Greta muore incinta a 33 anni: una famiglia nel dolore cerca la verità

Muore con il bimbo che aspettava dopo le dimissioni dall’ospedale. L’inchiesta dovrà chiarire le cause e accertare eventuali responsabilità

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Greta Astarita aveva trentatré anni, una figlia e un bambino in arrivo, era al settimo mese di gravidanza. È morta sabato 10 ottobre all’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia, dopo un primo accesso per forti dolori, le dimissioni e un ritorno in condizioni gravissime. Anche il bambino che aspettava è morto. Adesso ci sono una famiglia che chiede risposte e un’inchiesta che dovrà ricostruire che cosa sia accaduto nelle ore in cui un’attesa di vita è diventata una doppia perdita.

La donna viveva a Piano di Sorrento e, secondo la ricostruzione riportata dalle testate e la denuncia dei familiari, si era rivolta all’ospedale per dolori forti all’inguine. Sarebbe stata sottoposta a controlli e poi dimessa, perché le sue condizioni sarebbero state giudicate tali da consentire il ritorno a casa.

È questo uno dei passaggi sui quali serviranno risposte chiare: quali accertamenti siano stati eseguiti, quali risultati abbiano dato e su quali elementi sia stata presa quella decisione.
Dopo il rientro, i dolori si sarebbero ripresentati e Greta avrebbe perso conoscenza. È stata riportata al San Leonardo in condizioni gravissime. Le ricostruzioni riferiscono di un parto d’urgenza e del successivo ricovero della donna in Rianimazione. Il bambino è morto, Greta è deceduta nel pomeriggio di sabato; la sequenza clinica esatta e le cause dei due decessi dovranno essere chiarite dagli accertamenti.
La Procura di Torre Annunziata ha aperto un fascicolo per duplice omicidio colposo. Sono state sequestrate le cartelle cliniche e disposte le autopsie.

Anche l’Asl Napoli 3 Sud ha annunciato un’inchiesta interna e nell’aggiornamento del 12 ottobre, indica l’autopsia per oggi. Sono i primi passi di una verifica che dovrà stabilire se l’assistenza sia stata adeguata e se eventuali errori, omissioni o ritardi abbiano avuto un ruolo nell’esito.
Al momento, le responsabilità sono da accertare. Le dimissioni seguite da un peggioramento così drammatico pongono domande decisive, alle quali dovranno rispondere gli esperti sulla base della documentazione sanitaria e degli esami. Tra queste, la più dolorosa: si potevano salvare Greta e il suo bambino? Merita una risposta rigorosa, comprensibile, rispettosa di chi aspetta.

Poi c’è tutto quello che una cartella clinica, da sola, riesce soltanto a sfiorare. Trentatré anni. Una figlia che dovrà crescere con l’assenza della madre. Un bambino atteso che avrebbe dovuto trovare posto nella vita di quella famiglia. Due genitori che hanno perso la loro figlia. Persone che fino a poche ore prima pensavano al futuro e che adesso devono imparare perfino a pronunciare quello che è successo.
A me, davanti a una notizia così, resta addosso soprattutto il ritorno a casa. Quello dopo la prima visita, con il dolore e una decisione medica che dovrebbe permetterti di sentirti al sicuro. E quello che, dopo la seconda corsa in ospedale, per Greta sarà impossibile. Una madre che non tornerà più. Una figlia che non tornerà più. Il posto di una persona dentro una casa resta vuoto in tanti modi diversi.

Nel 2026 la morte di una donna di trentatré anni durante la gravidanza ci mette davanti a una richiesta essenziale: fare tutto il possibile per proteggere chi si affida alle cure. Dentro quel “tutto” ci sono l’ascolto dei sintomi, la valutazione del rischio, gli accertamenti appropriati, la scelta tra dimissione e osservazione. Ci sono decisioni concrete, prese su una persona concreta. Qui gli accertamenti dovranno dire come siano state prese e se ci fossero possibilità di intervenire diversamente.
La fiducia nasce da questo: dalla capacità di spiegare, di ricostruire ogni passaggio, di riconoscere eventuali criticità e correggerle. Se emergeranno negligenze, dovranno essere accertate e affrontate. Se si è trattato di una complicanza imprevedibile, la famiglia avrà comunque diritto a conoscere ciò che è accaduto. La verità serve a chi resta e serve alla sicurezza delle altre donne, delle altre gravidanze, delle altre famiglie.

Intanto Greta è morta. E questa è la certezza più feroce, quella che precede ogni perizia e rimarrà anche dopo. La giustizia potrà accertare le responsabilità. Le verifiche potranno indicare che cosa migliorare. Per sua figlia, però, continuerà a mancare la mamma. Per i suoi genitori continuerà a mancare Greta. A trentatré anni avrebbe dovuto avere tempo: per crescere i suoi figli, per cambiare idea, per vivere. È da quel tempo spezzato che dobbiamo partire quando chiediamo risposte.