Si difende a morsi da un tentato stupro: quando saremo davvero libere?

La donna aggredita mentre faceva jogging a Milano racconta una realtà che milioni di donne conoscono: dover pianificare la propria sicurezza.

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Fare jogging è uno dei gesti più semplici che esistano. Si infilano le scarpe, si esce di casa e si corre, almeno in teoria. Per una donna, troppo spesso, prima ancora di chiudere la porta inizia un altro allenamento: quello della prudenza.
È quanto riporta alla mente la vicenda avvenuta nel Parco delle Cave, a Milano, dove una donna di 39 anni è stata aggredita mentre stava correndo. Secondo la ricostruzione degli investigatori, nel tardo pomeriggio del 4 luglio la donna stava facendo jogging quando un uomo l’ha raggiunta alle spalle, l’ha spinta a terra e ha tentato di abusare di lei. La vittima ha reagito con grande lucidità, mordendo una mano dell’aggressore e riuscendo così a costringerlo alla fuga.

La sua denuncia, unita alla testimonianza di un passante e all’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza, ha permesso agli investigatori della Squadra Mobile di identificare il presunto responsabile. Nei giorni scorsi è stato eseguito un fermo nei confronti di un uomo di 26 anni, accusato di violenza sessuale. Sarà ora la magistratura ad accertare definitivamente i fatti e le eventuali responsabilità.

La cronaca, fortunatamente, racconta anche una donna che ha trovato la forza di reagire e un’indagine che ha portato rapidamente all’individuazione del sospettato. Ma questa storia lascia aperta una domanda che va ben oltre il singolo episodio.

Perché una donna che decide di fare una corsa al parco deve ancora pensare a come difendersi?
Prima di uscire di casa non scegliamo soltanto una maglietta o un paio di scarpe. Facciamo un inventario mentale. Le chiavi, il telefono con la batteria carica, lo spray al peperoncino. L’allarme personale. Le scarpe adatte nel caso in cui serva correre davvero. Il percorso più illuminato. L’orario. La posizione condivisa con qualcuno.
Sono pensieri che per moltissime donne fanno parte della normalità.
Qualche tempo fa dovevo prendere un treno a Bologna per rientrare a Padova. Era sera. Ricordo perfettamente ciò che mi passava per la testa mentre mi preparavo. Le scarpe da ginnastica, nel caso avessi avuto bisogno di correre. Lo spray al peperoncino in borsa. Il tragitto già deciso. Non stavo organizzando il viaggio. Stavo organizzando la mia sicurezza.

È un meccanismo che si attiva automaticamente. Cammini su un marciapiede e davanti a te c’è un uomo. Forse sta semplicemente tornando a casa, forse non ti rivolgerà nemmeno uno sguardo. Eppure il passo cambia. Le chiavi finiscono tra le dita. Lo sguardo cerca una via di fuga. Non è un giudizio verso quella persona. È una forma di autodifesa che troppe donne imparano molto presto.

Qualche anno fa una domanda fece il giro del mondo: «Se fossi sola in un bosco, avresti più paura di incontrare un uomo o un orso?» La risposta di moltissime donne fu: un uomo.
Quella risposta fece discutere, indignare, dividere. Eppure il suo significato era un altro. Non parlava degli uomini nel loro insieme. Parlava dell’esperienza di milioni di donne che hanno imparato a convivere con la possibilità che il pericolo possa nascondersi dentro la quotidianità. Non in un vicolo buio di una metropoli lontana, ma in un parco, su un treno, in una strada percorsa mille volte.

La libertà si misura anche da questo. Dalla possibilità di uscire di casa pensando alla corsa che faremo, al libro che leggeremo durante un viaggio, alla musica nelle cuffie. Dalla serenità di attraversare una città senza trasformare ogni spostamento in una strategia di difesa.
Forse è proprio questo l’aspetto più difficile da spiegare a chi non l’ha mai vissuto. La prudenza non nasce da un singolo episodio di cronaca. Nasce da centinaia di racconti ascoltati fin da bambine, dai consigli delle madri, dalle telefonate con cui ci si assicura che un’amica sia arrivata a casa, dalle chiavi strette tra le dita, dai messaggi inviati con scritto “sono arrivata”. È un bagaglio invisibile che ci accompagna ogni volta che usciamo. Talmente abituale da sembrare normale. Eppure normale non lo è affatto.

La normalità dovrebbe essere un’altra: poter scegliere un parco, una strada o un treno in base ai propri desideri e non al livello di rischio che si percepisce.
Il giorno in cui una donna potrà infilarsi le scarpe da running pensando soltanto ai chilometri da percorrere, salire su un treno serale senza pianificare ogni dettaglio e attraversare un parco con la stessa leggerezza con cui lo fa un uomo, avremo conquistato qualcosa di molto più grande della sicurezza.
Avremo conquistato una libertà che oggi, per troppe donne, continua ad avere un prezzo.