Caso Stefano Cucchi. Che prezzo ha la dignità?

Non è morto perché anoressico e drogato, e neanche perché distratto è caduto dalle scale. Stefano Cucchi è morto perché è stato picchiato

Foto di Sabina Petrazzuolo

Sabina Petrazzuolo

Lifestyle editor e storyteller

Scrittrice e storyteller. Scovo emozioni e le trasformo in storie. Lifestyle blogger e autrice di 365 giorni, tutti i giorni, per essere felice

“Da questa vicenda usciamo tutti sconfitti”, sono queste le parole pronunciate da Ilaria Cucchi ai microfoni di Non stop news, su Rtl 102.5 a seguito della sentenza della Corte di Cassazione che, dopo una lunghissima vicenda giudiziaria, ha condannato i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele d’Alessandro a 12 anni di carcere per l’omicidio preterintenzionale di suo fratello Stefano.

“Sono ancora frastornata. Oltre dodici anni di vita sono tanti. La mia vita è cambiata per sempre, è stata stravolta. La cosa che mi sento di dire è che ne usciamo tutti sconfitti. Sicuramente è un grande momento, perché hanno vinto la verità e la giustizia” – ha poi aggiunto Ilaria – “Ma il prezzo che ho pagato io e che hanno pagato i miei genitori è stato troppo alto”.

Chi è Ilaria Cucchi lo sappiamo tutti. Lo sappiamo perché per anni, insieme ai suoi familiari, ha condotto una battaglia fatta di verità e giustizia con l’unico obiettivo di restituire la dignità a suo fratello Stefano Cucchi. Perché si è ritrovata, involontariamente a diventare una figura pubblica. Perché se suo fratello non fosse stato ammazzato quel giorno di tanti anni fa, noi non sapremo chi è lei. E forse, non sapendolo, il Paese che abitiamo sarebbe un posto migliore. Ma non è così che è andata.

Omicidio Stefano Cucchi

E invece conosciamo tutti Ilaria Cucchi anche se a lei non ci siamo mai presentati. Sappiamo chi è perché suo fratello è morto, gli hanno detto, e invece è stato ucciso. Nonostante gli anni trascorsi, dimenticare il caso Cucchi è impossibile. È impossibile per mamma e papà che dopo aver provato in tutti i modi a incontrare quel figlio portato in carcere per spaccio, si sono ritrovati, davanti alla porta della loro casa di Torpignattara, faccia a faccia con i carabinieri che gli hanno comunicato che Stefano era morto per “cause in corso di accertamento”. E sarà impossibile anche per i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, condannati il 4 aprile del 2022 a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale.

Forse non potranno dimenticarlo neanche tutti quelli che, in questi anni, hanno taciuto e mentito, hanno emesso sentenze e  messo sul banco degli imputati Stefano, come se lui fosse il colpevole chiamato a giustificarsi della sua stessa morte. Ma cosa è successo davvero quel giorno di ottobre, ormai tutti lo sappiamo.

Era il 2009 quando, il 31enne Stefano Cucchi, fu fermato dai carabinieri Francesco Tedesco, Gabriele Aristodemo, Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Gaetano Bazzicalupo. Era stato trovato con 20 grammi di hashish addosso e tre dosi di eroina, questo era sufficiente ad arrestarlo. Di quel tempo trascorso in stato di arresto nella camera di sicurezza della caserma dei Carabinieri, sappiamo che Stefano stette poco bene, che durante l’udienza si presentò in uno stato di malessere, con evidenti ematomi sotto gli occhi e difficoltà a camminare. Il giudice però aveva convalidato l’arresto e Stefano venne portato nel carcere di Regina Coeli.

Una seconda udienza, il 13 novembre, era stata già fissata. Ma a quella Stefano non ci arrivò mai. Il 16 ottobre alle ore 23, infatti, fu condotto al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, che mise a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al volto, all’addome e al torace. Venne quindi ricoverato al reparto dei detenuti dell’ospedale Sandro Pertini. Ma era troppo tardi, il suo cuore non poteva più tenere in vita quel corpo che era arrivato a pesare solo 37 chilogrammi. Il 22 ottobre smise di battere.

La lunga vicenda giudiziaria

E le condizioni in cui è morto Stefano le conosciamo tutti, le abbiamo viste su quella fotografia del cadavere martoriato del ragazzo che è stata mostrata per anni da sua sorella, e quella da sola bastava a far capire che la sua morte non era stata accidentale. E invece tutti dicevano che non era così.

Lo diceva il personale carcerario che negò, sin da subito, di avere esercitato qualsiasi forma di violenza sul ragazzo. Lo diceva chi emetteva una serie di ipotesi secondo il quale Stefano era morto per abuso di droga. Lo aveva detto anche il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi dichiarando che la morte di Cucchi era avvenuta a causa di anoressia e tossicodipendenza. Ci fu anche chi affermò che il 31enne era sieropositivo e chi ancora che era scivolato dalle scale.

Ma nessuna di quelle affermazioni poteva spiegare le condizioni in cui si trovava Stefano quando è morto, nessun certificato di morte naturale poteva bastare ad alleviare il dolore della famiglia. E alla fine, dopo anni di processi, rinvii e depistaggi la verità è venuta a galla. Una verità che troppo a lungo è stata insabbiata per proteggere le forze dell’ordine, quelle che erano colpevoli, quelle che dovrebbero proteggere tutte le persone, anche Stefano. Soprattutto lui.

Stefano non è morto di anoressia né di solitudine, il suo cuore non ha smesso di battere a causa di un attacco cardiaco e il suo corpo non era martoriato perché è caduto dalle scale per guardare una mosca. Stefano Cucchi è stato picchiato, è stato colpito in modo violento, sproporzionato e ingiustificato. Eppure saperlo oggi non servirà a portarlo in vita, e neanche a restituire quella dignità della quale il ragazzo è stato privato per 12 lunghi anni.

Che prezzo ha la dignità nel nostro Paese?

La vicenda di Stefano Cucchi, in qualche modo, ci porta alla memoria un altro caso mediatico che ha raccolto l’attenzione e l’interesse dell’opinione pubblica e dei media. Si tratta di Federico Aldovrandi e della battaglia condotta in nome della verità da parte di sua madre Patrizia Moretti.

Dopo la sentenza storica del 2009, che ha condannato i quattro agenti che hanno ucciso e picchiato Federico, una giovane donna contatta Patrizia. Si tratta di Ilaria, la sorella di Stefano. Entrambe le famiglie hanno lottato per cercare la verità, per restituire la dignità a quei ragazzi, perché gli era dovuta, anche se erano morti.

Le storie di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono diventate i due casi italiani più discussi di morte di Stato, persone che sono decedute proprio mentre erano sotto la custodia dello Stato che doveva proteggerli, e invece non lo ha fatto. Quello stesso Stato che doveva garantire a loro, e a tutti quanti, una dignità che appartiene di diritto agli esseri umani. Dignità che che per troppo a lungo è stata negata.

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi