Francesca De Filippis, Campionessa Nazionale ed Europea di K-pop, è tra le protagoniste di Danzainfiera 2026, che si tiene dal 20 al 22 febbraio a Firenze.
Questa edizione coinvolge 60 accademie internazionali, 80 brand specializzati, oltre 500 buyer da 50 paesi, 270 eventi, 15.000 posti in aula, 13 sale e 3 palchi, 1.000 coreografie in scena e 50 appuntamenti dedicati solo agli insegnanti. Un appuntamento imperdibile per gli appassionati della danza. Tra gli eventi più attesi ci sono quelli legati alla K-pop dance, tra cui il workshop dedicato a Demon Hunters, tenuto da Francesca De Filippis che a noi ha raccontato i segreti di questo stile che spopola in tutto il mondo.
Ci racconti che cos’è la K-pop dance?
La K-pop dance è un mix di diversi stili di danza costruiti sulla musica pop coreana. Si tratta principalmente di coreografie commerciali create ad hoc per boyband e girlband, pensate per veicolare in modo molto letterale il messaggio delle canzoni e aggiungere un forte valore estetico.
Chi pratica K-pop dance spesso replica proprio quelle coreografie, assimilando gradualmente alcune caratteristiche tipiche del gusto coreano: movimenti scattosi, estremamente precisi, quasi taglienti, ma allo stesso tempo ampi, evidenti e molto drammatici.
Dal punto di vista tecnico non è uno stile completamente “altro” rispetto agli altri, perché attinge a molti linguaggi diversi e li mescola. È proprio questa fusione a renderlo unico: un’unione inaspettata ma armoniosa di influenze differenti.
Inoltre, essendo coreografie pensate per cantanti, elementi come l’espressività facciale e il lip sync non sono dettagli secondari, ma parte integrante dell’esecuzione.
Perché piace così tanto?
Il motivo per cui piace così tanto sta anche nella cura maniacale dell’estetica: le coreografie, come la musica e gli idol che le interpretano, sono estremamente curate. I movimenti sono “catchy”, spesso con ritornelli facilmente replicabili che contrastano con bridge più complessi. Le posture e le linee valorizzano il corpo del performer, creando un forte impatto visivo. Ma alla base di tutto c’è anche un aspetto molto semplice e umano: fan e appassionati vogliono imparare quelle coreografie per sentirsi più vicini ai propri idoli, un po’ come accadeva con le giovani fan dei Take That o dei Backstreet Boys negli anni ’90 e 2000. Poi c’è chi, come me, sceglie di approfondire anche gli aspetti tecnici e teorici di questo linguaggio, trasformando la passione in studio e ricerca.
Come si differenzia da altri stili come l’hip hop?
Dal punto di vista tecnico, la K-pop dance non è completamente distante dall’hip hop, anzi: deve moltissimo alla cultura hip hop e urban. L’hip hop ha una storia molto più profonda e radicata, legata a un contesto sociale preciso, a una cultura di strada, di battle, di freestyle e di identità collettiva che affonda le sue radici nella Black culture e nelle comunità afroamericane.
Anche la musica K-pop nasce, in un certo senso, in modo simile. Nasce da una necessità di sopravvivenza, di riscatto. La Corea del Sud, dopo la devastazione della guerra e secoli di dominazione straniera, si è trovata a ricostruire non solo le proprie infrastrutture, ma anche la propria identità culturale. A partire dagli anni ’80 e ’90 ha scelto di investire fortemente nelle arti e nell’industria culturale, prendendo inizialmente ispirazione in modo molto diretto dall’hip hop, dal rap e dalla cultura urban occidentale (vi invito ad ascoltare un gruppo chiamato “Seo Taiji and Boys”, quello che potremmo definire quasi come “il primo gruppo k-pop”. Vi stupireste a scoprire quanto vicino era all’hip hop anni ’90).
Con il tempo, però, quel processo di assimilazione si è trasformato in qualcosa di nuovo. Mescolando influenze diverse – non solo hip hop, ma anche contemporaneo, urban e persino stili vicini alla cultura queer, come il voguing e il waacking, in tempi più recenti – la Corea ha sviluppato un linguaggio proprio, sia nella musica sia nella danza. Oggi possiamo parlare di un’estetica e di una tecnica riconoscibili, che potremmo definire un vero e proprio “K-pop style”.
Non è una questione di contrapposizione: il K-pop non nasce contro l’hip hop, ma grazie ad esso. Semplicemente, nel tempo, è diventato un altro stile, con un’identità distinta, proprio come esistono diverse declinazioni dell’hip hop stesso, ad esempio il LA style. La differenza sta soprattutto nell’impianto performativo: nel K-pop la dimensione scenica, l’estetica, la sincronizzazione di gruppo e l’espressività sono centrali.
