Giovanna Botteri: «Ma come, non mi domandate dei miei capelli?»

Giornalista televisiva, inviata di guerra, corrispondente. Triestina tifosa della Lazio. Giovanna Botteri si racconta a DiLei

«Scusa ma nessuna domanda sulle mie magliette e i miei capelli? Io mi ero preparata. Ora vi mostro chi mi ha fatto la piega». Giovanna Botteri ci saluta così al termine della bella chiacchierata fatta con la nostra Irene Vella, con un sana risata. Qui di seguito vi riportiamo le cose più toccanti, di cuore e anche simpatiche, che ci ha rivelato nel corso dell’intervista. Se volete rivederla potete farlo anche collegandovi sulla nostra pagina Facebook.

Vivere la guerra

«Quando vivi una guerra, vivi una serie di esperienze che sono molto dure, molto difficili da assimilare e purtroppo molto difficili da condividere quando torni a casa e c’è la pace. Non riesci a comunicarle, non riesci a raccontare e spiegare cos’è. E quindi paradossalmente provi un grande senso di solitudine, ti senti in qualche modo solo con quello che hai dentro, che hai vissuto, e con la necessità di far finta di niente, di sorridere e che tutto va bene ed è tutto a posto. Quando vivi queste situazioni limite con altre persone, loro sanno, e non c’è bisogno di parlare perché lo stanno vivendo anche loro. C’è un tipo di rapporto e una comunicazione fortissima grazie ai quali ti senti meno solo di come ti potresti sentire in una situazione normale. In una situazione limite butti via tutto, c’è solo l’essenziale, c’è l’amore ed è un amore fortissimo, c’è un’amicizia ed è fortissima, c’è una fortissima fedeltà, lealtà. Stai con persone che darebbero la vita per te e tu saresti pronto a dare la vita per loro. Non c’è quella sovrastruttura di rapporti che c’è nella vita normale. Puoi vedere una persona per 20 o 30 anni ogni giorno senza mai toccare il suo cuore e permetterle di toccare il tuo».

Trieste mia

«Trieste è una citta di provincia e di frontiera. Come canta De Gregori “chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo…“. Chi vive in frontiera è abituato a quell’idea di qua e di là, noi e loro, la diversità, quella linea rossa. E poi Trieste ha un’altra linea che io porto qui nel cuore, quella dell’orizzonte e del mare, che per me è sempre stata la voglia di oltrepassarla, la voglia di viaggiare, scoprire cosa c’è oltre. Sono legata a Trieste. Con le compagne di classe delle elementari abbiamo una chat dove ci sentiamo ancora oggi».

Essere madre

«Non sono una mamma perfetta, non sono una casalinga perfetta, non sono una cuoca perfetta. Non sono perfetta per niente. Dovreste parlare con mia figlia (Sarah Pace, ndr.). Io ho sempre cercato e cerco di fare tutto quello che posso. Ho cercato di essere tradizionale, fare la mamma e non l’amica. Ho cercato di essere quella che le dice quello che va bene fare e quello che non va bene fare. Ho cercato di essere quella che c’è sempre, anche quando non c’è fisicamente. Probabilmente avrei dovuto e potuto fare tante cose in più e meglio. Ma ce l’ho messa tutta e ce la metto tutta».

Tifosa laziale per caso

«Tifo Lazio e vi racconto perché. Sono arrivata a Roma da Trieste. Trieste non ha una grandissima tradizione di scudetti. Arrivo al Tg3 di Rai3 di Sandro Curzi, laziale sfegatato. Tutti erano laziali sfegatati. Io non avevo ancora capito la storia Roma-Lazio, e improvvisamente la Lazio vince lo scudetto. Ma chi l’aveva mai visto lo scudetto. E ale’, bandieroni, aquile, forza Lazio».

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