Professoressa accoltellata: quando la violenza entra a scuola e nelle parole

Isabella Marsilio perdona chi l’ha accoltellata. Quel ragazzo congolese che l’ha salvata resta invece giudicato attraverso i suoi documenti

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Spray al peperoncino, due coltelli e un telefono pronto a riprendere tutto. È entrato così, nella mattina del 18 settembre, uno studente di 13 anni della scuola media Giovanni Verga, nel quartiere romano di Centocelle. In aula lo aspettava Isabella Marsilio, 66 anni, docente di italiano, storia e geografia, ormai vicina alla pensione.

Secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo è arrivato in ritardo e avrebbe dovuto sostenere una prova per recuperare un’insufficienza. Prima ha spruzzato lo spray urticante contro l’insegnante, poi l’ha colpita con tre fendenti tra il petto, il fianco e la zona dell’ascella. Aveva portato con sé un secondo coltello, un casco e occhiali trasparenti. Il cellulare sarebbe stato collegato con alcuni amici su Telegram: gli investigatori stanno verificando se volesse trasmettere o registrare l’aggressione e quale ruolo abbiano avuto i contenuti violenti seguiti online.

A interrompere l’attacco è stato un compagno della stessa età, nato in Congo e ospite di una casa famiglia. Il tredicenne ha affrontato l’aggressore, lo ha allontanato dalla docente e ha provato a soccorrerla mentre perdeva sangue. Subito dopo sono intervenuti il personale scolastico, il 118 e i carabinieri della stazione di Centocelle.

Marsilio è stata trasportata in codice giallo all’ospedale Vannini e dimessa con una prognosi di sette giorni. Le ferite sono risultate superficiali, mentre lo choc resta forte. Il telefono dell’aggressore è stato sequestrato. Il possibile rancore per il debito scolastico rappresenta, al momento, soltanto una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti.

Nelle ore successive la docente ha raccontato di avere già perdonato il suo aggressore e di volerlo incontrare per capire la rabbia maturata contro di lei, arrivando a dire che vorrebbe abbracciarlo. Ha definito “meraviglioso” lo studente che l’ha salvata e ha invocato per lui una medaglia.

Alla domanda sulle proprie posizioni favorevoli alla remigrazione, però, ha confermato ogni convinzione: il ragazzo, ha spiegato, è regolare e ha diritto di stare in Italia. Se fosse stato irregolare, ha aggiunto, “non sarebbe stato un mio studente”.

Ci sono due ragazzi di tredici anni dentro questa storia. Uno entra in classe con spray urticante e coltelli. L’altro vede la professoressa in pericolo, affronta il compagno armato e la salva.
Poi arrivano le parole degli adulti. Ed è lì che la storia diventa ancora più feroce.

Isabella Marsilio offre al ragazzo che l’ha colpita la possibilità di essere molto più del suo gesto. Vuole capire che cosa gli sia accaduto, dice di averlo perdonato, vorrebbe persino abbracciarlo. Vede un adolescente dietro l’azione terribile che ha commesso.
Davanti al ragazzo che le ha salvato la vita compare invece una premessa: è regolare. Ha diritto di stare qui. Merita una medaglia. Se fosse stato irregolare, dice la docente, “non sarebbe stato un mio studente”.

Eccolo, il paradosso. Chi impugna il coltello riceve comprensione, complessità e perdono. Il ragazzo nero che quel coltello riesce a fermarlo deve prima esibire, almeno idealmente, i documenti. Il suo coraggio arriva dopo il permesso di soggiorno.

Qui si svela l’inganno costruito intorno alla parola remigrazione: far passare una visione politica fondata sull’esclusione come semplice applicazione delle norme sull’immigrazione irregolare. Per quella esistono già leggi, rimpatri e tribunali. La parola nuova allarga il bersaglio. Sposta il giudizio dai comportamenti alle persone, dai reati alle origini, dalla responsabilità individuale all’appartenenza.

Sulla bacheca Facebook della professoressa compariva una frase chiarissima: “La società multietnica fa schifo”. Quella società entra ogni mattina nella sua aula. Ha i volti dei suoi studenti italiani, congolesi, rumeni, bengalesi, ucraini, filippini. Stavolta ha avuto il volto e le braccia di un tredicenne congolese che ha rischiato per lei.

Un ragazzo bianco può essere generoso o crudele, onesto o delinquente e risponde di sé. Un ragazzo nero continua a rispondere di un continente, di una frontiera, di chiunque gli somigli. Vive in una prova continua. Può studiare, rispettare le regole, compiere un gesto eroico. Rimane parte della società indicata come qualcosa da respingere.

Questa violenza passa attraverso le parole e diventa cultura. Trasforma esseri umani in categorie e consegna ai ragazzi una gerarchia delle vite. Loro ci guardano mentre decidiamo chi appartiene e chi deve dimostrarlo. Imparano da noi l’empatia. Imparano da noi anche l’odio.

La scuola dovrebbe chiamare ogni ragazzo per nome, mai per etichetta. Un insegnante può aprire il mondo oppure restringerlo fino al colore della pelle e a un documento.

Auguro a Isabella Marsilio di guarire presto. La scuola, però, merita adulti capaci di riconoscere piena dignità a ciascun ragazzo. Prima ancora di scoprire quanto coraggio possieda.