Una donna, una madre, una cittadina italiana che non si è mai arresa. Armanda Colusso ha lottato fino alla fine, fino a quando non è arrivata la notizia della liberazione giunta a oltre un anno dall’arresto del cooperante veneziano che ora può tornare a casa. La sua storia è infatti legata indissolubilmente a quella del figlio Alberto Trentini, arrestato in Venezuela il 15 novembre 2024 e liberato solo il 12 gennaio 2026, dopo oltre un anno di detenzione arbitraria.
Chi è Armanda Colusso
Di Armanda Colusso, prima dell’arresto di suo figlio Alberto Trentini, si sapeva poco o nulla. Non è una figura pubblica per formazione o carriera, né ha mai cercato visibilità. Eppure, nel momento più difficile della sua vita, ha assunto un ruolo che l’ha portata a esporsi in prima persona, diventando il volto di una richiesta di giustizia e di una battaglia che ha attraversato confini politici e istituzionali.
Sposata con il padre di Alberto, Ezio Trentini, la signora Colusso vive a Venezia. La famiglia, composta solo dal figlio unico, ha inizialmente scelto il riserbo su indicazione delle autorità italiane, per non ostacolare i delicati canali diplomatici. Una scelta sofferta, che Armanda ha rispettato finché le è stato possibile. Quando però il silenzio ha iniziato a pesare più della paura, ha deciso di parlare, convinta che l’attenzione pubblica potesse diventare una forma di protezione.

Da quel momento, la sua presenza è diventata costante: conferenze stampa, manifestazioni, interviste televisive, incontri pubblici. Ha preso la parola in luoghi simbolici, come Palazzo Marino a Milano, e ha aderito a iniziative promosse da associazioni impegnate nella difesa della libertà di informazione e dei diritti umani. Senza mai indulgere in toni retorici, Armanda Colusso ha raccontato la vicenda del figlio con grande sincerità, ricordando il suo lavoro umanitario e l’assenza di accuse formali a suo carico.
Gli appelli alla politica
Non si è limitata ai media. Ha scritto lettere e rivolto appelli diretti a figure istituzionali di primo piano: dalla premier Giorgia Meloni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che l’ha contattata personalmente per esprimerle solidarietà, fino a Papa Leone XIV, chiamato in causa come possibile mediatore morale. Non ha esitato, allo stesso tempo, a criticare l’inerzia iniziale delle istituzioni, rivendicando il diritto di una madre di chiedere risposte.
La detenzione di Alberto, avvenuta nello Stato venezuelano di Apure mentre era impegnato in una missione per l’ONG Humanity & Inclusion, si è svolta in un contesto drammatico. Rinchiuso nel carcere di El Rodeo I, noto per le condizioni disumane e per l’uso sistematico della violenza sui detenuti politici, il cooperante ha vissuto mesi di isolamento, privazioni e abusi, come emerso dalle testimonianze di ex prigionieri. In oltre un anno, i contatti con la famiglia si sono ridotti a tre brevi telefonate, in cui non hanno potuto dirsi molto.
Armanda Colusso ha saputo reggere questo peso, trasformando l’attesa e l’angoscia in una richiesta pubblica di verità. Non sorprende, quindi, che il suo impegno sia stato riconosciuto da diverse testate e realtà culturali, che l’hanno indicata come esempio di responsabilità civile: Famiglia Cristiana l’ha eletta nella sezione Donne dell’anno 2025. Dopo la liberazione, Alberto Trentini è stato condotto verso la sede dell’ambasciata italiana in attesa di essere riportato a casa.
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