Aiutateci in questa battaglia, riconosceteci quello che facciamo

Il gender pay gap, l'assenza del tempo libero e l'accesso limitato al mondo del lavoro. Aiutateci a combattere questa battaglia che non è solo la nostra, ma di tutta la società

Di femminismo, di battaglie per la parità dei sessi, di differenze di genere, non smetteremo mai di parlarne. Forse, vi domanderete, se siamo stanche di farlo, di lottare, di doverci pure giustificare per il fatto che ci ritroviamo qui, ancora, a rivendicare i nostri diritti, le libertà che ci appartengono in quanto donne e, prima ancora come persone.

Sì, lo siamo. Ma la verità è che il passato che appartiene alla nostra storia è troppo travagliato e doloroso affinché possa ripetersi oggi ed è nostro diritto e dovere assicurare alle future generazioni che questo lungo capitolo si chiuda per sempre.

Ed è per questo che guardiamo inorridite tutte quelle situazioni che appartengono alla società contemporanea e che ci privano dei nostri diritti, della nostra libertà. Ed è per questo che abbiamo bisogno di voi: uomini, donne, professionisti, scienziati, ricercatori, mamme e nonne, unitevi alla nostra battaglia, perché è anche la vostra. Perché un mondo fatto anche di donne, può essere davvero un mondo migliore.

La Carta Sociale Europea e l’art. 20

Era il 1996 quando il Consiglio d’Europa ha adottato la CSER, la Carta Sociale Europea Riveduta, che sanciva all’articolo 20 il diritto alle pari opportunità e all’eguale trattamento nell’acceso al lavoro, nelle condizioni d’impiego e nella retribuzione, nella tutela in caso di licenziamento nonché nelle promozioni e progressioni di carriera.

Tante belle parole da interpretare in un unico modo: assoluta eguaglianza dei lavoratori e divieto di ogni discriminazione. Le disposizioni che fanno parte dell’articolo 20, non solo devono essere accettate tra gli Stati, ma sono loro a dover garantire attraverso le normative interne, che questa eguaglianza tra donne e uomini in ambito esista e persista in ambito lavorativo e professionale.

La Carta ha, inoltre, affermato che la parità tra uomini e donne rientra tra i diritti fondamentali degli individui. Ricordiamo, inoltre, la tutela contro le discriminazioni è un diritto riconosciuto anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla Convenzione delle Nazioni Unite, dai Patti delle Nazioni Unite e dalla Convenzione europea.

Insomma, un gran bel risultato che è arrivato, anche se in maniera tardiva, dopo secoli di lotte e battaglie femministe. Ma quanto è reale questa tutela nei confronti delle discriminazioni di genere nel mondo e nel nostro Paese? Perché a guardare statistiche, episodi e casi concreti, ci sembra evidente che la società in cui viviamo tende ancora a penalizzare le posizioni delle donne in ogni ambito. E sembra che per ogni passo avanti se ne facciano due indietro,

La situazione in Italia

Come anticipato, quindi, tocca agli Stati, attraverso normative interne, vigilare e intervenire per garantire l’assoluta presenza di differenze di genere. La nostra Costituzione, all’art. 37 afferma che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

Anche in questo caso, la normativa ci restituisce un quadro generale in cui la disparità tra uomini e donne non esiste. Ma, purtroppo, abbiamo imparato a nostre spese che la distanza tra la teoria e la pratica è piuttosto ampia. Sono ancora tante le barriere che limitano l’accesso delle donne nel mondo del lavoro e che acuiscono le differenze di genere su trattamenti e salari.

In Italia, così nel mondo, ogni giorno le donne subiscono gli effetti della discriminazioni di genere. E questo accade non perché non ci siano normative adeguate, quanto più per il fatto che il retaggio della società prettamente maschilista è più vivo che mai.

