Valeria Solarino, l’Alligatrice

Sportiva, timida e scomposta: Valeria Solarino si racconta in occasione della nuova serie tratta dal romanzo di Massimo Carlotto.

Nata in Venezuela da genitori italiani, è a soli vent’anni che Valeria Solarino inizia la sua attività di attrice professionista alla scuola del Teatro Stabile di Torino. Una passione divenuta lavoro, un lavoro intriso di passione: è così che Valeria inizia a calcare il palcoscenico dei teatri di tutta Italia con “Sogno di una periferia”, “Risveglio di primavera” e “Amleto”. Ma è poi grazie al cinema che si fa conoscere al grande pubblico. Esordisce infatti nel 2003 grazie a Mimmo Calopestri che la sceglie per una piccola parte nel film “La felicità non costa niente”. Nello stesso anno, grazie al ruolo di Bea nel film “Che ne sarà di noi” conosce l’uomo che sarebbe diventato il suo compagno: il regista e sceneggiatore Giovanni Veronesi. I due hanno ancora una relazione solida, che vivono con una riservatezza sabauda.

Attualmente Valeria è in onda con la serie tv “L’alligatore”, per 4 serate su Rai2 dal 25 novembre e in anteprima su Rai Play da mercoledì 18, tratta dal romanzo di Massimo Carlotto e diretta da Daniele Vicari. La storia racconta di un ex cantante blues detto appunto “l’Alligatore”,  che dopo sette anni di carcere a cui è stato ingiustamente condannato l’Alligatore, torna nel suo mondo di nebbia e musica, cercando in tutti i modi di riconquistare la sua Greta, interpretata da Valeria Solarino.

Valeria Solarino sul set de “L’Alligatore” [Fonte: Ufficio Stampa]

Nel libro da cui la serie è tratta, il personaggio che interpreti è appena accennato: come hai fatto a dargli concretezza?
Mi sono basata innanzi tutto sulla sceneggiatura e sulle indicazioni di Daniele (Vicari, il regista, nda.), compreso alcune suggestioni che lui mi ha dato. Generalmente, per entrare in un personaggio parto dal suo aspetto fisico: come si veste, i suoi capelli, in che modo cammina, se si trucca o no. In questo caso, lo studio del personaggio è avvenuto insieme alla musica. Daniele mi aveva suggerito di guardare dei filmati di Dolores O’Riordan, la cantante del Cranberries e così ho fatto: mi sono vista tutti i suoi concerti live, le interviste, le registrazioni in studio. Non tanto per imitarla, piuttosto per avere una suggestione in più nel dare forma a questo personaggio, che è duro e allo stesso tempo dolce, forte sul palco ma sgraziato.

Osservi molto le altre donne per dare forma ai tuoi personaggi?
Quello che ho intorno mi serve moltissimo: pensare a qualcosa che ho visto, a persone che conosco, è come una guida. Chiaramente passa poi tutto attraverso di me, ma è come se fossi io ad entrare dentro quella donna. Un lavoro che cerco di fare – in cui a volte riesco e altre meno – è proprio togliere ciò che di me non va bene per quel personaggio. Se per esempio interpreto una donna molto estroversa, devo togliere la mia timidezza.

Da timida, come vivi la notorietà?
La notorietà che ho è legata ai lavori che ho fatto, per cui sono solo contenta se qualcuno mi saluta o mi riconosce per strada, perché significa che ha visto e apprezzato una cosa che ho fatto.

Vale anche per la notorietà di coppia?
Sì, non è per noi un problema. Siamo contenti quando qualcuno riconosce le cose che facciamo. La notorietà diventa una conseguenza, ma non è un vanto né tantomeno un obiettivo della nostra vita.

