Denise Cosco è morta a 35 anni, la stessa età che aveva sua madre Lea Garofalo quando fu assassinata dalla ’ndrangheta. Domenica 6 settembre si è lanciata da una finestra a Roma. Ricoverata in condizioni gravissime, è morta il 10 settembre dopo quattro giorni di agonia.
La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio. Il cellulare della donna è stato sequestrato e sarà analizzato; è attesa anche l’autopsia. Al momento non sono note le ragioni del gesto e qualsiasi ipotesi resta priva di conferme.
Denise era la figlia di Lea Garofalo e di Carlo Cosco, affiliato alla ’ndrangheta e condannato come mandante dell’omicidio dell’ex compagna. Lea aveva deciso di rompere con il sistema criminale e di raccontare agli inquirenti le faide tra la propria famiglia e quella dei Cosco. Entrata nel programma di protezione nel 2002 con la figlia, ne fu estromessa nel 2006 perché il suo contributo venne giudicato non significativo. Fu riammessa nel 2007 dopo un ricorso, ma nel 2009 rinunciò alla tutela.
Il 24 novembre di quell’anno Carlo Cosco attirò Lea a Milano con il pretesto di discutere del futuro di Denise, allora minorenne. Madre e figlia furono separate con una scusa. Lea venne sequestrata, uccisa e il suo corpo bruciato per giorni in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza. I resti furono ritrovati soltanto nel 2012 grazie alle indicazioni di Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise.
Dopo la scomparsa della madre, Denise rimase per circa un anno accanto al padre e ai suoi familiari, pur avendo compreso che cosa fosse accaduto. Nel 2011, appena ventenne, depose in Corte d’Assise dietro un paravento e si costituì parte civile contro Carlo Cosco. Si definì «un’orgogliosa testimone di giustizia» e spiegò che accusare suo padre era stata «una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita».
Nel marzo 2012 furono inflitti sei ergastoli. In appello furono confermati quattro ergastoli; Venturino venne condannato a 25 anni e Giuseppe Cosco assolto. La Cassazione rese definitive le sentenze nel dicembre 2014.
Denise visse per anni con una nuova identità e lontano dai riflettori. Il programma di protezione si concluse nel 2018 ma, secondo le ricostruzioni, continuò a essere seguita dal Servizio centrale di protezione. Si era trasferita ad Ariccia con il compagno e il loro bambino, che ha quasi quattro anni, e lavorava in un ministero. Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, l’ha ricordata come una donna «coraggiosa e sofferente», costretta a vivere nascosta mentre desiderava sentirsi finalmente libera e autonoma.
Denise aveva vent’anni quando testimoniò contro suo padre, l’uomo che aveva fatto uccidere sua madre. Ma era stata costretta a diventare adulta molto prima.
Era una bambina quando imparò che famiglia poteva significare paura, fuga e silenzio.
Era un’adolescente quando Lea scomparve e lei comprese ciò che era accaduto, continuando a vivere accanto a chi sapeva coinvolto nel suo omicidio. Provate a immaginarlo: sapere che tuo padre ha ucciso tua madre e trovare comunque il coraggio di accusarlo.
Denise aveva il sangue di quell’uomo, ma non la sua colpa. Scelse la verità. Scelse sua madre. Scelse la libertà, pagando un prezzo enorme: un’altra identità, una vita nascosta, un passato impossibile da lasciare alle spalle.
È morta il 10 settembre, nella Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Aveva 35 anni, gli stessi di Lea quando venne uccisa. Non sappiamo se questa coincidenza abbia avuto per lei un significato. Possiamo però chiederci quanto dolore possa abitare dentro una persona senza che nessuno riesca a vederlo.
Il dolore non sempre urla. A volte sorride, lavora, cresce un figlio e risponde che va tutto bene. Per questo dobbiamo fermarci, fare una domanda in più, restare.
La morte è una puttana. Ti fa credere che metterà fine a tutto, che oltre quel gesto ci sia sollievo. Ma mente. Non risolve il dolore: porta via la persona e lascia a chi resta un’assenza.
Oggi penso soprattutto al bambino di Denise. Un giorno conoscerà l’eredità di due donne diventate simbolo della lotta alla ’ndrangheta: una nonna uccisa per essersi ribellata e una madre che trovò la forza di testimoniare contro il proprio padre. Spero che nessuno gli consegni questa storia come una condanna. Che possa ereditare non soltanto il dolore, ma l’amore e il coraggio immenso di quelle due donne.
Lea aveva provato a liberare Denise dalle catene della mafia. Denise aveva provato a costruire una vita oltre quelle catene. Ora suo figlio merita la pace e la felicità che a loro sono state negate.