Le distanze tra uomo e donna continuano a esistere e, anzi, in alcuni casi sono sempre più profonde. E la colpa, come abbiamo visto, non è per la mancanza di leggi. La Cassazione, infatti, ha trattato numerose volte il tema delle discriminazioni rafforzando, con gli anni, i principi di eguaglianza. Ma la verità è che al di là delle normative, sicuramente fondamentali, le differenze di genere possono essere annullate solo con l’educazione.

Un po’ di dati

Nella ricerca della Dott.ssa Linda Laura Sabbadini, Direttore della Direzione centrale per gli studi e la valorizzazione tematica nell’area delle statistiche sociali e demografiche, sono stati analizzati i dati Istat che riguardano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro e, vi anticipiamo, che sono tutt’altro che incoraggianti.

Con questa audizione Istat, Linda Laura Sabbadini, ha voluto offrire alla Commissione della Camera dei deputati un quadro completo e utile alla discussione delle proposte di legge in materia di partecipazione femminile nel mercato del lavoro.

È emerso che il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia è tra i più alti di Europa (circa 18 punti su una media europea di 10). Nonostante rispetto al passato, le donne siano sempre più attive e partecipative al mercato del lavoro persistono forti differenze anche a livello nazionale. Nel 2018 nel Sud Italia solo solo il 32,2% delle donne tra i 15 e i 64 anni lavorava, mentre nel Nord il 59,7%.

Con il periodo della crisi si è assistito a un generale peggioramento della qualità del lavoro femminile, che vede le donne come le nuove povere d’Italia, insieme alle categorie più deboli. A questo si aggiunge un fenomeno che conosciamo piuttosto bene, il gender pay gap che, però, non riguarda solo l’Italia ma l’Unione Europea intera, escluse le eccezioni.

Nel 2017, infatti, i dati dell’Unione Europea segnalavano che le retribuzioni femminili erano in media del 16,0% inferiori a quelli degli uomini. I redditi complessivi guadagnati delle donne sono in media del 25% inferiore a quelli degli uomini.

Tra le più grandi criticità che incontriamo nella società, oggi, c’è la conciliazione del tempo libero e la gestione dei figli. Questo aspetto incide inevitabilmente sui tassi di occupazione femminile: l’11,1% delle donne mamme non ha mai lavorato per prendersi cura dei figli, un valore superiore alla media europea. La partecipazione delle donne al mondo del lavoro, quindi, è legata fortemente ai sovraccarichi familiari a causa dei problemi di conciliazione con gli impegni lavorativi e privati.

A tutto questo si aggiunge un’offerta scarsa e disomogenea dei servizi socio educativi per la prima infanzia che, ancora una volta, va a discapito delle donne che devono occuparsi del lavoro, della casa e della famiglia.

Conclusioni

Dati alla mano, abbiamo visto come, ancora una volta, è nostro il compito conciliare lavoro, famiglia e impegni personali, aggiungendo a tutto questo l’impossibilità di avere del tempo libero. Sopportiamo il peso di tutto, vivendo in un labile e perenne precario equilibrio, ci facciamo in quattro per la famiglia, per il nostro capo e per la società, come se qualcuno avesse deciso che questo è il nostro destino.

Ma non è così che deve andare per forza. Abbiamo bisogno di un cambiamento radicale e importante. Siamo state schiave, sottomesse e dipendenti. Siamo state come la società patriarcale e maschilista ci voleva, perché pensavamo di non avere scelta, perché eravamo convinte che quello fosse il nostro unico destino. Ma poi qualcosa è cambiato, ed è successo quando donne forti e coraggiose hanno combattuto in prima persona, per i loro diritti e  per quelli di tutte le donne.

E oggi quelle lotte le dobbiamo celebrare e ricordare, non per emulare il passato, ma per far sì che quel capitolo venga chiuso definitivamente. E per farlo abbiamo bisogno di tutti voi: riconoscete quello che facciamo e aiutateci in questa battaglia.

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