Lo conoscono bene i milanesi, quel colonnato in granito, almeno di vista in corso Vittorio Emanuele II, a poco da San Babila. Alle sue spalle si alza la chiesa di San Carlo al Corso, con una cupola così grande e tonda che a Milano, da generazioni, la chiamano il piccolo Pantheon. Visitarlo è sempre una buona idea: al suo interno si ha la possibilità di osservare delle opere di pregio e scoprire un paio di curiosità che stupiscono perfino i milanesi doc.
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La storia della chiesa di San Carlo al Corso
Di tempo ne è passato da quando, proprio qui, sorgeva la chiesa di Santa Maria dei Servi, costruita nel Trecento dai Servi di Maria, che accanto avevano anche il loro convento. I frati erano così legati alla zona che la strada, per secoli, ha preso il loro nome: tutti la conoscevano come Corsia dei Servi. Poi è arrivato Napoleone, il convento è stato chiuso e, qualche decennio più tardi, anche la vecchia chiesa è stata abbattuta.
Al suo posto i milanesi hanno voluto una chiesa nuova, nata come ringraziamento per la fine di un’epidemia di colera e dedicata, naturalmente, a San Carlo Borromeo, l’arcivescovo che nel Cinquecento era rimasto accanto alla città durante la peste. Il progetto porta la firma di Carlo Amati, architetto monzese, lo stesso del progetto per la facciata del Duomo, mentre in cantiere a dirigere i lavori c’era Pizzagalli.
I lavori iniziarono nel 1836 e la chiesa fu consacrata nel 1847, ma il completamento risale al 1851. Nel Novecento, finalmente, sono tornati anche i Servi di Maria, che la officiano tuttora, e nel 1938 papa Pio XI l’ha elevata a basilica minore.
Lo stile neoclassico e il richiamo al Pantheon
E veniamo allo stile, un neoclassico solenne e scenografico che guarda dritto all’antica Roma. Amati, infatti, dal Pantheon ha preso un po’ tutto: la pianta circolare, la grande cupola, il pronao con le sue otto colonne. I rimandi, però, sono anche altri, e gli studiosi ci vedono una parentela con la chiesa di San Francesco di Paola a Napoli, quella del colonnato di piazza del Plebiscito, e perfino con una chiesa milanese del Rinascimento, la rotonda di San Sebastiano.

Arrivando dal corso, la prima cosa che colpisce è il colonnato: si allarga ai lati e disegna una piazza quadrata, con ben 36 colonne corinzie in granito di Baveno, ognuna ricavata da un solo blocco di pietra e sistemata su un’ampia scalinata. Al centro c’è il pronao, con un frontone liscio e, in cima, una croce sorretta da due angeli. Più indietro, ecco la cupola, appoggiata su un tamburo molto alto dove semicolonne, finestre e nicchie si danno il cambio, e chiusa in cima da una lanterna decorata con angeli a forma di cariatide.
E pensare che Amati aveva in mente qualcosa di ancora più grandioso: sull’altro lato del corso, proprio di fronte alla chiesa, voleva un’altra esedra con il portico, per abbracciare la strada da entrambe le parti. Quel progetto, però, si è fermato sulla carta.
Cosa vedere all’interno: la cupola, le cappelle e le opere d’arte
Una volta entrati, ci troviamo in una grande aula circolare dominata dalla cupola, ampia più di 32 metri: un’opera ardita, che Pizzagalli ha costruito facendo a meno delle armature di legno usate di solito nei cantieri. Tutto intorno corre un colonnato in granito rosso che, come nel Pantheon, sfiora le pareti, e tra una colonna e l’altra si aprono delle esedre che ospitano le cappelle. Una è dedicata alla Madonna Addolorata, con un altare in marmi policromi proveniente dalla vecchia chiesa dei Servi; di fronte si trova la cappella del beato Giovannangelo Porro, frate servita vissuto nel Quattrocento.
Al centro si apre il presbiterio, con una sua piccola cupola e una decorazione molto ricca. Sopra l’altare maggiore osserviamo il crocifisso in legno dorato di Pompeo Marchesi, scultore allievo di Antonio Canova. La volta è affrescata da Angelo Inganni con la Gloria di San Carlo. Sempre di Marchesi è il gruppo marmoreo con San Carlo che dà la prima comunione a San Luigi Gonzaga, conservato nella cappella di San Carlo.
Curiosità e segreti di San Carlo al Corso
Appena varcata la porta, accanto agli ingressi, si notano le acquasantiere: sono due enormi valve di tridacna gigas, una conchiglia tropicale che può raggiungere dimensioni sorprendenti, e capita spesso di vedere qualche visitatore fermarsi a guardarle incuriosito.
Le vele della cupola del presbiterio custodiscono un piccolo segreto. Tra il 1948 e il 1949 Giovanni Testori vi dipinse i simboli dei quattro Evangelisti. Giudicati inadatti alla decorazione ottocentesca della chiesa per il loro linguaggio cubista, gli affreschi furono ricoperti nel 1949 e sono ancora nascosti sotto uno strato di pittura bianca. La grande cupola dell’aula centrale fu danneggiata da un incendio nel 1895 e ripristinata negli anni successivi.
Per vedere il campanile bisogna uscire e spostarsi in corso Matteotti, perché dalla piazza resta nascosto dalla cupola e dai palazzi vicini. È considerato il più alto di Milano, e le sue campane piacevano tantissimo ad Arturo Toscanini, che abitava in zona e, si racconta, andava fino ai bastioni di Porta Venezia per ascoltarle meglio. Ancora oggi la basilica è affidata ai Servi di Maria, che accanto all’attività religiosa portano avanti da molti anni un impegno culturale e sociale.