Il matrimonio riparatore e il “no” che ha cambiato la storia

Una pagina nera della nostra storia, il periodo in cui lo stupratore poteva sposare la sua vittima e la donna era trattata come un oggetto

C’era una volta, e purtroppo neanche tanto tempo fa, quello che veniva, ufficialmente, chiamato matrimonio riparatore. Una celebrazione in piena regola che serviva a insabbiare il reato più violento e meschino che appartiene alla società umana, quello dello stupro.

Previsto nel codice penale del nostro ordinamento giudiziario, il matrimonio riparatore veniva utilizzato per tamponare la violenza carnale avvenuta nei confronti delle vittime, diventata, poi, un vero e proprio reato soltanto nel 1994. Emblematico e indimenticabile è il caso di Franca Viola che, dopo essere stata stuprata a soli 17 anni dal suo ex fidanzato, rifiutò il matrimonio riparatore. Un atto coraggioso in tempi in cui la libertà delle donne era ancora troppo limitata.

Cos’era il matrimonio riparatore

Per comprendere la storia del matrimonio riparatore dobbiamo fare un salto nel passato, in un tempo ancora troppo vicino a quello moderno che fa rabbrividire per la crudeltà e l’ignoranza appartenute alla società. Il codice penale del nostro ordinamento, infatti, conteneva al suo interno un maledetto articolo che altro non era che una condanna in piena regola per tutte le donne del nostro Paese.

L’articolo, il 544, legittimava una duplice violenza: “Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio che l’autore del reato contragga con la persona offesa estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

Senza giri di parole e convenevoli di varia natura, l’articolo parlava chiaro: il reato di violenza carnale poteva estinguersi facilmente dando una via d’uscita al carnefice. Bastava infatti solo che questo si dichiarasse disponibile a sposare la sua vittima, anche se minorenne.

E la cosa peggiore, di tutta questa situazione surreale, stava nel fatto che molto spesso erano proprio i familiari della vittima a spingere e protendere verso il matrimonio riparatore, solo per ripristinare l’onore perduto. Sì, perché a doversi vergognare di quello che era successo, non era il delinquente e il vigliacco che aveva commesso tale atrocità. No, alla gogna ci andava la vittima che, dopo aver vissuto l’inferno in terra era destinata a una doppia violenza, fisica e morale, e a una vita da condividere proprio con il suo carnefice.

Franca Viola

In una società retrograda ed estremamente maschilista, la volontà della donna già soffocata da pregiudizi e da stereotipi, non era presa in considerazione. Il suo corpo, poi, veniva trattato alla stregua di un oggetto che chi rompeva pagava prendendone ciò che ne restava. E il matrimonio riparatore ne è l’esempio calzante.

Un uomo quindi poteva rapire una donna, tenerla segregata e violentarla anche più volte per attendere poi la celebrazione nuziale che avrebbe risolto tutto. Nonostante i tumulti e le battaglie dei movimenti femminili che richiedevano una revisione importante del sistema giuridico italiano dei tempi, la rivoluzione avvenne per mano di una giovane donna che abbiamo, ancora oggi, il diritto e il dovere di ringraziare.

Quando Franca Viola decise di rifiutare il matrimonio riparatore fece da apripista a tante altre ragazze del nostro Paese che seguirono il suo esempio: nessuna più era disposta a farsi violentare due volte.

Franca Viola

Franca Viola

Le condizioni aberranti della donna

Quella del matrimonio riparatore, però, non era l’unica condizione aberrante che riguardava quei tempi. Il delitto d’onore, infatti, offriva un’attenuante a tutti gli uomini che commettevano un omicidio ai danni delle donne della famiglia. Regolato dall’articolo 587, prevedeva delle pene più attenuate per i reati di omicidio e lesioni personali commessi per difendere l’onore.

Gli uomini che uccidevano coniuge, figlie e sorelle “nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia” avevano una pena decisamente più clemente, giustificati dal fatto che il loro onore era stato offeso.

Lo stupro come reato per la pubblica morale

Anche quando la norma sul matrimonio riparatore fu abrogata, la situazione risultava ancora controversa e a sfavore delle donne. La violenza sessuale, infatti, non era da considerarsi un reato contro la persona in quanto la parte lesa era solo la pubblica moralità e non il corpo della donna.

Le norme che riguardavano il matrimonio riparatore e il delitto d’onore facevano parte del Codice Rocco istituito nel ventennio fascista. È proprio questo che basa l’intero ordinamento giudiziario sul sistema patriarcale di quegli anni: l’uomo era il padre e il padrone, un capo indiscusso, mentre la donna era destinata ai lavori domestici e alla procreazione.

Tenendo in considerazione questo quadro, non è poi così difficile capire perché l’abuso sessuale non venisse considerato un reato contro la persona, per quanto sconcertante e assurdo ci sembri oggi questo. La verità è che la donna non aveva alcuna libertà, neanche sessuale, per questo durante i processi le vittime erano sottoposte ad ulteriori violenze: la giuria faceva di tutto per esasperarle e sottolineare la loro abilità provocatoria, seppur inesistente.

Lo dimostra il fatto che la violenza carnale veniva riconosciuta come tale solo se c’era una chiara, profonda e dimostrabile penetrazione, motivo per il quale le donne venivano tartassate di domande assurde e, nella peggiore delle ipotesi, il reato veniva considerato un semplice atto di libidine.

La situazione oggi

Le disposizioni sul delitto d’onore e sul matrimonio riparatore vengono abrogate con la legge n. 442 del 5 agosto 1981, dopo il referendum sul divorzio e la riforma del diritto di famiglia. Ma può chiamarsi vittoria qualcosa che si basa su una guerra che non doveva esistere? Quella delle differenze di genere, degli stereotipi e del patriarcato, quella che ha visto per troppo tempo le donne sottomesse e private della loro dignità umana.

E la cosa più triste è che i tempi moderni ci dimostrano che, nell’immaginario collettivo, alcune convinzioni sono ancora troppo radicate in questa società che si dichiara emancipata, ma che poi subdolamente, mossa dal retaggio culturale, tende a puntare sempre il dito.

Perché una donna può essere troppo provocante, avere i pantaloni attillati o una scollatura molto profonda, e quindi inevitabilmente suscitare l’interesse dell’uomo che quasi – e fa orrore anche solo scriverlo – potrebbe essere legittimato o scusato per l’ennesimo atto di violenza.

Ecco perché è necessario ricordare il passato fatto di dolore e di lotte, ecco perché è giusto mettere in guardia le nuove generazioni affinché i diritti delle donne vengano preservati, per difendere il presente e migliorare il futuro. La strada percorsa fino a oggi certo è lunga, ma ancora molti passi sono da fare.

 

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