconfitto.
Su TikTok, il giovane atleta lascia trasparire il suo tormento interiore attraverso dei post (poi cancellati). Da ciò che emerge sembra che si senta sopraffatto dalla pressione olimpica, un peso che probabilmente è reso ancora più gravoso dal fatto che suo padre non è solo la sua guida tecnica, ma anche la persona che ha proiettato su di lui sogni personali mai realizzati.
Vogliamo parlare di questa vicenda perché non è un caso isolato ed è l’esempio perfetto di un “conflitto di doppio ruolo“. Una situazione più comune di quanto si pensi, soprattutto negli sport individuali come pattinaggio, ginnastica o tennis, dove circa il 20-30% degli allenatori giovanili è anche il genitore.
Indice
Quando il doppio ruolo funziona
Prima di analizzare i rischi, è giusto riconoscere che questa dinamica può avere anche aspetti positivi importanti.
Ad esempio, uno studio condotto nel 2005 su sei coppie padre-allenatore e figlio-atleta nel calcio giovanile olandese ha evidenziato alcuni vantaggi:
- Le lodi immediate e personalizzate rafforzano l’autostima;
- Ci sono istruzioni tecniche su misura;
- Il tempo di qualità trascorso insieme fortifica i legami familiari;
- C’è una conoscenza dell’atleta che permette decisioni strategiche ottimali;
- C’è un maggiore coinvolgimento che alimenta la motivazione.
Nel caso di Malinin, questo sistema infatti sembra avere funzionato bene, almeno fino ad ora. I suoi salti da record sono nati proprio da quell’intimità tra casa e pista di ghiaccio.
La teoria dell’autodeterminazione, caposaldo della psicologia motivazionale, ci fornisce una possibile spiegazione sul perché questa dinamica può funzionare: quando i genitori sostengono l’autonomia dei figli, concentrandosi sullo sforzo piuttosto che solo sul risultato, si creano le condizioni ideali per la motivazione intrinseca.
Fatto che sarebbe confermato anche da una recente revisione scientifica che ha analizzato 42 studi su oltre 10.000 giovani atleti e ha osservato che questo stile genitoriale aumenta sia la competenza percepita che il piacere di praticare sport, riducendo l’abbandono precoce.
Quando la pressione diventa insostenibile
Ma c’è un rovescio della medaglia che può essere molto rischioso:
- Grande pressione che viene da aspettative elevate;
- Conflitti emotivi;
- Critiche eccessive;
- Mancanza di empatia;
- Percezione di ingiustizia da parte degli altri atleti.
Sembra che i giovani sentano il dovere di “ripagare” il genitore/allenatore per tutto quello che ha fatto, mentre il genitore-allenatore spesso cade nella trappola della “severità compensatoria”, ovvero tende ad essere più duro col proprio figlio/atleta per evitare accuse di favoritismo (fatto che però finisce per erodere l’autostima del figlio/atleta).
A tal proposito, uno studio qualitativo sullo sport d’élite ha identificato dei temi ricorrenti ed emblematici in queste situazioni:
- Il conflitto tra amore e performance;
- La sensazione di essere intrappolati in una relazione dalla quale non si può uscire;
- L’idea che il successo sportivo sia un dovere filiale.
Più del 70% degli atleti intervistati descriveva questi vissuti, per i quali diceva di aver sviluppato strategie di evitamento e sintomi di burnout.
Circa il 40% degli atleti con un genitore-allenatore riporta livelli di stress doppi rispetto a chi ha un allenatore esterno. Gli stili genitoriali troppo direttivi o controllanti riducono il senso di competenza, aumentano la demotivazione e il rischio di abbandono, specialmente negli sport individuali.
Nel caso di Malinin, la reazione pubblica del padre (le mani sul volto) è diventata un simbolo di questa dinamica complessa.
I dilemmi del genitore-allenatore
Se le pressioni su atleti e atlete sono in un certo modo comprensibili, non va dimenticato che il ruolo è difficile anche per i padri e le madri.
Da una parte c’è l’orgoglio di accompagnare il proprio figlio o figlia in un percorso così importante, dall’altra l’incapacità di separare i ruoli, che porta a chiedere sempre di più al proprio figlio rispetto agli altri atleti.
Un allenatore infatti deve pianificare allenamenti, dare feedback costruttivi, monitorare lo stato fisico dell’atleta, valutare obiettivamente le performance per correggere gli errori.
E quando l’allenatore è anche genitore, la pianificazione rischia di diventare invadente, di ignorare il bisogno di autonomia del giovane; il supporto motivazionale si carica di aspettative affettive che possono trasformarsi in critiche percepite come tradimenti; la valutazione oggettiva viene contaminata dall’amore o dalla paura di essere accusati di parzialità.
È un equilibrio davvero difficile da mantenere e quando si spezza i confini tra casa e campo da gioco si sfumano completamente, creando una “trappola emotiva”.
Un equilibrio è possibile
La buona notizia è che la ricerca scientifica sta fornendo strumenti concreti per affrontare queste dinamiche in modo più sano. Programmi con una base cognitivo-comportamentale come il Coach Effectiveness Training hanno dimostrato di poter creare un clima più orientato all’apprendimento che alla competizione pura, al piacere della pratica sportiva più che all’ansia.
Le strategie includono:
- Imparare a nominare le emozioni (“name it to tame it“);
- Coinvolgere osservatori neutrali che possano dare feedback esterni;
- Creare una separazione chiara tra i momenti da genitore e quelli da allenatore.
Alcuni Paesi hanno già iniziato a sviluppare linee guida che richiedono screening e formazione obbligatoria per chi ricopre questo doppio ruolo.
La storia di Ilia Malinin ci ricorda che lo sport non è solo questione di medaglie e record. Dietro ogni atleta c’è una persona che cresce, con bisogni emotivi e psicologici che meritano la stessa attenzione dedicata alla tecnica e alla preparazione fisica.
Per Malinin, forse un passaggio a un allenatore esterno o l’introduzione di un supporto psicologico strutturato potrebbero trasformare quella pressione schiacciante in potenziale liberato. In aggiunta al valore del legame familiare e all’amore che ha spinto Roman a dedicarsi completamente al figlio, si unirebbe anche l’amore più profondo, coi giusti confini.
L’amore genitoriale è una forza che va dosata con saggezza, riconoscendo quando è necessario fare un passo indietro per permettere ai figli di volare davvero con le proprie ali.