Guardando il tuo profilo Instagram, incuriosisce questo progetto che hai chiamato “scomposta”. Che cos’è?
Quest’idea mi è venuta durante la prima fase della pandemia, frutto di una riflessione profonda su quali fossero le cose che mi mancavano veramente. Da qui ho pensato che sono fatta da tante aspetti, scomposti e adesso anche un po’ sospesi, ma che comunque convivono dentro di me. E allora ho cominciato a fare un elenco di queste cose senza le quali sarei una persona diversa. Per esempio, l’ultima che ho messo in evidenza è “Crazy” degli Aerosmith: la prima che mi sono pensata attrice è stata proprio guardando quel video. Facevo tutt’altro all’epoca: giocavo a pallacanestro e pensavo che quella sarebbe stata la mia vita. Vedendo quel video ho detto “Wow, anche io voglio stare qui dentro”. Non nel senso di voler scappare dalla mia vita, ma di volere trasformarmi e prendere parte ad altre vite. E’ stata questa la prima volta che ho pensato a me stessa come attrice. Se non ci fosse stata quella canzone, non ci avrei pensato, o forse ci avrei pensato successivamente.

Anche le tue origini sono un po’ “scomposte”.
Sono siciliana da parte di tutti e quattro i nonni, però sono cresciuta a Torino. E sono nata in Venezuela, perché la famiglia di mio padre si era trasferita lì, quindi appena i miei genitori si sono sposati hanno deciso di raggiungerli. Quando poi siamo nati io e mio fratello hanno cambiato idea e preferito farci crescere in Italia.

A parte “scomposta”, non mi sembri una addicted da Instagram.
No, solo in questo periodo lo sono un po’ di più per promuovere la serie. Diciamo che mi piace molto seguire certi utenti perché scopro delle cose nuove. Ad esempio, seguire le case editrici mi permette di scoprire dei libri che stanno uscendo. Lo uso anche per tenermi in contatto con persone che conosco e che – per motivi diversi – non riesco a vedere e con persone che non conosco, ma che stimo e mi appassiona seguire.

A proposito di passioni, la tua mai celata è il tennis: pare sia l’anno di Sinner, questo fortissimo ragazzo di 19 anni.
Sinner è destinato a diventare un campione, perché oltre alle sue capacità e qualità tecniche che continuerà a migliorare, mi hanno colpito le sue dichiarazioni dopo questa vittoria così importante per la sua vita. Molto lucido e umile, mi è sembrato il discorso di un campione e credo davvero che vincerà uno Slam, prima o poi.

Una domanda da donna e da sportiva: sport e femminilità possono andare di pari passo?
Penso sia assurdo fare una distinzione tra maschile e femminile, nello sport come in tutto il resto. Possono sicuramente andare di pari passo, perché nello sport un uomo non deve far vedere quanto è uomo, deve dimostrare solo se è bravo e se vince. E così una donna, non deve ha bisogno di vedere quanto è donna, ma quanto vale in quella disciplina. Non trovo alcuna possibilità di dare un genere allo sport.

Oltre al tennis, anche la moda è una tua passione?
La moda mi diverte molto e – facendo questo lavoro – ho la fortuna di avere un contatto diretto con gli stilisti per i red carpet e le presentazioni dei film. Quel momento lo vivo come una principessa che viene vestita, truccata e pettinata. Non saprei però consigliare dei trend, sono sempre stata una sostenitrice del: “un capo è bello se ti rappresenta”. Se vediamo l’immagine di una modella con addosso un vestito, non possiamo e non dobbiamo paragonarci a lei. Quello che propone la moda mi piace, mi diverte, ma non dev’essere il mio faro. La considero più un’espressione artistica, ma evito che diventi la mia ragione di vita. 

Eppure ultimamente molte maison stanno cercando di mostrare dei canoni di bellezza “diversi”, così come un differente tipo di femminilità.
Mi verrebbe da dire che si sceglie sempre più di puntare su “donne normali”, anche se questo aggettivo non dovrebbe esistere in quanto ogni donna è speciale. Credo che i canoni a cui siamo abituati siano fasulli: tutti hanno una propria bellezza, non esiste una persona brutta. Semmai lo diventa per un modo, un atteggiamento, un comportamento. Altrimenti ci innamoreremmo tutti della stessa persona, invece la bellezza di cui sto parlando va al di là, ed è molto più dirompente. Per questo siamo tutti diversi e – a modo nostro – speciali.

Valeria Solarino scattata da Ivan Genasi [Fonte: Ufficio Stampa]

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