Un appassionato di K-pop dance che cosa trova a Danzainfiera 2026?
A Danza in Fiera 2026 porteremo tre workshop dedicati a tre coreografie K-pop diverse, insieme ad altre due insegnanti che, come me, sono anche giudici del contest K-pop in programma dopo le lezioni – un momento a cui invito tutti ad assistere perché è un’occasione preziosa per vedere il livello e la varietà di questo stile.
Il mio workshop è focalizzato su K-pop Demon Hunters, il film del momento. Non è però una semplice replica della coreografia: attraverso quel brano vorrei raccontare cos’è davvero il K-pop, quali sono le sue caratteristiche principali e come il film abbia saputo inserirle nella narrazione, contribuendo a renderlo così virale e amato, soprattutto da un pubblico molto giovane.
Il K-pop, e più in generale la cultura degli idol, ha sempre avuto un impatto fortissimo sulle nuove generazioni – lo abbiamo visto in ogni decennio, con fenomeni simili anche in Occidente. Ma oggi il coinvolgimento si sta ampliando: nelle mie classi insegno a tantissime donne adulte, così come a ballerini già formati in altri stili che vogliono avvicinarsi anche al linguaggio K-pop. Questo dimostra quanto sia uno stile trasversale.
Uno degli aspetti più belli è proprio la community. Il K-pop è democratico e inclusivo: esistono gruppi, concept e coreografie per gusti, personalità ed energie diverse. È uno spazio in cui chiunque può trovare il proprio posto, che si tratti di un fan curioso, di un principiante o di un professionista che vuole ampliare il proprio bagaglio tecnico. La dimensione collettiva è fortissima: si impara insieme, si condivide, si cresce.
Inoltre, il fatto che il K-pop entri per la prima volta in un contesto come Danza in Fiera rappresenta un riconoscimento importante. Significa che questo linguaggio sta trovando spazio anche in ambienti sempre più professionali e istituzionali. È un primo anno, quindi sicuramente è una sfida anche organizzativa, ma proprio per questo è un momento storico: si sta aprendo una porta che prima non esisteva.
Mi aspetto un pubblico molto vario, ma soprattutto curioso. Persone con il desiderio di approfondire non solo le coreografie, ma anche la cultura coreana e l’universo che c’è dietro al K-pop. Invito chiunque sia curioso a venire a scoprire questo mondo dal vivo: che siate fan, danzatori o semplicemente spettatori, è un’occasione per conoscere il K-pop da vicino e viverlo in prima persona.
Quando ti sei appassionata a questo stile?
Mi sono avvicinata alla K-pop dance nel 2011, quando era ancora una cultura di nicchia in Italia, conosciuta e apprezzata da pochissimi. All’epoca ero già una piccola ballerina appassionata di videoclip musicali e di talent show, influenzata da produzioni come America’s Best Dance Crew e film come Step Up. Mi ha colpito prima di tutto l’estetica dei video, più che le band stesse: era un colpo di fulmine, qualcosa che ti cattura completamente e ti fa capire subito che vuoi farne parte.
Girando su YouTube, ho scoperto artisti come BoA, Girls’ Generation, SHINee e 2NE1. Non importava che cantassero in una lingua che non conoscevo; la forza visiva e l’impatto delle coreografie erano, e sono tutt’ora, travolgenti.
Come tanti adolescenti, cercavo un senso di identità e appartenenza. Ballare queste coreografie con altre poche persone era incredibile: sembrava di condividere un piccolo segreto prezioso, qualcosa che non tutti potevano capire. Ho partecipato al mio primo evento nel 2012 e ho vinto il mio primo premio nel 2015 con una “crew” di ragazze altrettanto appassionate. All’epoca in Italia c’erano pochissime crew e contest molto piccoli, soprattutto al Nord. Uno dei primi gruppi di coverist che ho visto esibirsi, alla facoltà di Lingue Orientali della Sapienza, è stata determinante per me: mi ha convinta a intraprendere il percorso come ballerina di K-pop. Qualche anno dopo, una di quelle ragazze è diventata mia allieva nel corso di K-pop per adulti che tengo ancora oggi… è stato surreale e sono profondamente grata per quella esperienza.
Che percorso hai seguito per arrivare ad essere campionessa nazionale e mondiale?
Il mio percorso è iniziato da piccoli contest locali, per poi passare a quelli nazionali e, negli ultimi anni, anche internazionali (nel tempo, i contest K-pop in Italia si sono evoluti e sono diventati decisamente più ambiziosi!). Ho partecipato a audizioni, studiato con coreografi coreani, ma la maggior parte del mio studio è stato autonomo: ho analizzato centinaia di video e fonti audio, tutte quelle che erano a mia disposizione, per comprendere ogni dettaglio delle coreografie e perfezionare tecnica, espressività e sincronizzazione.
