Studente disabile torturato a scuola: il branco guardava

Due sedicenni indagati a Modena per lesioni e stalking aggravati. Le violenze sarebbero proseguite per due mesi dentro un istituto

Foto di Irene Vella

Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

4 min di lettura

Chiedi a DiLei

Lo hanno deriso, schiaffeggiato, preso a pugni. Poi una matita con la punta metallica, riscaldata con un accendino e conficcata nella gamba e nel collo. La vittima è un ragazzo minorenne con disabilità, uno studente che per circa due mesi avrebbe subito violenze all’interno della scuola che frequentava, in provincia di Modena.

Due ragazzi di sedici anni sono indagati per lesioni e stalking aggravati. Le indagini, affidate ai carabinieri, sono cominciate dopo la denuncia presentata dai genitori della vittima. Sono stati loro a raccogliere il dolore del figlio e a portarlo fuori dalle mura dell’istituto, consegnandolo alle autorità.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le aggressioni sarebbero avvenute ripetutamente. Insulti, umiliazioni e violenze fisiche capaci di trasformare ogni giornata scolastica in un appuntamento con la paura. In uno degli episodi più gravi, la punta di una matita sarebbe stata arroventata e premuta sul corpo del ragazzo, provocandogli lesioni giudicate guaribili in quindici giorni.

Durante l’interrogatorio di garanzia, uno dei due sedicenni ha ammesso una responsabilità precisa: avere assistito alle violenze senza intervenire e senza difendere il compagno. Ha detto di essersi pentito. Saranno gli accertamenti a stabilire il ruolo ricoperto da ciascuno e le relative responsabilità. Il procedimento si trova nella fase delle indagini e per entrambi vale la presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva.

Resta un fatto capace di scuotere profondamente: quelle condotte sarebbero proseguite per settimane dentro una scuola, il luogo al quale ogni famiglia affida un figlio chiedendo istruzione, crescita e protezione. Il ragazzo arrivava in classe portando con sé la propria fragilità e il diritto di essere accolto. Intorno a lui c’erano compagni, insegnanti, collaboratori scolastici, adulti incaricati di osservare anche ciò che uno studente fatica a raccontare. Per due mesi, secondo l’accusa, qualcuno ha colpito e qualcuno ha guardato.

Il bullismo prospera proprio dentro questo spazio: tra la violenza di chi agisce e il silenzio di chi vede, intuisce oppure sceglie di voltarsi. La vittima resta così intrappolata due volte. Prima nelle mani dei suoi aggressori, poi nella certezza che nessuno arriverà a fermarli.

Una matita nasce per scrivere, disegnare, sottolineare una frase. Nelle mani di un ragazzo può diventare il primo strumento con cui immaginare il proprio futuro. In questa storia una matita sarebbe stata arroventata e usata per ferire il corpo di uno studente disabile.
Le parole corrette servono a restituire la misura dei fatti. Questa è violenza. È una forma di tortura esercitata contro una persona scelta per la sua vulnerabilità. Chiamarla ragazzata ridurrebbe la sofferenza della vittima e offrirebbe agli adulti una comoda via di fuga.

Perché una violenza durata due mesi porta con sé molte responsabilità. C’è quella di chi colpisce. C’è quella di chi assiste. C’è quella di un’intera comunità scolastica chiamata a riconoscere i segnali prima che un genitore sia costretto a rivolgersi ai carabinieri.

Un ragazzo che arriva a casa con lo sguardo cambiato, che cerca scuse per saltare le lezioni, che protegge il proprio telefono, che dorme male o perde interesse per ciò che amava sta spesso parlando attraverso il corpo. Gli adulti hanno il compito di imparare quella lingua.

Anche i compagni possiedono un potere enorme. Il branco consegna forza all’aggressore attraverso le risate, i video, gli sguardi e il silenzio. Basta una persona che si alza, chiama un insegnante o racconta ciò che ha visto per spezzare quella sensazione di impunità. Il coraggio, a sedici anni, può assumere la forma semplicissima di una frase: “Sta succedendo questo, intervenite”.

Uno dei ragazzi indagati ha riconosciuto la colpa di essere rimasto fermo. Il pentimento potrà diventare il punto di partenza di un percorso educativo serio. La giustizia minorile ha anche il compito di recuperare chi ha sbagliato. La scena centrale, però, appartiene alla vittima.

Appartiene al ragazzo che ha attraversato per settimane i corridoi della sua scuola sapendo di poter incontrare chi lo umiliava e lo feriva. Appartiene alla sua famiglia, che dovrà aiutarlo a ricostruire la fiducia nei coetanei e negli adulti. Appartiene alla paura che continuerà a presentarsi anche quando i lividi saranno scomparsi.

L’inclusione vive nei gesti quotidiani. Vive nell’insegnante che osserva, nel compagno che protegge, nel dirigente che costruisce strumenti di ascolto accessibili anche agli studenti più fragili. Vive in una scuola capace di intervenire al primo insulto, perché ogni escalation comincia da un confine superato e rimasto senza conseguenze.

Questo ragazzo aveva diritto di sedersi al proprio banco e sentirsi al sicuro. Aveva diritto di studiare, sbagliare un esercizio, ridere durante l’intervallo e tornare a casa raccontando una giornata qualunque.

Proteggere quel diritto riguarda tutti noi.