Già nella prima metà del Novecento Martin Heidegger ci metteva in guardia dalle vuote chiacchiere, un bla bla incessante che non dice nulla, invitandoci a rivolgerci alla parola autentica. Oggi, che il rumore si è fatto ancora più assordante, fuori e dentro di noi, Richard Romagnoli ci invita a trovare il silenzio, a far tacere il chiacchiericcio intorno a noi e nella nostra mente, a mettere cioè in pausa il frastuono che non ci dà mai un attimo di pace. E lo fa con il libro, Il silenzio che guarisce. Come calmare la tua mente per ritrovare la pace interiore, edito da Edizioni Sonda.
Abbiamo chiesto a Richard Romagnoli in che senso “il silenzio guarisce” e come possiamo raggiungere anche noi quella calma che fa bene e che sembra così difficile da trovare.
Il suo ultimo libro, Il silenzio che guarisce, è molto denso e ricco. Come nasce l’idea di quest’opera e qual è il suo scopo?
Questo libro era da tempo nella mia testa, ma soprattutto nel cuore. È nato come naturale evoluzione del precedente Il gene della felicità, scritto con il professor Biava, precursore negli studi sull’epigenetica. In quell’opera volevamo offrire informazioni e ispirazioni per comprendere l’importanza di pratiche semplici, accessibili a tutti, che ho definito di “happy genetica”. Con il tempo ho però osservato, nei miei seminari e nelle interazioni quotidiane, che oggi le persone hanno un bisogno ancora più urgente: ritrovare uno spazio di serenità. Ecco allora il silenzio che guarisce, silenzio dal frastuono dei pensieri che riempiono la nostra mente e silenzio rispetto ai rumori esterni. Secondo molte evidenze neuroscientifiche, Il silenzio interiore favorisce una guarigione non solo mentale e psicologica, ma anche neurocerebrale e sistemica che riguarda tutto il corpo. È questa consapevolezza che mi ha spinto a scrivere il libro.
Lei parla di rumore interiore ed esteriore. Immagino sia più difficile spegnere quello dentro di noi?
Senza dubbio. Non amo chiamarlo isolamento, perché il termine ha spesso un’accezione negativa, ma il nostro cervello ha bisogno di allontanarsi dagli stimoli sensoriali. Molte persone temono il silenzio: quando chiudono gli occhi emergono pensieri irrequieti o ricordi spiacevoli, e allora preferiscono restare occupate, bombardando la mente di suoni e informazioni. Tuttavia il cervello non è un computer: è biologico e necessita di quiete. L’eccesso di stimoli consuma energia, ci affatica mentalmente e fisicamente e ci disallinea dalla nostra natura. Per questo nel libro propongo riflessioni e pratiche semplici che invitano a sperimentare il silenzio.
Come possiamo avvicinarci in modo concreto a questo momento di silenzio?
Le pratiche che divulgo hanno un requisito fondamentale: la semplicità, che non va confusa con banalità. Penso alle “tre R”: respiro consapevole, risata e rilassamento. Studi osservano che queste pratiche incidono positivamente sul benessere epigenetico e possono persino ridurre i marker dell’infiammazione. Respirare in modo consapevole attiva il sistema nervoso parasimpatico, inducendo uno stato di calma profonda che migliora anche la qualità dei pensieri. Bastano cinque o quindici minuti al giorno per cambiare drasticamente la vita. Il vero ostacolo è spesso la convinzione di non avere tempo o la motivazione.
Il suo approccio sembra intrecciare neuroscienze e dottrine orientali?
È un incontro affascinante. Ho vissuto a lungo in India e ho assorbito una cultura antica che oggi trova sempre più conferme scientifiche. La meditazione, ad esempio, è ormai diffusa in Occidente attraverso la mindfulness, in una forma laica e accessibile. Queste pratiche non si oppongono alla medicina: la integrano. Sempre più spesso collaboro con medici e psichiatri, anche in contesti oncologici o legati alla depressione, perché oltre alle cure è necessario lavorare sull’interiorità della persona. Negli ultimi anni ho visto crescere una vera alleanza tra medicina e spiritualità.
Possiamo immaginare questo libro come parte di una futura trilogia?
È un’idea che mi affascina molto. Dal Gene della felicità a Il silenzio che guarisce, mi piacerebbe che un eventuale terzo volume esplorasse ancora di più la dimensione spirituale, continuando a dialogare con la scienza. Sarebbe una naturale evoluzione di questo percorso.