Nicoletta Verna, classe 1976, romagnola di Forlì, scrittrice rivelazione degli ultimi anni. Per la sua scrittura, magica e coinvolgente, per le sue trame piene di amore e dolore e per le sue protagoniste indimenticabili: Redenta de I giorni di vetro, Bianca ne Il valore affettivo e Sirio dell’Inverno delle stelle. Tre figure femminili diverse tra loro per età e provenienza geografia, ma ugualmente forti e determinate. Tre donne che lasciano il segno nel nostro cuore e ci insegnano l’importanza della libertà e del sacrificio, per ottenerla.
Nei tuoi libri le protagoniste, tutte femminili, sono donne ferite, nel corpo e nell’anima, ma incredibilmente forti e determinate. Realtà o ideale?
Incarnano quello che per me sono le donne, che pur affrontando grandi dolori sono programmate per andare avanti, sempre, per sopravvivere, per cercare il bello anche nelle tragedie più grandi, anche nelle guerre. Se non ci siamo ancora estinte è perché abbiamo questa forza innata dentro di noi che è la fiducia nel mondo, nell’universo, nell’umanità.
C’è qualche donna, magari della tua famiglia, cui ti sei ispirata?
Ce ne sono moltissime, ogni scrittore attinge da un vissuto personale, non si può scrivere nulla che non sia vero. C’è sempre qualcosa di autobiografico, anche se il termine autobiografia dovrebbe scomparire dalle definizioni letterarie, perché nulla è autobiografico fino in fondo e tutto lo è in parte. Nei miei personaggi ci sono sicuramente donne della mia famiglia, ma anche amiche, donne conosciute nella mia vita, ciascuna delle quali mi ha dato degli spunti.
Perché la scelta di ambientare due libri su tre (I giorni di Vetro e L’inverno delle stelle) durante il fascismo e la seconda guerra mondiale, così pieni di morte e violenza?
È sicuramente molto impegnativo ma non ci sarebbe narrativa senza i conflitti, che ahimé sono molto più interessanti delle situazioni in cui va tutto bene e si è tutti felici. In guerra e nelle tragedie l’essere umano riesce a dare sia il meglio che il peggio di sé e gli opposti, gli estremi, sono categorie fertili che regalano tanto, più della vita ordinaria. Oltre al fatto che è un periodo storico che mi interessa moltissimo, offre comunque tanto materiale narrativo.
Hai titolato il tuo romanzo I giorni di Vetro mettendo in primo piano il “cattivo”. Perché?
È una cosa che mi viene chiesta spesso da tanti lettori che mi dicono “Lui non merita il titolo”. Eppure Vetro non è il protagonista ma è il motore di tutta la storia. È quello che porta avanti il conflitto, la trama. Senza di lui non ci sarebbero le interazioni tra tutti i personaggi, quindi alla fine è forse quello più importante, che ci porta al cuore del romanzo: osservare il punto di confine tra ciò che è umano e ciò che smette di esserlo, la radice più profonda del male. Anche se non ci piace, Vetro è fondamentale, perché ci porta a questo punto di confine.
I tuoi romanzi sono pieni di tanta dolcezza e altrettanta tristezza. Ritieni che la vita sia questo: amore sempre indissolubilmente legato al dolore?
Certo, ma non scopro niente di nuovo…
Ne I giorni di vetro si sente il legame con la tua terra, la Romagna. Quanto sono importanti le tue radici e quanto si riflettono nel tuo lavoro?
Indubbiamente moltissimo, questo romanzo non poteva avere altra ambientazione se non questa, anche perché la Romagna è stata la terra del Duce, luogo in cui il fascismo ha avuto uno sviluppo molto particolare e che è stata teatro di eventi importanti e cruciali. C’è poi un legame mio viscerale, di racconti che ho sentito fare dalla mia famiglia di quel periodo.
Hai uno scrittore – o scrittrice – che è stato un tuo punto di riferimento, che dopo averlo letto, hai pensato: “Voglio fare questo nella vita”?
I primi tre libri che ho letto, quando ero molto piccola, sono stati: Le favole al telefono di Gianni Rodari, Le fiabe italiane di Italo Calvino e Pinocchio di Collodi. Dopo aver letto questi tre autori ho pensato: quello è questo che vorrei fare.
Nel tuo ultimo libro, L’inverno delle stelle, protagonisti sono i bambini: perché hai scelto di scrivere un romanzo per ragazzi? Per avvicinare alla lettura un target che legge poco?
In realtà le statistiche dicono che la fascia degli adolescenti è quella che legge di più, quindi dobbiamo sfatare questa convinzione. Magari sono cambiati i gusti: ora si leggono romance, fantasy, anime, manga, e non siamo più abituati ad associare questi generi alla lettura. Certo non si leggono più i classici, in questo i ragazzi fanno molta fatica, perché è un linguaggio troppo diverso e incomprensibile per loro. Il mio libro, in realtà, nasce più che per avvicinarli alla lettura, dal desiderio di far loro conoscere un momento storico fondamentale, che non ha più testimoni che possono raccontarlo: spesso i nonni che hanno vissuto quel periodo non ci sono più, mancano le voci narranti. Volevo portare loro un pezzo di storia così importante visto che ora non restano che i libri e i film per conoscerlo. Mi piaceva questa possibilità di raccontare e informare al tempo stesso.
Sirio ad un certo punto dice: “Questo faceva La guerra: sfracellava famiglie, amori, speranza, felicità. Com’era possibile che brave persone sganciassero bombe? A fare la guerra non c’erano solo delinquenti e criminali. A fare la guerra c’erano tutti“. Concetto che ritorna anche ne I Giorni di vetro. I cattivi sono da entrambi le parti?
Indubbiamente. La guerra è un momento eccezionale, in cui tutte le funzioni più logiche scompaiono. Gianni Rodari ci insegna che la guerra è una cosa assurda, illogica, che fanno gli adulti e che per i bambini è incomprensibile. Per questo Sirio si domanda una cosa sensata: “Possibile che anche le brave persone in guerra arrivano a fare delle cose così terribili?” Questo interrogativo è sconvolgente nella sua apparente semplicità.
Sei già al lavoro su un nuovo romanzo, ci puoi anticipare qualcosa?
Per il momento non ho nuove idee, La notte delle stelle è uscito a fine anno e ora ho tante presentazioni, nelle scuole, e sono molto felice, perché incontrerò tanti ragazzi. E chissà proprio da questi incontri nascerà qualcosa di nuovo…
Quando scrivi hai tutto in mente da subito o cresce lentamente?
Di solito ho sempre abbastanza chiara la storia nel suo svolgimento, quindi come inizia e cosa succede. La fine è quella che mi crea più difficoltà, perché si tratta di chiudere tutto in maniera soddisfacente Io poi metto sempre tanta carne al fuoco, ho mille sottotrame. Per questo il finale è la parte che mi mette maggiormente in crisi.
A proposito di finale: riusciresti con una frase, rivolta ai ragazzi, a spiegare la bellezza e l’importanza della lettura nella vita di ognuno di noi?
Ti rispondo con le parole che Margherita Hack dice a Sirio alla fine del romanzo: “Lo studio, i libri, sono l’unica cosa che rende gli uomini e le donne liberi. E chi fa finta che non sia così, ci sta prendendo in giro. La libertà è qualcosa che noi oggi diamo per scontata, ma che non lo è per niente. Leggiamo per essere liberi, in un momento in cui la libertà va tutelata come non mai”.