Non ho mai perso un’occasione: ogni contest, ogni workshop, ogni esibizione è stata un momento di crescita. Ho dedicato tantissime ore alla pratica, senza mai fermarmi, e questo impegno ha pagato, permettendomi di competere e vincere a livello nazionale ed europeo.
Il K-pop è molto accessibile e democratico, è possibile iniziare a imparare dalla propria cameretta! Ma come in tante discipline, avere un insegnante esperto al proprio fianco fa una grande differenza: guida, corregge e aiuta a cogliere i dettagli tecnici ed espressivi che da soli è difficile vedere, trasformando la passione in risultati concreti.
Qual è il consiglio che dai alle tue allieve?
Il mio consiglio principale è approcciare al K-pop con senso critico: ci sono tantissime cose da cui imparare, e altre che invece è meglio evitare. Se si riesce a mantenere un po’ di distacco emotivo, il potenziale di crescita è enorme. Il K-pop mette un grandissimo focus sull’estetica come elemento centrale della performance: capire quali sono le proprie caratteristiche estetiche e integrarle nella danza è fondamentale. In altri stili può essere secondario, qui è una priorità.
Inoltre, è importante combinare passione, costanza e divertimento. Studiare, analizzare e sperimentare con attenzione ai dettagli, condividendo il percorso con una community o con un insegnante esperto, fa davvero la differenza.

Chi sono i tuoi punti di riferimento nel K-pop?
Il mio stile si ispira moltissimo alle boyband K-pop degli anni 2010, come MBLAQ, BEAST, SHINee e 2PM. All’epoca erano tra le più famose, ma apprezzavo anche gruppi meno conosciuti. Le loro performance erano drammatiche, struggenti, esasperate nelle espressioni: un modo di comunicare emozioni che mi ha sempre affascinata. Oggi, continuo a seguire gruppi che riprendono questo tipo di performance, come ENHYPEN, XLOV e &TEAM, che sanno unire tecnica, estetica e impatto scenico.
Per quanto riguarda i gruppi femminili, amo quelli che mantengono un’immagine soft, pulita ed elegante, simile ai concept degli anni 2010 delle Girls’ Generation, SISTAR o Wonder Girls. Tra i gruppi più recenti, apprezzo molto le Heart2Hearts.
Potrei parlare ore della donna nel K-pop, perché il suo ruolo scenico e l’estetica sono centrali e molto influenti nelle performance.
Un tributo speciale va al mio cantante preferito, Jang Hyunseung, ex membro di BEAST/B2ST e del duo Trouble Maker. Al tempo, con Kim Hyuna, portava sul palco una sensualità intensa e provocatoria, che spesso metteva in imbarazzo broadcaster e pubblico e dimostrava quanto il K-pop potesse essere audace e fuori dagli schemi.
Quando ero adolescente, sognavo di migliorare per potermi far notare da lui e, chissà, un giorno ballare insieme. Oggi, trasformata da fan sfegatata a insegnante ed esperta critica, resta comunque una figura a cui sono profondamente affezionata.
Questa esperienza di ispirazione è comune tra i fan del K-pop, e io la utilizzo anche durante le lezioni: aiuto le mie allieve a sviluppare la propria identità artistica partendo dall’imitazione dei loro idoli, per poi distaccarsene progressivamente e trovare uno stile personale e consapevole. È un percorso che unisce tecnica, espressività e conoscenza dell’estetica, elementi fondamentali del K-pop che spesso vanno oltre la semplice coreografia.
Oltre a Danzainfiera, a cosa stai lavorando?
Oltre alla partecipazione a Danzainfiera, al momento concentro gran parte della mia attività sui miei corsi e sul supporto alle crew e ai solisti che desiderano gareggiare, aiutandoli a crescere tecnicamente e artisticamente. In particolare seguo il progetto di mia creazione, la Sugar Rush Crew, vincitrice di premi in contest locali e in diverse città d’Italia: ne sono la coach, guidando i ragazzi dall’esterno senza ballare con loro.
Ultimamente sono stata contattata per collaborazioni con brand, di cui per ora non posso rivelare i dettagli, ma che presto condividerò sui miei canali social. Fondamentalmente, il mio focus principale resta quello di coach e insegnante, mentre la creazione di contenuti digitali è un ambito nuovo che sto scoprendo e imparando con entusiasmo.
Sono anche molto grata a Danzainfiera per l’opportunità: è un’occasione speciale per condividere il K-pop con un pubblico nuovo e curioso, in un contesto professionale e riconosciuto, e non vedo l’ora di farlo.