Siamo a Bracciano, nel Castello Orsini-Odescalchi, e per la precisione nell’ultima sala del primo piano nobile: la Camera Rossa, che tutti conoscono anche come la Stanza di Isabella, è un ambiente raccolto, con un soffitto in legno dipinto, un letto a baldacchino del Cinquecento e, in un angolo, una piccola porta di legno che da secoli alimenta i racconti più cupi del castello. Secondo la tradizione popolare, proprio qui Isabella de’ Medici riceveva i suoi amanti prima di farli sparire, e sempre qui il suo fantasma tornerebbe ancora oggi a passeggiare. La storia ricostruita attraverso i documenti, però, descrive una donna molto diversa.
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Dentro la Camera Rossa, la stanza di Isabella de’ Medici
La Camera Rossa del Castello di Bracciano deve il suo nome, secondo le descrizioni della sala, al colore degli arazzi che in origine ne rivestivano le pareti. Oggi lo sguardo va subito verso l’alto, dove si trova un soffitto ligneo dipinto: lungo il fregio che corre alla sua base, dei putti reggono festoni e ghirlande, in una decorazione che viene ricondotta ad Antoniazzo Romano e alla sua bottega, lo stesso pittore che, poche stanze più in là, ha firmato il grande affresco con le imprese di Gentil Virginio Orsini, e che alla fine del Quattrocento lavorava per la famiglia proprio mentre il castello prendeva forma.
Un pezzo del XVI secolo di scuola veneziana che la tradizione indica come il letto di Isabella si trova al centro della stanza, a baldacchino. Anche il soprannome di Stanza di Isabella ha una spiegazione precisa: la sala, destinata alle occasioni ufficiali, viene tradizionalmente associata alla Duchessa perché vi si è voluto collocare l’appartamento della sposa di Paolo Giordano Orsini. Per immaginare davvero la vita della coppia, del resto, il castello conserva un Appartamento privato decorato con una serie di affreschi dedicati alla loro storia d’amore, che possiamo visitare su richiesta in alcuni giorni.
Difficile rimanere indifferenti di fronte alla piccola porta di legno, sistemata in un angolo della camera: dietro, raccontano le guide, si apre una botola, ed è proprio da qui che nasce la leggenda più famosa di Bracciano.
La porta nascosta, il trabocchetto e il fantasma di Isabella
Secondo la versione popolare, Isabella era una donna bellissima e molto corteggiata, che al termine di feste e ricevimenti portava i suoi amanti nella Camera Rossa. Prima dell’alba li congedava con una promessa, quella di raggiungerli in un salottino al di là della piccola porta: quel salottino, nelle diverse versioni del racconto, era un corridoio buio che terminava su una botola, sotto la quale si apriva un pozzo armato di lame. C’è chi aggiunge della calce viva sul fondo, mentre altri parlano di un pozzo che oggi sarebbe murato.
Il racconto prosegue con la vendetta del marito: Paolo Giordano, venuto a conoscenza dei tradimenti, avrebbe deciso di punirla e le avrebbe tolto brutalmente la vita. Il suo spirito, dice la tradizione, sarebbe tornato a Bracciano, dove ancora oggi si aggirerebbe tra le sale del castello con un abito del Cinquecento, spingendosi fino alle rive del lago. Gli studi di Elisabetta Mori sulla corrispondenza dei coniugi hanno ricostruito la lunga malattia di Isabella e messo in discussione il racconto tramandato dalla leggenda nera.

Se dalla leggenda passiamo ai documenti, la figura di Isabella si fa molto più sfumata. Figlia di Cosimo I de’ Medici e di Eleonora di Toledo, Isabella crebbe alla corte di Firenze e nel 1558, a sedici anni, sposò Paolo Giordano Orsini, signore di Bracciano. A Bracciano, però, si vide poco. Per gran parte del matrimonio restò a Firenze, prima nel palazzo Medici di via Larga e poi anche nella villa di Baroncelli, l’attuale Poggio Imperiale, che Cosimo I assegnò alla coppia nel 1565. Amava la letteratura e la musica, e di questa sua passione si parla ancora oggi: nel 2023 la Villa medicea di Cerreto Guidi le ha dedicato la mostra Rari libri di Isabella de’ Medici, costruita proprio intorno all’ambiente culturale della sua corte
La storia del Castello Orsini-Odescalchi
La storia del castello comincia ben prima degli Orsini, quando su questo sperone affacciato sul lago sorgeva la rocca dei Prefetti di Vico. A volere la nuova fortezza è stato Napoleone Orsini, che ha aperto il cantiere intorno al 1470, chiamando probabilmente gli stessi artigiani che a Roma lavoravano alla Cappella Sistina. Suo figlio Gentil Virginio, uomo d’armi, aveva invece un pensiero fisso: rendere il castello inattaccabile, e per riuscirci si è affidato a Francesco di Giorgio Martini, ingegnere militare tra i più celebri del Rinascimento.

Sono anni movimentati. Tra queste mura passa il re di Francia Carlo VIII, diretto a Napoli, e poco più tardi arrivano le truppe dei Borgia: a guidare la difesa, con un coraggio che il castello ricorda ancora oggi, c’è una donna, Bartolomea Orsini. Gli Orsini restano a Bracciano fino al 1696, quando vendono il castello a Livio Odescalchi, nipote di papa Innocenzo XI. Dopo una parentesi di proprietà Torlonia, dal 1803 al 1848, tornò agli Odescalchi, che lo possiedono ancora oggi.
Torri, affreschi e giardini: l’architettura e gli interni
Da fuori ha ancora l’aspetto di una fortezza. Le mura sono rimaste, e con loro le grandi torri rotonde e i camminamenti di ronda, da cui lo sguardo scende sul borgo e arriva fino al lago. Superato l’ingresso si entra nella corte d’onore, completata alla fine del Quattrocento: è da qui che un portale in stile antico conduce ai piani nobili. Molto cambiò nel Cinquecento: Giacomo del Duca e Nanni di Baccio Bigio aggiunsero logge, archi trionfali e giardini pensili, e le sale principali vennero decorate dai fratelli Taddeo e Federico Zuccari.
Dentro, le sale sono una ventina, su due piani. La Sala delle Armi custodisce una ricca collezione di armature, ma a colpire è soprattutto un affresco, uno dei più grandi affreschi civili del Quattrocento romano. In altre stanze le protagoniste sono le donne: alcune figure femminili si ispirano agli scritti di Boccaccio e di Christine de Pizan, e poi c’è la serie di donne illustri voluta da Felice della Rovere, figlia di papa Giulio II, e dipinta da Antonio da Viterbo, detto il Pastura.